Arte (e) terapia. Breve storia di un rapporto difficile

Il rapporto fra espressione artistica e disagio mentale ha almeno centotrent’anni. Qui trovate una sintesi, da Lombroso a Edith Kramer, passando per Freud e Jung. Una introduzione prima di sviluppare e parlare dei tanti nodi e delle tante iniziative in questo campo.

Edith Kramer, 2006
Edith Kramer, 2006

GENIO E ARTE: I PRIMI PASSI
La vicinanza di due fenomeni culturali differenti come l’arte e la terapia implica la possibilità che l’arte possa curare.
Il celebre criminologo Cesare Lombroso, in Genio e Follia (1882), introduce il problema della produzione dei malati mentali, inaugurando il discorso sul valore da attribuire a questo genere di opere: sosteneva che la genialità fosse, come la pazzia, una degenerazione del cervello. Nasce contemporaneamente in Francia, con Max Simon e ancor prima con Ambroise Tardieu, un interesse sul significato clinico che rivestono le espressioni grafiche spontanee dei malati mentali, considerando il lavoro espressivo “un eccellente mezzo di terapia“. Simon, già prima di Lombroso, in un lavoro del 1876 (L’imagination sans la folie: étude sur les dessins, plans, descriptions et costumes des aliénés), aveva mostrato un interesse clinico per il lavoro degli alienati.
I primi studi hanno lo scopo, sia in Francia che in Italia, di definire in una classificazione la produzione dei pazienti, e a questo proposito una delle più note del periodo è quella di Jean Vinchon ne L’ arte e la follia del 1924. Il materiale che veniva raccolto nei manicomi rappresentava un arricchimento della nosografia clinica: in un modo o nell’altro la psichiatria decide di attribuire un’importanza a questa attività, che diventa uno strumento in più per la comprensione del malato, ma non si deve dimenticare che i primi a interessarsi a questo genere di attività sono vincolati da un approccio dettato dalla scienza positiva, che esclude qualsivoglia valutazione estetica. Lo studio dell’espressione grafica nasce come un ramo dipendente dalla clinica, e se da una parte è a questo che dobbiamo lo sviluppo di un interesse per le attività artistiche dei malati, dall’altra gli studi monografici mostreranno il limite di questo legame.

Cesare Lombroso
Cesare Lombroso

LA FASE MODERNA E LA PSICOANALISI
Dopo la Seconda guerra mondiale, l’interesse riguardo alla relazione fra arte e psicopatologia si acuisce e, tra il 1950 e il 1970, si assiste a una proliferazione di atelier d’arte con finalità terapeutiche: congressi, convegni, seminari e monografie descrivono il fervore della ricerca. La Prima Esposizione Internazionale d’Arte Psicopatologica a Parigi, nel 1950, segna la svolta: in Francia e in Italia si crea un vero e proprio filone di studi che prende il nome di Psicopatologia dell’Espressione, in cui la ricerca si indirizza sui caratteri strutturali dell’opera, diversamente da quello che sta succedendo in Inghilterra e in America, dove l’indirizzo pragmatico darà vita all’espressione Art Therapy.
Anche la psicoanalisi contribuisce a un cambiamento metodologico nei confronti della cultura scientifica di fine Ottocento: l’opera artistica viene concepita come espressione dell’inconscio e dunque diventa oggetto di studio. Sigmund Freud intuiva che nell’arte si nascondessero i segreti dell’animo umano, “ma non capì che l’arte, in quanto procedimento sintetico, catalitico, costruttivo, era un processo intrinsecamente terapeutico” (Muret).
Carl Gustav Jung compie un passo ulteriore e affronta il tema dell’arte ponendo l’attenzione sul processo creativo: introduce uno studio dei segni grafici in termini di inconscio, richiedendo ai suoi pazienti una descrizione, oltre che verbale, anche visiva del sogno, sottolineando così la funzione comunicativa dell’arte: “Il mio esperimento mi insegnò quanto possa essere d’aiuto, da un punto di vista terapeutico, scoprire le particolari immagini che si nascondono dietro le emozioni“.
Gli psicoanalisti dell’infanzia sono i primi a utilizzare clinicamente le tecniche del disegno e della pittura: Melanie Klein ha gettato le basi della psicoanalisi infantile e, dagli Anni Venti inizia ad analizzare i bambini impiegando strumenti nuovi come il gioco e i segni grafici, in grado di procurare materiale analitico, così da poter accedere alla comprensione della struttura interna: il suo saggio Situazioni d’angoscia infantile espresse in un’opera musicale e nel racconto di un impeto creativo assume un’importanza storica e teorica decisiva, perché la creazione artistica viene collegata al concetto di riparazione.

