La bomba d’acqua. Sul successo di maker faire e start up

Pochi sembrano rendersi conto che dietro l’enorme esplosione delle Maker Faire e dietro la non meno altisonante definizione di start up si stia sostanzialmente parlando dell’uso generalizzato del digitale che anche in Italia si comincia a produrre. Come questo accada – malgrado la criminale mancanza di centri di ricerca, laboratori universitari, eventuali spin off, borse di studio e fellowship di ricerca e diffusione delle creatività digitali – è la maggiore sorpresa.

Massimo Banzi - photo blibbox

È bello che questo parta da una rara esperienza, l’Interactive School di Ivrea che la Telecom purtroppo (e per imperscrutabili ragioni) chiuse dopo pochi anni. Ma l’ottimo Massimo Banzi aveva fatto in tempo a collaborarci e questo credo sia servito. Dopo i complimenti e l’abbraccio di Obama e la diffusione straordinaria dell’hardware Arduino, “l’Italia s’è desta” e si inizia a parlare di produzione nel campo digitale in un Paese in cui praticamente non si producono né hardware né software.
Mentre la prima Maker Faire ha sorpreso tutti, la seconda ha rappresentato una Woodstock di moltitudini a malapena contenute negli spazi dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, ponendo dei problemi di fruizione. Un eccesso di successo. Ma straordinario e carico di sviluppi futuri.
Cosa resta dopo una grande Faire? Una serie di piccoli sviluppi, di cui alcuni crescono (e bene). Il modello americano del Fab Lab si è diffuso in tutto il mondo, dal Perù all’Indonesia. E inizia a diffondersi anche da noi.

Rome Maker Faire - Spaghetti Pop
Rome Maker Faire – Spaghetti Pop

Parlando con Silvio Tassinari del Fab Lab della Garbatella (periferia storica romana), fondato da qualche tempo e ora in pieno sviluppo, vediamo che – a differenza di un normale laboratorio – i fruitori sono portati a partecipare ai processi di apprendimento, ad acquisire pratiche dei macchinari, che sono in questo caso stampanti 3d, taglio laser, tessuti intelligenti ecc. Il passaggio di funzione e d’uso è importante per impostare un rapporto diverso e far diventare il laboratorio una scuola/laboratorio di spazi di lavoro e apprendimento condivisi.
Tutto ciò è sostenuto dalle istituzioni? Naturalmente no, dato che notoriamente la creatività italica si autoproduce e riproduce. Ciò malgrado siano una trentina le persone che collaborano e un centinaio gli iscritti agli apprendimenti. Non rimane che ringraziare Arduino per aver creato un’ondata attivista e sperare sia presto sostenuta dallo Stato.

Lorenzo Taiuti
critico di arte e media
docente di architettura – università la sapienza di roma

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #23


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Lorenzo Taiuti
Lorenzo Taiuti ha insegnato corsi su Mass media e Arte e Media presso Academie e Università (Accademia di Belle Arti di Torino e Milano, e Facoltà di Architettura Roma). E’ esperto delle problematiche estetiche dei nuovi media. È autore di video, installazioni e website, collabora con musicisti sperimentali in produzioni audiovisive. Ha collaborato sui temi di arte e media con vari periodici, tra cui "Giornale dell’Arte", "Virus", "Alias"", "Terzocchio", "Linea d'Ombra", "Repubblica", “Juliet”, “Exibart”, “Artribune”, “Arte e Critica”, “Digimag”, “Noema”, “D’Ars”. Ha pubblicato i seguenti testi sulle tematiche dell’arte e i nuovi media: Arte e media. Avanguardia e comunicazione di massa (Costa & Nolan 1996), Corpi Sognanti. L’Arte nell’epoca delle tecnologie digitali (Feltrinelli 2001), Multimedia. L’Incrocio dei linguaggi comunicativi (Meltemi 2005), I linguaggi digitali (per la serie XXI secolo - Enciclopedia Treccani 2010).