Ernie Gehr al CAC di Ginevra. L’intervista

Vive a Brooklyn dal 1971, ancora oggi lavora con un telefono-fax degli Anni Ottanta che funziona benissimo e non ha intenzione di comprare uno smartphone. Dal 2004 lavora con il digitale. Ernie Gehr, classe 1941, è un filmmaker degli Anni Sessanta e Settanta il cui lavoro nasce come risposta alla manipolazione ideologica delle immagini. Fino al 26 aprile il CAC di Ginevra celebra questo esponente di spicco del movimento Structural Film con una importante personale incentrata su lavori recenti, di cui cinque videoinstallazioni in prima mondiale prodotte dal centro diretto da Andrea Bellini. Mentre il New York Times lo pone tra i filmmaker più “penetranti e influenti” ancora attivi.

Ernie Gehr - Bon Voyage - veduta della mostra presso il CAC, Ginevra 2015 - photo Annik Wetter
Ernie Gehr - Bon Voyage - veduta della mostra presso il CAC, Ginevra 2015 - photo Annik Wetter

Vivi a Brooklyn dal 1971 e questa mostra è molto incentrata su questa città: ti senti newyorchese?
Sì, non devi esserci nato per sentirti un suo cittadino. La maggior parte delle persone che vi abitano si sentono così: tessere di una cultura non omogenea. Forse i veri newyorchesi sono stati i nativi americani, prima che gli europei giungessero qui. Ma non ne sono certo, anche loro arrivavano da altrove. La storia delle comunità è una storia in movimento.

Cosa ti piace della capitale mondiale dell’arte?
Coesistono frammenti di culture molto diverse. La metropolitana è un esempio lampante. Qui senti che la cultura americana non è singolare ma plurale: in essa convivono molti punti di vista e infiniti modi di vivere. Lo trovo interessante.

New York è molto presente in questa mostra. Come ci hai lavorato, come hai scelto i lavori?
Quando Andrea Bellini mi ha invitato, mi ha lasciato la libertà di fare ciò che volevo. Sono partito dalla pianta dello spazio espositivo, studiando la struttura, il suo senso. Volevo che il pubblico passasse da una stanza all’altra circolando in come in un loop, ancora e ancora.

Ernie Gehr
Ernie Gehr

Come hai lavorato sulle nuove opere prodotte?
Diciamo che io lavoro giorno per giorno, e che ogni giorno è un giorno diverso.

Canal street, la Bowery: vita di strada. Da dove trai ispirazione per iniziare un nuovo lavoro? La città ti manda messaggi?
Sono interessato a esperienze essenziali, alla vita ordinaria, ai gesti quotidiani. In mostra vedi solo fenomeni ordinari.

Ma resti sperimentale: ogni volta cambi il modo di vedere o l’elaborazione delle immagini.
Sì, buona parte del lavoro sta nel selezionare i materiali. Tutto deve fondersi in un’esperienza che raccolga intellettualità ed emozione. Non è come fare pittura o fotografia, dove componi tutto su una superficie, nel video lavori con il tempo. Io sono antinarrativo: non seguo il sistema che impone l’esposizione, lo sviluppo e la risoluzione.

Ernie Gehr - Bon Voyage - veduta della mostra presso il CAC, Ginevra 2015 - photo Annik Wetter
Ernie Gehr – Bon Voyage – veduta della mostra presso il CAC, Ginevra 2015 – photo Annik Wetter

Cosa ti interessa allora? Dicevi che per la mostra sei partito dalla pianta dello spazio del CAC…
Da quando vivo a New York ho sempre voluto fare una mostra che mettesse insieme frammenti di vita quotidiana in città. Se guardi la topografia della città, scopri che è un pezzo di terra circondata dall’oceano e attraversata da molteplici corsi d’acqua, piccoli e grandi. Per me lo spazio urbano è come acqua.

Bon Voyage è il video che dà il titolo alla mostra.
È il varo di una nave negli Anni Venti, tempo in cui la tecnologia era vista come un’opportunità di miglioramento. Questa nave era destinata a portare emigranti in America. Sui moli di New York sbarcavano popoli interi, un quarto di loro sarebbe rimasto in città, mentre gli altri si sarebbero sparsi nella nazione.

Però il video non ha un senso documentario, anzi diventa presto un gioco astratto di ordinate e diagonali.
Volevo creare un video Houdini, l’escapologo che visse in quel periodo. A un certo punto la nave, tutta incatenata, sparisce come per magia, si libera. Applicando l’elaborazione digitale a un filmato di archivio, volevo creare un miraggio.

Ernie Gehr - Bon Voyage - veduta della mostra presso il CAC, Ginevra 2015 - photo Annik Wetter
Ernie Gehr – Bon Voyage – veduta della mostra presso il CAC, Ginevra 2015 – photo Annik Wetter

Cosa vuoi suscitare nello spettatore quando progetti una tua “visione” della città e delle cose?
Un aspetto è il piacere degli occhi. Mi interessa il video come fenomeno in sé. Portare sullo schermo la vibrazione della città, con il suo rumore. L’esperienza visiva del lavoro e il lavoro come esperienza visiva sono per me più importanti del messaggio.

