Il tredicesimo viaggio del MAN. Intervista con Lorenzo Giusti

L’intellettuale francese Jacques Lacarrière descrisse il “tredicesimo viaggio” come l’unica condizione possibile data all’uomo per avere un’interazione empatica con l’esperienza dei luoghi. Discutiamo con Lorenzo Giusti, direttore del MAN, della programmazione in corso al museo di Nuoro. Per ragionare sui concept e metodi alla base del suo lavoro.

Antonio Rovaldi, Mi è scesa una nuvola, 2014-2015
Antonio Rovaldi, Mi è scesa una nuvola, 2014-2015

Si è da poco chiusa l’importante mostra dedicata ai rapporti tra l’opera di Alberto Giacometti e i linguaggi della statuaria arcaica. Ci racconti la nascita di questo progetto espositivo?
A un passo dal tempo è stata una mostra diversa da quelle prodotte dal museo sino a oggi, con un’apertura cronologica che mai si era sperimentata prima. Alcuni dei lavori più intensi di Giacometti, dagli Anni Trenta alla metà dei Sessanta, dalle sculture surrealiste a quelle più marcatamente esistenziali, a confronto con opere esemplari dell’arte primitiva, egizia, etrusca, nuragica, africana. Una mostra che ha fornito elementi inediti di lettura e che, tra le altre cose, ha permesso al pubblico di scoprire i quaderni di appunti dell’artista, gli studi, le copie dall’antico, gli schizzi sui libri d’arte sottratti alla biblioteca del padre, fondamentali per risalire all’origine del processo creativo, per provare a tracciare una mappa più esaustiva di quelle che Baxandall chiamava “le forme dell’intenzione”.

Qual è stata la scintilla, il pretesto che ha dato inizio al progetto?
Tutto è nato da una frase di Giacometti, da cui i curatori della mostra – Pietro Bellasi e Chiara Gatti – hanno preso spunto per avviare il loro percorso di indagine. “Tutta l’arte del passato, di tutte le epoche, di tutte le civiltà, apparve davanti a me. Tutto era simultaneo, come se lo spazio avesse preso il posto del tempo”.

Qual è la funzione di questa mostra in una visione strategica del museo, sia sul piano territoriale sia su quello del dibattito culturale contemporaneo?
La mostra di Giacometti segue quelle di Marino Marini e Jean Arp ed è la terza di un ciclo dedicato alla scultura nel Novecento. Mostre a cui sono stati sempre affiancati progetti che hanno messo il museo in contatto con alcuni degli artisti contemporanei più interessanti, più innovativi, della scena internazionale.
Nella nostra idea di lettura del mondo attraverso l’arte, il racconto storico è precario come lo è l’analisi della più stretta attualità. C’è una linea orizzontale che lega passato e presente e su questa linea si muove la produzione artistica, con salti in avanti e brusche marce indietro. Di nuovo torniamo alla frase di Giacometti, a una “simultaneità della visione”, alla possibilità di abbracciare, in un istante, in un unico sguardo abbagliante, tutta l’arte, di tutte le epoche, contemporaneamente, nello stesso momento. E il momento non può che essere quello presente, anche per l’arte del passato, che di colpo si fa arte dell’oggi.
Ci siamo chiesti come rendere “contemporanea” una Madre Mediterranea di 6mila anni fa o un aruspice etrusco del III secolo. Come rendere palese il fatto che tutta l’arte è stata contemporanea. Da qui l’idea del bianco totale, che ho chiesto all’architetto Maurizio Bosa di applicare in maniera radicale. In questo modo lo spazio si annulla, con lui la percezione del tempo e tutto viene come proiettato in un presente continuo.

