Festival di Cannes: Matteo Garrone tra archetipi, arte e frustrazioni

Regista-pittore, Matteo Garrone usa la camera come un pennello. S’ispira all’arte, alla letteratura e alla cultura italiana dei secoli passati. Per confezionare un fantasy, genere poco familiare agli italiani.

Viola di Garrone a confronto con Caravaggio, Piero della Francesca e Paolo del Pollaiolo
Viola di Garrone a confronto con Caravaggio, Piero della Francesca e Paolo del Pollaiolo

Se, come diceva Chaplin, il desiderio è il tema della vita, il film di Matteo Garrone presentato al Festival di Cannes pulsa come il cuore di un innamorato, in eterna tensione tra Eros e Tanatos.
Il racconto dei racconti arriva con un vento di coraggio e novità nella cinematografia italiana, inserendosi nell’eredità di un cinema che ha fatto storia: da Mario Bava a Comencini, da Fellini a Monicelli e Pasolini.
Ispirato ad alcune storie tratte da Lo cunto de li cunti dell’autore secentesco Giambattista Basile, è un fantasy con declinazioni horror e suggestioni visive che fanno forte appello alla coscienza collettiva. Tre donne, tre regni e tre re, in un tempo e un luogo sospeso. Ogni personaggio cerca a suo modo l’amore: un figlio, un marito, un amante e quindi la giovinezza.
Diverso da tutti i film del genere prodotti negli Stati Uniti o nel Regno Unito è girato in luoghi reali del patrimonio paesaggistico e architettonico italiano: dal Castello di Donna Fugata in Sicilia alle Gole dell’Alcantara, a Castel del Monte in Puglia, con le sue forme geometriche e mistiche che aggiungono quel senso di straniamento tipico dei film di Garrone (dall’Imbalsamatore, con cui questo film ha molte analogie, e fino a Reality, apparentemente così diverso). Il racconto dei racconti è un naturale progresso nella filmografia del regista romano, sempre in bilico tra il magico e il quotidiano, tra il regale e lo scurrile, tra il sublime e il sozzo, con quel tocco grottesco e straniante, poetico e spaventoso. Qui inverte il processo che prima dalla realtà portava alla trasfigurazione per ricontestualizzare l’archetipo nel concreto. Per questo le location sono tutte reali e le creature fantastiche sono state ricreate fisicamente, così che gli interventi di computer grafica fossero solo ritocchi.

Garrone, Verne, Meliès
Garrone, Verne, Meliès

La formazione artistica dell’autore è evidente in ogni inquadratura del film: dove ogni storia ha la sua scala cromatica, toni scuri, toni freddi e rossi saturi. Il regista ha dichiarato come ispirazione più incisiva i Capricci di Goya, ma non è difficile ritrovare volti e pose e colori e atmosfere di artisti come Piero della Francesca, Antonio del Pollaiolo e Caravaggio.
La ricostruzione del mostro marino e dello scafandro indossato dal Re di Selvascura restituisce sullo schermo il meglio delle illustrazioni dei libri di Verne di una volta, le opere migliori di Meliès , il padre degli effetti speciali, e fa appello a due diverse versioni de I racconti del Barone di Münchausen, quella visionaria di Von Baky e la più moderna dei Monty Python: la sensazione, davvero magica, è quella di sfogliare un libro di favole per la prima volta.
Il film è stato girato in lingua inglese, con un cast internazionale composto da Salma Hayek, John C. Reilly, Toby Jones e Vincent Cassel con la precisa intenzione di internazionalizzare anche le vendite. I giornalisti qui a Cannes sono rimasti scettici sulla differenza di accenti dei vari attori, che d’altra parte crea un effetto simile al Mahabharata di Peter Brook.
La modernità del tema dei racconti, dal desiderio di maternità a tutti i costi, all’ossessione di gioventù e illusione di felicità, giunge all’acme nel volto di Babe Cave quando come Giuditta porta al padre la testa del suo sposo: “Dicesti che se il destino aveva scelto questo, in qualche modo sarei stata felice…”. La presa di coscienza del potere del caso che regola la vita di ognuno, la consapevolezza acquisita che delle infinite possibilità abbiamo solo quella che ci capita, di cui non conosciamo l’epilogo, è un orrore psicologico che viola ogni possibile difesa.
La precarietà dell’esistenza è quindi l’immagine su cui si chiude il film, tecnicamente molto simile alla fine di Reality.

Federica Polidoro

http://www.festival-cannes.com/

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Federica Polidoro
Federica Polidoro si laurea in Studi Teorici Storici e Critici sul Cinema e gli Audiovisivi all'Università Roma Tre. Ha diretto per tre anni il Roma Tre Film Festival al Teatro Palladium, selezionando opere provenienti da quattro continenti, coinvolgendo Istituti di Cultura come quello Giapponese e soggiornando a New York per la ricerca di giovani talent sia nel circuito off, che nell'ambito dello studentato NYU Tisch, SVA e NYFA. Ha girato alcuni brevi film di finzione, premiati in festival e concorsi nazionali. Ha firmato la regia di spot, sigle e film di montaggio per festival, mostre, canali televisivi privati e circuiti indipendenti. Sta lavorando ad un videoprogetto editoriale per la casa editrice koreana Chobang. È giornalista pubblicista e negli anni ha collaborato con quotidiani nazionali, magazine e web media come Il Tempo, Inside Art e Il Faro. Ha seguito da corrispondente i principali eventi cinematografici dell'agenda internazionale tra cui Cannes, Venezia, Toronto, Taormina e Roma e i maggiori avvenimenti relativi all'arte contemporanea della Capitale. Attualmente insegna Tecniche di Montaggio all'Accademia di Belle Arti.
  • Rachele

    Quindi buono o no? Vallo a capire.

  • Roberto

    Sicuramente interessante e fuori dal coro. Almeno premiamo il coraggio di non creare le solite pellicole che affliggono il panorama nazionale italiano.

  • andrea bruciati

    straniante… da vedere