Quattro tesi sulla critica. Quelle di Michele Dantini

È possibile coniugare connoisseurship e critica sociale, filologia e politica? È la domanda che attraversa oggi l’intero ambito della teoria culturale. Come si fa critica d’arte? Come si costruiscono un assenso e un dissenso perspicaci, e si produce un’effettiva conoscenza?

Bruce Nauman, One Hundred Live and Die, 1984
Bruce Nauman, One Hundred Live and Die, 1984

Con “connoisseurship” intendo una competenza visiva esperta e specifica. In assenza di connoisseurship prevale la chiacchiera sociologica, la glossa dottrinaria, il commento alla poetica (o meglio la sua parafrasi). Questa è la prima tesi. Una rosa è una rosa è una rosa: cioè un’immagine che ci “parla” al modo delle immagini, attraverso dettagli visuali. Dovremmo saperlo, ma per lo più non lo sappiamo. Nell’avvicinarci a un’opera d’arte occorre quindi prepararsi a reagire con prontezza a tutto ciò che, nell’immagine, è inatteso, smisurato, iperindividuale. Tutto ciò che eccede o perfino smentisce le dichiarazioni d’intenti o i punti di vista ragionati. In breve: tenersi alla larga dalle “generalità” manualistiche e affidarsi alla “memoria involontaria”.
Con “critica sociale” intendo la capacità di sintesi e riduzione. Se facciamo critica sociale significa che abbiamo scelto di abbandonare il piano della pedissequità e della cronaca culturale. Questa è la seconda tesi. Non vogliamo occuparci (nell’occasione almeno) di singoli artisti o di singole opere ma adottare prospettive “sistemiche”. E discutere criticamente, con attitudini distaccate, il mondo della produzione artistica contemporanea, le politiche di marketing, il mecenatismo, i viscosi vincoli di fedeltà interni alle tribù.

Germano Celant
Germano Celant

Terza tesi. Il critico-interprete (o meglio il critico-scrittore: cioè il critico tout court) alterna o intreccia connoisseurship e critica sociale. Non è al servizio dell’artista, del gallerista, dell’amministrazione locale o del museo. Non ha cioè l’obbligo di essere “complice” – la citazione è da Celant – né si presta al calloso rituale della promozione. Zelo, devozione e professionismo corporate uccidono l’acutezza e impongono reticenza. Possiamo certo batterci per questa o quell’opera, questo o quell’artista, ma solo sul presupposto della nostra intima convinzione e attraverso la chiaroveggente perspicuità della nostra scrittura. Questa dev’essere libera. Ripeto: libera.
Quarta tesi, ultima e decisiva. Il destinatario della critica non è l’artista. È invece il pubblico inteso in senso normativo, la comunità di cittadini non specialisti che chiede e attende di essere documentata per poter valutare.
Così intesa la critica è un’arte esatta, una forma di letteratura non-fiction; e insieme il riconoscimento di un diritto che vale per l’umanità in generale.

Michele Dantini
docente universitario, critico e scrittore

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #23

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Michele Dantini
Storico dell’arte contemporanea, critico e saggista, Michele Dantini insegna all’Università del Piemonte orientale ed è visiting professor presso università nazionali e internazionali. Laureatosi e perfezionatosi (Ph.D.) in storia della filosofia e storia dell'arte presso la Scuola Normale Superiore di Pisa; Eberhard Karls Universität, Tubinga; The Courtauld Institute, Londra; Ludwig-Maximilians-Universität München, collabora con i principali musei di arte contemporanea italiani ed è responsabile del Master MAED al Castello di Rivoli. Scrive di arte contemporanea, politiche culturali e dell’innovazione, tecnologia, Rete e digitale. Tra le pubblicazioni recenti Geopolitiche dell’arte italiana. Arte e critica d’arte nel contesto internazionale (Milano 2012); Arte contemporanea, ecologia e sfera pubblica (Roma 2012); Humanities e innovazione sociale (Milano 2012); Apple cosmica. Come le narrazioni fantascientifiche modellano il design e il marketing della Mela (Milano 2012); Horses and other herbivores (Bezalel Academy of Art and Design, Jerusalem 2010). Coautore dei manifesti TQ “università e ricerca” e “patrimonio storico-artistico e ambientale”, è interessato ai temi della diversità culturale e del cosmopolitismo postcoloniale. Il suo Diario Namibiano (e/o, Milano 2003), inchiesta sulle trasformazioni delle abilità tradizionali in Africa australe all’ingresso nel mercato globale condotta in collaborazione con la National Gallery di Windhoek, è stato finalista del premio Paola Biocca|Società Italo Calvino nel 2002. Suoi reportage e fieldworks sono stati presentati alla Fondazione Merz, Torino; CCCS Strozzina, Firenze; Centro di arte contemporanea Luigi Pecci, Prato; Centre de la Photographie, Ginevra; MAO, Torino. Collabora a L’Huffington, Alfabeta2, Doppiozero, ROARS, Il giornale dell’arte, il manifesto.
  • LUCA LUCA ROSSI