Vivian Mair, Sans titre, Chicago, IL, 1980 ca. - Maloof Collection, Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York
Vivian Mair, Sans titre, Chicago, IL, 1980 ca. – Maloof Collection, Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York

Tutto era simultaneo, come se lo spazio avesse preso il posto del tempo”. Mi pare di intuire che la tua interpretazione del museo MAN nello spazio di discussione dell’arte, e della sua dislocazione geografica, sia questo: non tanto esotico o di confine, ma museo come ponte, iperlink in una dimensione a più scale. Possiamo inscrivere in questo senso anche le mostre in corso, prime su tutte quelle di Hamish Fulton eMichael Höpfner, se consideriamo il livello esperienziale. Ci puoi parlare di concept e allestimento?
Canto di strada – la mostra di Fulton e Höpfner – nascedalla rilettura di un grande classico, che è Walking di Thoreau. Un saggio breve e folgorante, pubblicato un anno dopo la morte dell’autore, nel 1863, che mette in guardia dai pericoli della civiltà industriale individuando nella natura selvaggia la vera patria dell’uomo e nel camminare una pratica di elevazione e di salvezza. Anacronistico? Può darsi, ma le cose cambiano significato in relazione ai tempi e al contesto in cui si inseriscono, e quello della Barbagia è sicuramente un contesto anomalo, dove l’esperienza della “wilderness” è forse ancora possibile. Non esotico in senso letterario, ma senza dubbio autentico, per certi aspetti primordiale e sicuramente caratteristico.
Questo “ritorno alle origini” ci consente di sviluppare alcune riflessioni sul presente. I primi dieci del Duemila sono stati gli anni della vague “green”, spentasi come un fiammifero con l’arrivo della crisi economica globale. Che fine hanno fatto le teorie post-ambientaliste? Cosa rimane di quello slancio, partecipato dagli artisti, a riscrivere i canoni di un nuovo pensiero ecologista? Forse un ritorno alle origini – quelle origini così fortemente criticate nel decennio scorso – può favorire la riapertura di una riflessione interrottasi troppo bruscamente.

Come si inseriscono le mostre in questa riflessione?
Il progetto di Hamish Fulton e Michael Höpfner è il frutto di due settimane di immersione nella natura aspra del Supramonte e del Gennargentu. Attraverso l’utilizzo di linguaggi diversi, i due artisti aprono riflessioni sulla relazione tra immagine ed esperienza, oltre che sul rapporto tra uomo e ambiente, inteso sia come ambiente naturale sia come ambiente urbano. Su questi due macrotemi abbiamo costruito il programma espositivo e didattico del 2015.
Le mostre che affiancano Canto di strada – la personale di Antonio Rovaldi, Mi è scesa una nuvola, e la collettiva Civil Servants, a cura di Micaela Deiana –sviluppano in forma diversa queste problematiche.

Potresti fare un accenno a questi ultimi due progetti? Gestazione, sviluppo, tangenze e distanze con le altre mostre?
La mostra di Antonio Rovaldi è parte del progetto Orizzonte in Italia, cominciato nel 2011 con il viaggio in bicicletta attorno alla Penisola e concluso dall’artista nell’estate dello scorso anno con l’esperienza sarda. Il lavoro sviluppa tematiche relative alla percezione dei luoghi e del paesaggio, con un’attenzione specifica alla dimensione della distanza fra i luoghi, che, in questo caso, l’artista tenta di fermare attraverso una serie di scatti fotografici della linea dell’orizzonte.
Rovaldi aveva collaborato con Michael Höpfner alcuni anni fa durante una residenza all’ISCP di New York. I due artisti hanno in comune una predisposizione per il viaggio “lento”. Entrambi costruiscono racconti di luoghi in cui la dimensione fisica si lega a quelle della memoria e dell’isolamento. L’idea di fare coincidere la conclusione del progetto Orizzonte in Italia con la mostra di Fulton e Höpfner è dunque nata spontaneamente.

