Droni, stampanti 3D e laser scanner. La tecnologia rivoluziona l’archeologia

Il kit dell’archeologo del giorno d’oggi ormai non consta più solo di trowel (o cazzuola inglese), pala e dedizione: include droni, stampanti 3D e laser scanner. Ma qual è il ruolo di questi strumenti high tech nell’archeologia odierna?

Modello di drone maneggevole
Modello di drone maneggevole

TECNOLOGIA E COSCIENZA SPORCA
I droni sono una tecnologia aeromobile con comando remoto in circolazione da un po’, nota alle cronache per i suoi controversi e poco trasparenti usi militari. L’esercito americano ne fa uso a piene mani per operazioni di sorveglianza nelle aree definite critiche e per interventi contro target di guerra in Yemen, Iraq, Pakistan e Afganistan, con rilevanti e frequenti danni collaterali – spesso ufficialmente smentiti – nei confronti di civili inermi. Non è certo una novità che le innovazioni tecnologiche abbiano la coscienza sporca.
Da qualche tempo, però, con l’immissione sul mercato di modelli maneggevoli, con prezzi democratici, software open source e addirittura fabbricabili in casa, i droni hanno trovato applicazioni anche in settori civili e commerciali. L’archeologia è uno di questi.

Drone al servizio dell'archeologo contemporaneo
Drone al servizio dell’archeologo contemporaneo

DRONI ARCHEOLOGI
Dal Sudamerica all’Italia – sono delle ultime settimane le scoperte, tramite ricognizione aerea, di nuove abitazioni etrusche nel parco di Veio, a nord di Roma – i droni hanno iniziato a solcare i cieli, al servizio della ricerca archeologica. Più precisi e di gran lunga economici della tecnologia satellitare, sono in grado di esplorare, mappare, monitorare, salvaguardare metro dopo metro interi siti archeologici, anche i più inaccessibili e impraticabili con le tecniche di survey tradizionali.
In Perù, dove l’economia è in piena crescita e i centri urbani premono per estendersi, sono stati impiegati dall’archeologo, nonché viceministro preposto al patrimonio culturale, Luis Jaime Castillo, per individuare, catalogare e monitorare i circa 13mila siti del Paese, di cui solo 2.500 erano stati registrati sino a qualche anno fa. Lo scopo è proteggere il patrimonio archeologico nazionale da una situazione in cui è alto il rischio di occupazioni illegali, di danneggiamento causato da campagne non autorizzate di estrazione di minerali preziosi, di sottrazione indebita da parte di famelici speculatori edilizi. È una corsa contro il tempo e la rapidità d’azione è in questi casi il primo benefit di questa tecnologia.

Drone ad uso militare
Drone ad uso militare

SCENARI DI GUERRA
In Medio Oriente, i droni sono diventati validi alleati contro il saccheggio e per monitorare e tracciare il traffico illegale di artefatti archeologici, piaga di queste zone. Quando dotati di fotocamera a infrarossi, detta anche termica, sono in grado di rilevare e segnalare variazioni di temperatura del suolo sorvolato, che possono indicare la presenza di strutture sepolte. La mappatura tramite ricognizione aerea non è certo nuova all’archeologia: basti pensare che all’inizio del Novecento si adoperavano palloni aerostatici e aquiloni. L’uso dei droni ha però sensibilmente ridotto i tempi e i costi dell’operazione; oltre a questo, la vista aerea acquisita tramite drone può essere facilmente convertita in immagini tridimensionali e altamente dettagliate.

Il sito dello Smithsonian Institution con modelli 3D stampabili
Il sito dello Smithsonian Institution con modelli 3D stampabili

ARCHIVI 3D
La tecnologia 3D sta prendendo piede non solo sul campo, ma anche nei depositi dove si raccolgono e studiano i materiali rinvenuti in sede di scavo. Nelle università americane, la stampante 3D è ormai strumento essenziale per costruire fedeli repliche dei ritrovamenti archeologici da utilizzare nella didattica museale e nello studio accademico dei reperti, soprattutto di quelli più sensibili e che necessitano precauzioni conservative maggiori. La stampante 3D permette inoltre di ricostruire frammenti mancanti, ad esempio di ceramiche o di resti ossei, mentre il laser scanner consente di ottenere veloci e impressionanti modelli digitali solidi degli artefatti originali.
E mentre lo Smithsonian Institution ha sviluppato la versione beta di un archivio online con modelli accessibili e scaricabili per riprodurre comodamente seduti a casa fossili e altri pezzi provenienti dalle sue collezioni, per il futuro si prospettano bookshop museali provvisti di stampanti 3D per la produzione al momento dell’oggetto che più abbiamo apprezzato durante la visita. Per un merchandising altamente customizzato e a basso costo.

Marta Pettinau

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Marta Pettinau
Marta Pettinau nasce ad Alghero nel 1984, dove al momento vive e lavora. Ma con la valigia in mano. Laureata a Sassari in Scienze dei Beni Culturali, ha conseguito nel 2011 la laurea specialistica in Progettazione e Produzione delle Arti Visive presso lo IUAV di Venezia, con una tesi dal titolo “La Biennale Internazionale di Istanbul. Storia, luoghi, esiti di una biennale post-periferica”. Co-curatrice del progetto RI-CREAZIONE per 1:1projects, a Roma, nel 2009; nello stesso ha curato la collettiva Verso Itaca presso Metricubi, a Venezia. Ha collaborato con l’ufficio stampa del Festival dell’Arte Contemporanea di Faenza. Ora è curatrice indipendente e giornalista freelance.