    Sempre molto interessanti gli spunti di Michele Dantini, per risollevare le sorti dell’arte in Italia ci vorrebbero almeno 2000 Michele Dantini. Detto questo, la critica in Italia non paga, per diverse ragioni:

    – le riviste richiedono un buonismo generale e compiacente per attirare ogni briciola pubblicitaria (la mia ricognizione sull’arte italiana cosa unica in italia è stato una caso, perchè per la sua unicità e folklore era l’operazione in sè che attirava click e quindi futuri introiti pubblicitari)

    – la critica generale va benissimo, ma bisogna scendere sull’opera specifica e possibilmente metterla alle corde (vedi recente progetto speaking about). E questo non importa a nessuno, essendoci una platea fatta solo di addetti ai lavori e artisti. In Italia manca totalmente il pubblico dell’arte contemporanea, manca una gamba al tavolo, perchè un sistema dell’arte vitale ha bisogno di un confronto fra tre soggetti: artisti, addetti e pubblico. Da 25 anni l’arte contemporanea italiana è una questione profondamente autoreferenziale e strabica nel seguire una facile esterofilia internazionale e una situazione interne precaria.

    – non esistono critici in italia, ma curatori con ambizioni da artista-regista. Dantini è una mosca bianca, ma anche lui pecca di accademismo e dovrebbe scendere più fortemente sull’opera in relazione alla vita quotidiana (ma ce ne fossero eh..). Tali curatori finiscono per essere in competizione con artisti sempre più uguali e intercambiabili. Con lo scoppio della bolla speculativa nel mercato le ragioni e le motivazioni degli artisti italiani giovani e mid career (anche se in italia sei giovane fino a 48 anni) sono state spazzate via. Chi comprerebbe un Roccasalva per 34.000 euro come veniva offerto nel 2008???? E chi lo ha comprato????? Chi lo ha comprato sta zitto, per poterlo rivendere e non essere considerato stupido. E il gallerista deve fare finta che stia andando tutto bene…

    – la mia azione critica mi crea solo ostracismo e ostruzionismo.

    – non solo mancano critici ma soprattutto divulgatori che riportino il valore dell’arte alla quotidianità, appassionando e stimolando il pubblico.

    In definitiva il problema in italia, ma non solo, è FORMATIVO: per artisti (sempre più disoccupati e legati alla Nonni Genitori Foundation), per critici che sbavano guardando Gioni e vogliono fare gli artisti-registi, per un pubblico totalmente abbandonato e riconcoglionito dalle tre ESSE: suv, smatphone, abbonamento sky.

    Parola di Dio.
    Amen

  • tutto molto condivisibile ma scontato e quindi, come sempre, rimango con l’amaro in bocca. Troppo generico, troppo teorico. Manca qualcosa, quel quid di realtà che farebbe la differenza è che non c’è mai.
    Anche questi post sono sempre uguali. Dantini scrive qualcosa, lr è d’accordo e ripropone le sue solite idee, io dico che dobbiamo cercare di fare qualcosa di concreto… e alla fine aspettiamo il prox articolo x ricominciare di nuovo. Che tristezza!