A un passo dal tempo - MAN, Nuoro 2014
A un passo dal tempo – MAN, Nuoro 2014

E per quanto riguarda la collettiva?
Civil Servants presenta alcune ricerche artistiche portate avanti in Sardegna nel corso degli ultimi anni e che hanno sollevato importanti questioni ambientali. Attraverso le narrazioni di quattro artisti sardi – Riccardo Fadda, Pasquale Bassu, Eleonora Di Marino e Leonardo Boscani, quest’ultimo impegnato da diversi anni su questo fronte, con operazioni che spesso si aprono a una dimensione partecipata – la mostra analizza soprattutto gli effetti delle politiche di occupazione e sfruttamento del suolo a opera di poli industriali che hanno caratterizzato la “rinascita industriale sarda” negli Anni Sessanta e Settanta. Coniugare un pensiero globale e un’azione locale, come fa questa mostra, è uno dei principi che guidano l’azione del museo.

Tornando a Canto di strada, come si è sviluppato il progetto? Come avviene la traduzione dal territorio dell’esperienza allo spazio dell’esposizione? Quali metodologie hai pensato di utilizzare?
In mostra ci sono fotografie, wall drawing, disegni e installazioni, com’è nella pratica e nel linguaggio dei due artisti; più concettuale quello di Fulton, con testi o grafici di percorso, più legato all’immagine quello di Michael, con fotografie, negativi, diapositive e installazioni. L’esposizione è stata preceduta da un momento di approfondimento sulle pratiche artistiche legate al cammino, coordinato da Francesco Careri, e accompagnata da un programma di attività laboratoriali a cura della sezione didattica del museo e da esperienze di cammino per il pubblico, in collaborazione con artisti e guide ambientali del territorio.
Il pensiero nomade, proprio di molte culture native (dall’Asia all’America, dall’Africa all’Australia), è ciò che fonda le esperienze di entrambi gli artisti, costruite attorno a un’idea del cammino come atto creativo e come strumento di conoscenza di sé e del reale. Canto di strada, il titolo della mostra, evoca The Songlines, il libro di Bruce Chatwin dedicato ai canti rituali aborigeni, usati per disegnare linee invisibili nel paesaggio, come “tracciati nomadi”. Allo stesso tempo il titolo della mostra richiama il “canto a tenore” della tradizione sarda, la polifonia tipica della comunità pastorale, dedita alla transumanza, e quindi nomade per necessità.

Come si collegano queste riflessioni specifiche e tematizzate a un livello più generale della critica e della curatela contemporanea? Quale visione e quali strumenti?
Il discorso è piuttosto complesso, provo a rispondere in parole povere. Mi pare che oggi si stia tornando a dare valore all’analisi e alla scrittura e a rivedere alcuni dei principi su cui la curatela si è fondata negli ultimi anni. Tornare a leggere Thoreau, riscoprire la coerenza radicale di un artista come Fulton, invece di proporre, ad esempio, un progetto più articolato, che affronti in maniera interdisciplinare la questione ambientale – cosa che anche io ho fatto qualche anno fa, in una mostra alla Strozzina di Firenze – va un po’ in questa direzione.
Il mio sentimento è che oggi ci sia bisogno di progetti che tematizzino il disagio del nostro tempo riconducendolo a un’esperienza (che sia direttamente quella dell’artista o quella dello pubblico coinvolto). Come per l’economia, occorre riconnettere l’arte alla realtà dell’esperienza, avere il coraggio di abbandonare certe convenzioni linguistiche, che oggi sembrano essersi rinchiuse nei codici, e riportare lo spazio esperienziale, il vissuto, dentro le opere e dentro i progetti.