Laboratorio di libera espressione artistica, NonMuseo, Cesena 2015
Laboratorio di libera espressione artistica, NonMuseo, Cesena 2015

L’ARTE COME TERAPIA
Al capitolo della psicopatologia dell’espressione se ne aggiunge un altro, quello dedicato all’arte come terapia e come forma di cura: dagli Anni Quaranta negli Stati Uniti e in Inghilterra si assiste a un interesse sempre maggiore per le cure riabilitative, e l’arte terapia riveste un ruolo fondamentale all’interno delle prime comunità terapeutiche. Tra i precursori troviamo numerosi insegnanti d’arte, e questo aspetto mostra come, a differenza delle esperienze italiana e francese, più attente allo studio teorico, l’arte terapia abbia radici pragmatiche e un approccio alla funzione sociale dell’arte. In Inghilterra
Adrian Hill, insegnante d’arte, si fa interprete di una visione pedagogica che enfatizza la funzione occupazionale dell’arte, sottolineando l’importanza che riveste l’espressione artistica per il malato: secondo Hill anche solo il fare fine a se stesso sarebbe in grado di produrre quella scarica emozionale indispensabile per sfogare angoscia e dolore. Edward Adamson, artista, nel 1946 lavora al Netherne Hospital con i pazienti psicotici: la sua famosa room accoglieva le persone contenendone l’angoscia grazie a uno spazio, al di là dell’arte, facilitante. Sempre in Inghilterra, Irene Champernowne sperimenta negli Anni Quaranta la psicoterapia a mediazione artistica al Withymead Centre: riteneva che le attività artistiche fossero indispensabili lungo il percorso terapeutico, perché in grado di facilitare l’accesso a contenuti altrimenti inesprimibili.
Negli Stati Uniti l’arte terapia nasce dalle confluenze della corrente pedagogica con le discipline psichiatriche e psicoanalitiche: ne sono un esempio Edith Kramer, insegnante d’arte, e Margaret Naumburg, psicoterapeuta. I primi studi di Naumburg risalgono al 1947 e si soffermano sull’importanza della libera espressione artistica, considerata come il corrispondente iconico delle libere associazioni verbali. L’arte, secondo la terapeuta, rappresenta un mezzo attraverso cui riconoscere i sentimenti umani, altrimenti difficilmente esprimibili. La terapia d’arte è considerata dalla psicoterapia un’essenziale componente del setting terapeutico che non va, però, a sostituirlo. Con Edith Kramer l’attenzione si sposta dal prodotto finale al processo creativo: il lavoro del paziente non è visto solo in termini di espressione dei conflitti interni, ma come risorsa per la loro risoluzione: ecco l’arte come terapia.

Jean Vinchon, L'art et la folie, 1924
Jean Vinchon, L’art et la folie, 1924

ART THERAPY: QUALI OBIETTIVI?
Potremmo dire che questa disciplina sia nata per rispondere a un bisogno reale? Gli artisti andavano negli ospedali e poi nei sanatori, senza problemi di particolari istituzionalizzazioni, perché l’interdisciplinarietà non conteneva un’idea gerarchica. Arte Terapia è un’espressione molto ampia ed ognuno potrebbe declinarla in maniera abbastanza libera: può essere descritta come una forma di psicoterapia che utilizza modalità diverse, può essere utilizzata nelle scuole, nel sociale in un’ottica più larga di promozione della salute. Sono tutte cose molto importanti. La specificità del lavoro sulla creatività nella relazione d’aiuto, si situa in un delicato confine tra arte e terapia, in una difficile integrazione tra processo creativo e processo terapeutico.
Oggi esistono diversi professionisti che lavorano con l’arte, e finalmente è stato raggiunto anche in Italia un traguardo importante, che sancisce il riconoscimento, atteso da molto tempo, in settori come le arti terapie e il counselling, ma si avverte ancora la mancanza di una intelaiatura epistemologica.

Barbara Balestri

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Barbara Balestri
Barbara Balestri, nata a Cesena (FC) nel 1977, dottoressa in Filosofia. Conduce laboratori con adulti e bambini di counselling a mediazione artistica e pratica privatamente. Nel 2009 ha fondato Atelier Sperimentale, un'associazione che svolge attività di counselling a mediazione artistica in ambito educativo e sociale. Lavora a Bologna, Cesena e Cesenatico.