    P.s. Mi ero ripromesso di non partecipare più a blog cd “d’arte”, ma alla fine ho ceduto al mio piccolo ego. Sempre con la speranza che da questa situazione di m…. prima o poi si voglia (anche se questa volontà sembra sempre + finta )finalmente uscire.

    P.s 2: per esempio di fronte alla situazione Grecia vs Troika l’approccio Dantini come si configurerebbe? O questo argomento esula dal contesto artistico?

    • Luca Rossi

      Caro Coda,

      ma di cosa ti stupisci? Le persone non riescono a vedere la qualità e seguirla. Ma le prime vittime sono loro stessi, perché non vedono la qualità nella loro vita. E anche se hanno una famiglia o un lavoro quasi soddisfacente, e si ritengono fortunati, lo pensano solo perché intorno a loro la situazione è ancora peggiore. Quindi qui l’unica cosa che si può fare è sfiorare una visione critica delle cose. Passare dalla teoria alla pratica fa paura, e chi osa farlo viene ignorato.

  • Stanlio

    dire che la critica deve essere libera è come dire che un pesce deve vivere sott’acqua
    va bene, ma che pena!!
    (il doverlo dire, e il fatto di dover leggere come illuminante una tale ovvietà!)

  • angelov

    …”Tutto ciò che eccede o persino smentisce”…
    …”i viscosi vincoli di fedeltà interni alle tribù”…
    …”il destinatario della critica non è l’artista”…
    …”il riconoscimento di un diritto”…
    Un tentativo spinoziano di far luce in un contesto
    dove l’etica non è più vista come un valore…

  • Michele Dantini

    Dire
    che la critica dev’essere libera potrà forse essere banale, occorre tuttavia
    dirlo: posto che il problema di raggiungere pubblici più ampi e sganciarsi da “viscose
    fedeltà” è estremamente attuale – ne scrive ad esempio Groys. Molti si
    interrogano sull’eccesso di marketing, sull’inadeguatezza
    della “scrittura curatoriale” a produrre una qualsiasi conoscenza indy (persino
    Obrist!) e critici di rango come Dave Hickey si ritirano da un mondo che non
    riconoscono più come loro. E potrei continuare a elencare voci di dissenso che provengono dal mondo dell’arte contemporanea, non da fuori. Chi è interessato trova un mio testo @ https://www.academia.edu/10325319/Arte_contemporanea._Che_fare_nellepoca_della_Grande_Crisi. Avverto la necessità,
    oggi, di tirarmi fuori dalla cronaca e di recuperare cornici o prospettive radicali e di
    lungo periodo per progettare ex novo rapporti
    soddisfacenti tra arte e società (ne ho scritto a porposito della mutazione del
    museo di arte contemporanea e della fine della tradizione delle Fine Arts; ne
    scriverò in un prossimo editoriale, dedicato proprio a una riflessione sul
    dopo-Charlie Hebdo). Peraltro parlo spesso di opere e artisti e mecenati contemporanei. Ma non apprezzo né la puerilità né la
    petulanza; né tantomeno l’intollerante rifiuto della “teoria”: è in linea con l’odio per la “cultura” e gli “intellettuali” ben rappresentato oggi in Italia. Grazie dei commenti MD

    • È’ l’aver fondato il proprio lavoro sulla sola teoria che ha creato la disaffezione verso cultura ed intelluttuali. Parlo per me e vale sin dai tempi del liceo. Lezioni staccate dal mondo mi parevano e mi sembrano ora piuttosto inutili e poco interessanti

