Inpratica. Considerazioni sulla musica indipendente italiana

“And then I learnt that being outside is not so bad because from the outside you can look inside”. Da quando mi capitò d’imbattermi in questa frase di David Lamelas, ho sempre percepito distintamente quanto identifichi ciò che mi aspetto da un buon lavoro artistico, soprattutto di ricerca indipendente: uno sguardo, una visione da un punto di vista altro, esterno se vogliamo, verso quell’interno che può tradursi in una miriade di variabili differenti – società, identità, politica, memoria, e potremmo andare avanti per molto (bellezza, sentimenti…).

Folla a un concerto

Un auspicio e insieme un tramite grazie al quale poter guardare con gli occhi di altri, aggiungere un’ulteriore prospettiva agli orizzonti conosciuti e – perché no? – anche farli vacillare. E non è detto che tutto ciò sia necessariamente voluto in partenza, studiato e pianificato dall’autore: può anche essere raggiunto nella più completa naturalezza priva di sovrastrutture. Un musicista nello specifico può riuscire in questo attraverso vari strumenti a sua disposizione: il suono, il testo, il lavoro in studio, la fisicità propria di un live, la grafica che accompagna la sua pubblicazione.
Ecco, se mi fosse chiesto di descrivere con una parola quella che da un decennio a questa parte si configura come la scena della musica indipendente in Italia, userei l’aggettivo facile: facile come immediato, rassicurante, compiacente. Non proprio ciò a cui la premessa appena conclusa farebbe pensare. Ma c’è poi qualcosa di sbagliato nel produrre musica facile? A memoria, credo la si chiami pop. Un genere precisamente determinato, così come precisamente determinati sono le sue regole, il suo contesto e, va da sé, il suo pubblico. Sembrerebbe dunque che tale facilità abbia di netto invaso il territorio della musica outsider, appropriandosene al punto che di questa si faticano a trovare degli esponenti, che pur ci sono, poiché essi a loro volta tenuti ai margini di quello che un tempo era il loro campo (già di per sé outside di qualcos’altro).

Un ritratto fotografico di David Lamelas
Un ritratto fotografico di David Lamelas

La prima reazione che mi sarei aspettata da parte del pubblico di tale settore sarebbe stata un istintivo allontanamento da queste nuove modalità accompagnato da una riconferma, forse anche abbastanza netta e rumorosa, delle specificità a cui era abituato. Se di solito si reagisce con fermezza e orgoglio della propria identità/indipendenza davanti all’invasione dei propri territori, questo particolare pubblico ha, al contrario, non soltanto accolto l’irruzione ma avallato il suo ambientamento, negando di fatto all’invasore il suo essere tale. Fino a qui nulla di male, anzi: parrebbe un esempio lodevole di sincera e matura contaminazione.
Ciò che non torna nell’equazione è infatti altro: l’accettazione da parte del pubblico di questa facilità e al contempo il suo volerla negare; la volontà netta di ammantare di una valenza culturale, sociale, figure che al contrario ne sono prive (i nuovi cantautori, interpreti della quotidianità e della società contemporaneadi periferia o centro città) in un continuo wannabe spietato e insieme estremamente umano. Forse perché lavori che davvero permettano di guardare dentro sono troppo impegnativi da affrontare e risulta più comodo ricorrere a dei surrogati? Per quanto una componente di questo tipo sia sicuramente presente, credo che una risposta del genere non sia sufficiente e finisca solo per risultare sgradevolmente élitaria.

Perché qualcuno dovrebbe stupirsi davanti a una serie di scatti multipli della strada che percorre tutti i giorni, con l’inquadratura posta alla sua altezza ed evidenziati soltanto i dettagli facilmente catturabili dai suoi occhi in ogni momento? Forse perché non sa guardare, o pensa che quello sia l’unico punto di ripresa possibile, o ancora non ha identità. Quando questa identità manca, alla società prima ancora che all’individuo, il soggetto non sa come collocarsi nel mondo e rispetto agli altri e le cose che lo circondano; si pensa chiamato (e da chi, poi?) ad esprimere un giudizio, un’opinione che sente di non essere all’altezza di formulare davanti a fatti, pensieri, opere complesse. Stabilisce il valore di un lavoro musicale in base al proprio riconoscersi in un testo, parametro di giudizio dichiaratamente appartenente all’ambito pop, facendo del gusto personale un’argomentazione inattaccabile in nome del libero pensiero (come dire: fine delle trasmissioni). Identifica come interpreti di una società che non è in grado di leggere figure che ne sono in realtà il prodotto finito.
Interprete è però chi ci si pone dinanzi reggendo uno specchio e ci spinge a guardare l’immagine che in esso si riflette. Chi persiste a tenere in mano quello specchio, fino a che non saremo in grado di affrontare non solo l’immagine che vi si riflette, ma anche il suo referente: noi stessi.  Chi da fuori sa guardare all’interno e ci chiama a fare lo stesso, o per lo meno a provare. E cosa fa dunque più paura della propria immagine, quando non si è in grado di (ri)conoscerla?

Valeria Romano