Hamish Fulton, Sentiero. Sardinia, 2014
Hamish Fulton, Sentiero. Sardinia, 2014

Secondo la tua esperienza e i progetti futuri, la capacità dell’arte di sintetizzare paesaggi, esperienze, cultura lato sensu, e – allo stesso tempo – di restituire qualità di vita e autodeterminazione (concetto di capabilities in Sen), può essere ricollegata a idee una sorta di ecologia della visione che si contrappone all’immagine contemporanea? L’inoperosità (Agamben, L’uso dei corpi) può essere un nuovo concetto politico di osservazione del reale che si contrappone alla partecipazione attiva?
Mi porti su un terreno che richiederebbe altri spazi di discussione e che non è il mio. Non saprei bene come declinare il discorso di Agamben su un piano curatoriale, ma indubbiamente l’idea di un’opera che cerca di schivare il suo divenire opera, che si disattiva in quanto opera per non esaurirsi e rimanere in vita è molto affascinante.
Il mio discorso vorrebbe essere più di tipo “ecosofico”, per dirla con Guattari. In questa prospettiva la crisi che stiamo vivendo viene a definirsi come un problema reale, di natura cognitiva prima ancora che sociale e ambientale. La questione ecosofica pone un problema generale, ma non sottovaluta il problema del singolo, dell’esperienza. All’interno di questo problema l’arte ha indubbiamente un ruolo, e questo è confortante per noi che ce ne occupiamo.

Una piccola anticipazione sul futuro del museo, della tua attività all’interno e della programmazione già organizzata?
In estate presenteremo il progetto dedicato a Vivian Maier, la fotografa bambinaia divenuta celebre grazie al ritrovamento di John Maloof, autore del documentario Alla ricerca di Vivian Maier, quest’anno candidato all’Oscar. La mostra sarà la prima ospitata da un museo italiano. La storia di “tata Vivian” è straordinaria, perfetta per un romanzo esistenziale o come trama di una commedia agrodolce. Ma al di là del racconto, al di là dei segreti di questa donna rimasta nel buio per quasi sessan’tanni – mai una mostra, neppure marginale, mai una pubblicazione –  c’è il suo grande lavoro fotografico, su cui molto rimane ancora da dire. Di lei si parla oggi come di una grande fotografa, da accostare ai maestri del reportage di strada, Robert Frank, Diane Arbus, Lisette Model.
Parallelamente alla mostra di Vivian Maier presenteremo una serie di nuovi lavori di Thomas Hirschhorn, artista svizzero che da anni porta avanti una ricerca sul ruolo dell’immagine nelle dinamiche comunicative della società contemporanea. Hirschhorn ha fatto proprie le teorie di autori come Deleuze, Bataille, Foucault e Gramsci, a cui nel 2013 ha dedicato un monumento nel Bronx, che in realtà non è un monumento ma uno spazio aperto di incontro e discussione. Proprio il legame con Gramsci ha portato l’artista a conoscere la Sardegna. Dopo il talk dell’anno scorso a Ghilarza abbiamo deciso di presentare al MAN una nuova serie di collage di grandi dimensioni, traendo spunto da uno degli ultimi scritti di Hirschhorn, Why Is It Important – Today – to Show and Look at Images of Destroyed Human Bodies?, pubblicato nel 2012.

Giangavino Pazzola

Nuoro // fino al 6 aprile 2015
Hamish Fulton / Michael Höpfner – Canto di strada
a cura di Lorenzo Giusti
Antonio Rovaldi – Mi è scusa una nuvola
Civil Servants
a cura di Micaela Deiana
artisti: Riccardo Fadda, Pasquale Bassu, Eleonora Di Marino, Leonardo Boscani
MAN
Via Satta 15
0784 252110
[email protected]
www.museoman.it

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/42060/hamish-fulton-michael-hopfner-canto-di-strada/
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/42061/antonio-rovaldi-mi-e-scesa-una-nuvola/
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/42062/civil-servants/

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Giangavino Pazzola
Laureato in Lettere e Comunicazione all'Università di Sassari. Attualmente vivo a Torino, dove studio Comunicazione Pubblica e Politica. Curatore indipendente e blogger, nel 2011 ho vinto il Premio MANizos, per giovani curatori d'arte in Sardegna (Museo MAN/AMACI). Dal 2009 collaboro con il Progetto Cyou - Festival dell'Arte Contemporanea, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco e dal 2010 con Tiscali Cultura e Poxart.