      • Michele Dantini

        caro CoDa,

        la mia ossessione è il concreto: proprio per questo ho formulato queste mie quattro tesi che, come puoi facilmente verificare giá a una prima lettura, invitano a sperimentare rapporti diretti e di prima mano con le opere, e a rifiutare le mediazioni più routinieres. E’ poi evidente che occorre disporre di una sofisticata cassetta degli attrezzi: tanto più sofisticata – questo è il paradosso – quanto più efficaci, concreti e diretti si vuole risultare. Il mio “concreto”, nell’occasione, era la critica intesa come arte esatta – la critica intesa tout court come scrittura, dunque con precise responsabilitá di conoscenza: nella sua diversitá da altre pratiche, come la curatorship, la recensione corriva o genuflessa e il comunicato stampa. Questo mi sembra altrettanto concreto, posto che comunichiamo tra di noi, e costruiamo intese, con parole. Pure concreto mi pare il proposito di disincagliare la critica dall’inesperienza o dal marketing (o da entrambi). Non trovi? Vorrei che tu considerassi per un attimo l’intreccio tra modernismo e adulazione: la tua impazienza (veteromodernista) non se ne svincola. Mi sembra invece astratto, e compulsivamente competitivo, per non dire precox, il tuo modo di leggere. Cordialitá

        • Innanzitutto tante grazie per la risposta. Non capita spesso che l’articolista di AT partecipi al dibattito.
          Le tue 4 tesi, come già dissi nel primo post, sono molto molto condivisibili. Non era questo il punto. Era il passaggio “dalle parole ai fatti”. Che non vedo ma ora penso sia dovuto alla mia scarsa conoscenza del tuo lavoro. Ecco perché volevo scaricare quel doc e tuoi altri paper sul sito che consigliavi, ma purtroppo non essendo un accademico non mi posso iscrivere (ho provato senza esito). Cercherò anche qualche tuo libro e avremo modo di riparlarne.
          Ma veniamo alla seconda parte della tua risposta. Qui non mi sono chiare molte tue affermazioni, a mio avviso poco motivate (ma potrebbe essere mia capacità di comprendere): quale sarebbe l’intreccio tra modernismo e adulazione, da cui discenderebbe la mia impazienza veteromodernista? Poi perché il mio modo di leggere sarebbe astratto, precox e compulsivamente competititivo, visto che mi sento molto lontano da questi atteggiamenti?
          Grazie ancora per il confronto.

      • Michele Dantini

        ps. Al link consigliato puoi fare download ;)

    • Massimiano Mutarelli

      Credo che i concetti espressi da Michele Dantini forniscano una buona mappa per orientarsi nel mondo della critica d’arte; l’ importanza di avere una vera competenza per evitare di perdersi nella chiacchiera da bar, mi suggerissce anche l’idea che sia necessario non solo aggiornarsi sull’arte strettamente contemporanea perché se è vero che i giudizi si formulano procedendo per confronti, è anche altrettanto chiaro come sia necesasario possedere strumenti potenti ed efficaci per collocare l’arte nella propria epoca; e la storia, le vicende sociali e politiche, la storia economica, per esempio, sono secondo me saperi imprenscindibili in questo campo. Dunque il critico d’arte, se non può essere davvero anche un artista, che sia almeno fortemente preparato intellettualmente.
      Alla lista delle tesi di Dantini, poi, ne aggiungerei una quinta: bisogna trovare un linguaggio reale e personale, e forse costruire una grammatica ed un lessico da critico d’arte, ma è necessario saper raccontare e giudicare questo mondo con parole e formule chiare, evitando libidini e ridondanze in stile Dannunzio… Molte volte l’ostacolo per comprendere l’arte da parte di un pubblico generico non deriva dall’opera in sé, dai suoi segreti, o dalle sue suggestioni, semmai dall’impossibilità di capire suggerimenti e chiavi interpretative di qualche curatore o critico davvero troppo troppo criptico…

