Giò Marconi. Nuova sede per venticinque anni di galleria

Da Trisha Baga a Gunter Förg, da Lucie Stahl a Oliver Osborne a Rosa Barba. È “Yes we’re open”, mostra con la quale il gallerista milanese Giò Marconi ripercorre i suoi venticinque anni di attività. E qui rivela il progetto di apertura dei nuovi spazi in via Tadino 20.

Giò Marconi - photo Filippo Armellin
Giò Marconi - photo Filippo Armellin

Giovedì 19 febbraio Giò Marconi festeggerà i venticinqueanni di attività non solo con l’apertura al pubblico di nuovi spazi, ma anche con Yes we’re open, mostra collettiva che metterà alla prova versatilità e capienza della nuova sede, attraverso un percorso che mostrerà, come una possente sciarada, ventisette tra i più noti artisti che da diverso tempo lavorano con il gallerista milanese. Da Franz Ackermann a Will Benedict, da Matthew Brannon a Nathalie Djumberg, da Simon Fujiwara a Francesco Vezzoli e Grazia Toderi. Persino l’immagine grafica della selezione di lavori è stata ideata da Chris Rehberger, fondatore dell’agenzia di graphic design berlinese Double Standards, che ha all’attivo collaborazioni con artisti, musei e fondazioni d’arte contemporanea in tutto il pianeta. Giò Marconi racconta senza svelare lo slancio nascosto dietro il nuovo progetto.

Durante un’intervista hai affermato di credere in Milano e che anche per la promozione dell’arte giovane italiana è importante che i collezionisti vengano qui in Italia. Quale segnale, e a quali fra i tuoi pubblici, viene lanciato con la scelta di aprire un nuovo spazio?
Mi piacerebbe che l’inaugurazione di un nuovo contenitore per l’arte fosse il veicolo per comunicare l’attitudine al contemporaneo della città.Milano è presente, attiva, al suo interno pulsano diversi progetti: penso all’esperienza editoriale di Mousse, a MiArt…

Il momento più bello e più brutto di questi venticinque anni. Che differenza c’è, a livello di mercato, tra gli Anni Novanta, quando hai iniziato, e oggi. Cosa è meglio e cosa, invece, è peggio?
Il momento più bello è sicuramente il lavoro con l’artista: spesso si stratta di un percorso complesso, tanto che a volte è anche il momento più faticoso, ma sicuramente quello che regala le maggiori soddisfazioni.
Negli ultimi vent’anni il mercato dell’arte ha vissuto lo stesso andamento dell’economia in generale, fino ad assumere una dimensione globale. Questo rappresenta un aspetto positivo nella misura in cui amplia gli scenari e offre nuove possibilità di azione, ma si rivela un’arma a doppio taglio nel momento in cui ripropone le stesse dinamiche speculative della finanza.

Dasha Shishkin, I don’t care if I can’t understand you, but you can’t sit in the gutter all day, 2012
Dasha Shishkin, I don’t care if I can’t understand you, but you can’t sit in the gutter all day, 2012

Cosa succederà nei vecchi spazi? La Fondazione di tuo papà resterà al suo posto?
La scelta di spostarsi è stata casuale. Quando mio padre mi ha informato che Paolo Zani pensava di trasferire la sede della Galleria Zero dal 20 di via Tadino in viale Premuda, ho pensato che potesse essere l’occasione giusta per pensare a un nuovo spazio per gli artisti. Mio papà ne è molto felice, avrà uno spazio più ampio e potrà lavorare sull’architettura secondo nuove modalità.

Quali nuove necessità/caratteristiche/possibilità offrono i nuovi spazi rispetto ai precedenti? Potresti, in breve, descriverli?
Non voglio svelare troppo. Anticipo solo che il nuovo spazio si connota per la presenza di un’unica grande sala.

Come si è modificato, durante i tuoi venticinque anni di carriera, il flusso di galleristi/artisti in via Tadino? Esiste, a tuo modo di vedere, un distretto dell’arte di Porta Venezia?
Negli anni quest’area è stata un vero e proprio crocevia di esperienze: qui sono transitati, fra gli altri, Massimo De Carlo e Peep Hole, che ora si sono spostati altrove, e appunto la Galleria Zero, che è rimasta in questa zona. Come raccontavo prima, la ricchezza di Milano è proprio questa: non un unico distretto del contemporaneo, ma un’attitudine diffusa.

Simon Fujiwara, New Pompidou, 2014
Simon Fujiwara, New Pompidou, 2014

Per quale motivo hai affidato il progetto a Kuehn-Malvezzi? Quali i loro approcci nei confronti degli spazi allestitivi?
Simona Malvezzi è mia amica da molto tempo, avevamo già lavorato insieme per lo spazio di via Tadino 15, così mi è venuto naturale coinvolgerla insieme a Chris Rehberger di Double Standards, fratello dell’artista Tobias Rehberger, per la grafica.
Lo studio Kuehn-Malvezzi ha all’attivo diversi interventi in prestigiosi contesti espositivi: Documenta 11, l’allestimento della Frick Collection all’Hamburger Bahnhof di Berlino, solo per fare un paio di esempi. Mi piace il loro essere “per l’arte”, il loro intervenire architettonico non mai invadente, ma sempre condotto in nome un’estetica di equilibri e bilanciamenti, in cui lo spazio viene pensato come elemento di supporto e valorizzazione dell’arte.

A tuo modo di vedere, quanto Expo modificherà – positivamente, negativamente oppure sensibilmente – visibilità e vendite in galleria? Sei già stato contattato da collezionisti stranieri che verranno eccezionalmente a Milano per visitare Expo?
Credo che Expo possa rappresentare una buona occasione in generale per l’economia, ma nello specifico non penso che influirà in maniera sensibile sulla visibilità o sulle vendite della galleria.

Potresti anticipare alcuni artisti che hai in programma di esporre successivamente a Yes we’re open?
Certo! Ti posso già fare tre nomi: subito dopo la collettiva Yes we’ re open, verso fine aprile presenterò Alex Da Corte, che ha da poco concluso una personale all’Institute of Contemporary Art di Philadelphia. Poi sarà la volta di Oliver Osborne ed Allison Katz.

Giò Marconi - photo Filippo Armellin
Giò Marconi – photo Filippo Armellin

Hai intenzione di ampliare anche la tua scuderia di artisti emergenti? Se sì, esiste un Paese verso il quale prediligi guardare?
Io mi guardo costantemente attorno! Negli anni ho avuto sicuramente una predilezione, quasi un’ossessione, per la Germania. Lì ho trovato non solo tedeschi ma artisti da tutto il mondo come Nathalie Djurberg e Hans Berg, di origini svedesi, e Simon Fujiwara, giapponese che vive tra Londra e Berlino. Ma ora devo confessare che non ne sono più così ossessionato.

Ginevra Bria

Milano // fino al 18 aprile 2015
inaugurazione il 19 febbraio 2015 ore 19-21
Yes we’re open. Group Show
GIÒ MARCONI
Via Tadino 20
02 29404373
[email protected]
www.giomarconi.com

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/42099/yes-were-open/

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Ginevra Bria
Ginevra Bria è critico d’arte e curatore di Isisuf – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano. E’ specializzata in arte contemporanea latinoamericana. In qualità di giornalista, in Italia, lavora come redattore di Artribune e Alfabeta2. Vive e lavora a Milano.