I contenuti sono importanti per te?
Spesso nei video ce ne sono troppi, e ti dicono come guardare e cosa pensare delle cose rappresentate. Io cerco di trovare un equilibrio tra la rappresentazione e l’astrazione. Voglio osservare i fenomeni dell’esistenza in un modo più calmo, in una prospettiva neutrale, senza voler condizionare lo spettatore come fanno la tv e i film.

Facendo ciò, assumi il ruolo di critico dell’immagine.
Naturalmente, le immagini si usano per manipolare le persone e per indurle a comprare un’auto o un detersivo. Ecco cosa fanno le immagini per la maggior parte del tempo.

Ernie Gehr - Bon Voyage - veduta della mostra presso il CAC, Ginevra 2015 - photo Annik Wetter
Ernie Gehr – Bon Voyage – veduta della mostra presso il CAC, Ginevra 2015 – photo Annik Wetter

Quando hai iniziato a lavorare negli Anni Sessanta, cosa facevano le immagini?
Facevano la Guerra del Vietnam. Sia la destra sia la sinistra le usavano per dire cose diverse, ma il loro potere manipolatorio sulle immagini era simile. Sentivo che stavano insultando la mia intelligenza: volevo informazioni neutrali.

E le hai trovate?
Parzialmente, quando ho iniziato a lavorare in modo alternativo usando immagini e suoni. Il mio scopo non era manipolare l’audience ma dare una presentazione delle cose. Ero interessato a vedere qualcosa così com’è.

Nel 1963 Andy Warhol gira Sleep, in cui filma per cinque ore il suo amico John Giorno che dorme. L’anno successivo gira Empire, otto ore di camera fissa sull’Empire State Building. C’era la ricerca di una oggettività. A te che effetto fece?
Warhol non l’ho mai incontrato di persona ma ero intrigato da quei suoi film. Ero affascinato dall’immagine come durata e come fenomeno: lui non toccava nulla, quel che vedevi stava giusto accadendo. Però non credo che avesse interesse a portare le cose su un piano puramente formale. Infatti, con Paul Morrisey, iniziò a produrre lavori narrativi prendendo un’altra strada.

Ernie Gehr - Bon Voyage - veduta della mostra presso il CAC, Ginevra 2015 - photo Annik Wetter
Ernie Gehr – Bon Voyage – veduta della mostra presso il CAC, Ginevra 2015 – photo Annik Wetter

Filmare il fenomeno in sé, e poi gli altri ne abbiano la percezione che preferiscono.
La percezione è sempre soggettiva, e la soggettività mi attrae. Il nostro vedere dipende da dove veniamo, dalla cultura, l’educazione, la personalità. In casi limite anche la fisiologia dell’occhio è soggettiva. Alcuni non percepiscono i colori o la profondità.

Un aspetto, quello della soggettività della percezione, che diventa centrale nella guerra delle immagini, e alle immagini, che contrappone oggi civiltà e religioni diverse. Cosa pensi di uno strumento come Youtube?
Non sono così interessato a Youtube, trovo che i lavori siano male rappresentati da quel mezzo. I filmati pensati per il grande schermo dovrebbero essere fruiti su grande schermo.

È come un fast food delle immagini.
La gente lo usa e io posso capirlo, ma personalmente dedico il mio tempo ad altro.

Ernie Gehr - Bon Voyage - veduta della mostra presso il CAC, Ginevra 2015
Ernie Gehr – Bon Voyage – veduta della mostra presso il CAC, Ginevra 2015

Negli Anni Settanta non eri l’unico a fare cinema sperimentale, cosa cercavate?
Con le persone a cui ero vicino, e con le quali si lavorava, si condivideva l’idea che il nostro lavoro avrebbe creato un mondo migliore, se vuoi, proprio grazie al nostro differente approccio alle cose.

Oggi pensi che sia stato così?
Credo che abbia aiutato, non volevo cambiare il mondo, nessuno può farlo, ma si può influire su di esso aiutando le persone a vedere in altri modi.

Sei nella storia sotto l’etichetta dello Structural Film.
Non volevamo creare un movimento, ma condividere le nostre idee in amicizia, non ci chiedevamo se quel che stavamo facendo era o no Structural. Il nostro lavoro era senza futuro. Dovevamo fare un altro mestiere per vivere, ma proprio questo ci rendeva più liberi di creare ciò che volevamo davvero, senza pressioni da parte del mercato.

Nicola Davide Angerame

Ginevra // fino al 26 aprile 2015
Ernie Gehr – Bon voyage
a cura di Andrea Bellini
CAC
Rue des Vieux-Granadiers 10
www.centre.ch