    • kilgore trout

      Bene. Delle quattro tesi le prime due sembrano piuttosto voci di un lessico condiviso da ricostruire, cosa peraltro non meno fondamentale. Condivido su tutta la linea. Solo, la prospettiva sistemica della “critica sociale” sembrerebbe contraddire l’approccio della connoiseurship (sensibilità rivolta alla singola opera): in questo senso riesco a immaginare più facilmente che il nostro critico possa “alternare” che non “intrecciare” le due prospettive. La sfida è alta. Anzi sarebbe alta, se il contesto – come più volte registrato da Dantini e tanti altri – non fosse drammaticamente schiacciato dentro una sinergia maligna tra lo strapotere del collezionista-giocatore di borsa, la gioiosa caduta libera delle competenze visive e l’acquiescenza del curatore nei confronti del datore di lavoro. La quarta tesi è forse la più inattesa, ma sacrosanta. Rompere il circolo vizioso artista-curatore (critici non ce n’è)-artista; svergoganre l’avvilente pratica del comunicato stampa come surrogato di un discorso (discorso che si sviluppa, liberamente, contraddittoriamente, nel rapporto tra opera e critica). Ben venga il critico-scrittore. Henry Miller non sarà ricordato come critico d’arte, ma invito a leggere un libro come Big Sur e le arance di Hyeronimus Bosch, per rendersi conto di quanta energia positiva si possa liberare dalla scrittura.Non è esattamente quel che intende Dantini, ma pazienza, diciamo che cominciamo a integrare le tesi.

  • Michele Dantini

    Dire
    che la critica dev’essere libera potrà forse essere banale, occorre tuttavia
    dirlo: posto che il problema di raggiungere pubblici più ampi e sganciarsi da
    “viscose fedeltà” è estremamente attuale – ne scrive ad esempio Groys. Molti si
    interrogano sull’eccesso di marketing, sulle troppe bagattelle,
    sull’inadeguatezza della “scrittura curatoriale” a produrre una qualsiasi
    conoscenza indy (persino Obrist!) e critici di rango come Dave Hickey si
    ritirano da un mondo che non riconoscono più come loro. E potrei continuare a
    elencare voci di dissenso che provengono dal mondo dell’arte contemporanea, non
    da fuori. Per chi è interessato ne ho scritto @ https://www.academia.edu/10325319/Arte_contemporanea._Che_fare_nellepoca_della_Grande_Crisi.
    Provo la necessità di tirarmi fuori dalla cronaca e di recuperare cornici o
    prospettive radicali di lungo periodo per progettare ex novo rapporti soddisfacenti tra arte e società (ne ho scritto a
    porposito della mutazione del museo di arte contemporanea e della fine della
    tradizione delle Fine Arts; ne scriverò in un prossimo editoriale, dedicato
    proprio a una riflessione sul dopo-Charlie
    Hebdo). Peraltro parlo spesso di opere e artisti e mecenati contemporanei.
    Se non parlo di coloro di cui non parlo sarà forse perché non sono interessato
    né alla puerilità né alla petulanza? L’atteggiamento di rifiuto della “teoria” è
    in linea con l’avversione per la “cultura” e gli “intellettuali” così diffuso
    in Italia: non è il mio. Grazie dei commenti MD

  • christian caliandro

    C’è da dire molto semplicemente che, se queste quattro tesi venissero applicate con scrupolo e rigore, da TUTTI, avremmo risolto la maggior parte dei problemi che ci affliggono. Bravo Michele.

  • giorgio

    4 tesi interessanti e che dovrebbero essere seguite da tutti i critici, ma come ricorda LR ci sono più che altro curatori-artisti-registi-primedonne in scena.

    in particolare, apprezzo quella che viene definita critica sociale perché la prospettiva ampia e distaccata (per quanto possibile) permette una scrittura critica obiettiva. mi domando a livello sociale, chi mantiene il critico così libero da vincoli economici, definiti anche “politiche di marketing, il mecenatismo, i viscosi vincoli di fedeltà interni alle tribù.”.
    non è un problema da poco perché un tempo la critica la facevano gli artistocratici, grazie al lavoro degli ignoranti a loro sottoposti. oggi la produzione artistica è assimilata a quella industriale, una produzione in cui si è operai-artisti, manager-curatori. se non si è all’interno del sistema produttivo come si ha il tempo e il modo di formarsi una tale cultura? parlo da pubblico, sì, quello a cui è destinata la quarta tesi. perché il pubblico chiede anche queste delucidazioni, chi sia la persona che “libera”, da quale ambiente sociale provenga. è un discorso ampio che qui posso solo gettare come “amo”, ma l’intelligenza di Dantini mi permette di lanciarlo, so che potrebbe portare a qualche riflessione sociale sul ruolo dell’arte e della critica in una società che non ne chiede, al di là delle élite.

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