Due cipolle in copertina. Eugenia Vanni si racconta

L’autrice della copertina di Artribune Magazine numero 23 è nata a Siena, città ancorata alle bellezze del passato. Dal padre pittore e scultore ha appreso le tecniche artistiche più varie. Il trasferimento a Milano è stato una lezione di vita: un atto di ribellione al clima domestico per aprirsi al mondo, per ritrovare in seguito le proprie origini con maggiore consapevolezza. Non ha fretta, Eugenia Vanni, perché il suo percorso è “lento, fatto di tappe, prove ed errori”. Quegli errori che l’hanno fatta crescere, maturare senza mai creare cesure nette col passato, perché “non possiamo prescindere dalla nostra biografia”.

Eugenia Vanni, Ritratto di giovane ragazzo. Preparazione verde per incarnato, 2014 – colori a olio Mussini su giacca di pelle, poster cm 112x80 – courtesy l’artista e Galleria Riccardo Crespi, Milano – photo Marco Cappelletti
Eugenia Vanni, Ritratto di giovane ragazzo. Preparazione verde per incarnato, 2014 – colori a olio Mussini su giacca di pelle, poster cm 112x80 – courtesy l’artista e Galleria Riccardo Crespi, Milano – photo Marco Cappelletti

Che libri hai letto di recente e che musica ascolti?
L’uomo senza qualità di Robert Musil. Leggo anche molti fumetti. Mi piace il pianoforte, specialmente pezzi classici, e poi il rock.

I luoghi che ti affascinano.
Tutti, basta che non ci sia la fila.

Le pellicole più amate.
Mi piacciono i thriller. Amo molto David Lynch, film come Strade Perdute e Velluto Blu.

Artisti guida.
Mi sento una Casanova. Mi ricordo tutte le opere belle che ho visto, ma è solo dell’ultima che m’innamoro.

Eugenia Vanni, Ritratto di giovane ragazzo. Preparazione verde per incarnato, 2014 – colori a olio Mussini su giacca di pelle, poster cm 112x80 – courtesy l’artista e Galleria Riccardo Crespi, Milano – photo Marco Cappelletti
Eugenia Vanni, Ritratto di giovane ragazzo. Preparazione verde per incarnato, 2014 – colori a olio Mussini su giacca di pelle, poster cm 112×80 – courtesy l’artista e Galleria Riccardo Crespi, Milano – photo Marco Cappelletti

Un paio d’anni fa è uscito il volume The Art of Not Making: The New Artist/Artisan Relationship di Michael Petry, che evidenziava la tendenza di molti artisti contemporanei a delegare completamente la realizzazione dei propri lavori, mantenendo una certa distanza dal “fare”. Tu vai nella direzione opposta: il fare e lo sperimentare in prima persona sono elementi fondamentali del tuo lavoro.
Oggi ci sono molti artisti che realizzano le opere da soli. Tuttavia nel mio caso la completa autonomia è legata all’urgenza dalla quale derivano i lavori. Credo che l’idea non sia tutta in un’opera, credo che oggi le buone idee siano appannaggio di molti, c’è una sorta d’inflazione di idee a discapito di una più “selvaggia visionarietà”. Realizzare autonomamente le opere è la cosa più bella che questo lavoro ti possa dare: la libertà. Lavorare è veramente un momento privilegiato.

Allo stesso tempo però inviti altri professionisti di discipline diverse a interagire con i tuoi lavori, come un graffitista che lascia il suo “segno” in una tua installazione.
Ci sono opere in cui l’intervento esterno è totalmente funzionale a ciò che voglio dire. Se carico una bomboletta con la tempera all’uovo ha senso che la faccia usare da chi quotidianamente fa graffiti.

Quanto è importante la biografia nel tuo percorso artistico?
Fondamentale! Le proprie origini influiscono non tanto sullo “stile” o sul contenuto di un’opera, quanto sulle motivazioni che ti portano a generarla. Non parlo delle citazioni autobiografiche ma dell’atteggiamento verso il proprio lavoro e delle urgenze che gli danno vita. La storia personale è quella che ti fa percepire le vicende intorno a te in modo inedito e che favorisce il debito con il mondo, da qui poi nascono le urgenze intellettuali. Sono di Siena, città borghese, sono stata da sempre a contatto diretto con la bellezza ed è chiaro quindi che le mie urgenze non nascono “per difetto” ma “per eccesso”.

Eugenia Vanni – Barbecue – veduta della mostra presso la Galleria Riccardo Crespi, Milano 2014 - photo Marco Cappelletti
Eugenia Vanni – Barbecue – veduta della mostra presso la Galleria Riccardo Crespi, Milano 2014 – photo Marco Cappelletti

Indaghi con grande preparazione accademica le potenzialità di molti mezzi, snaturandoli e impiegandoli in modo inusuale. Penso alla tecnica dell’affresco, utilizzata per una scultura, l’uso del verdaccio non per creare l’incarnato ma per dipingere una giacca, o la tempera all’uovo che diventa spray.
Utilizzo le tecniche che fanno parte della storia dell’arte come soggetti stessi delle opere, scorgendo la poesia nelle regole da manuale. Non le trasformo, ma le esterno. Ad esempio, l’opera Cinque giornate è il ritratto di un piedistallo da scultura realizzato interamente ad affresco, dove quest’ultimo, essendo un monocromo bianco, ci mostra la sua tridimensionalità scandita dal tempo: “le giornate”, una per ogni faccia visibile del parallelepipedo. Quest’opera rivela il suo essere nello stesso momento pittura, scultura e piedistallo.

Se da un lato sembri voler modernizzare l’uso di tecniche tradizionali, dall’altro crei dipinti dal sapore antico.
La verità è che non modernizzo le tecniche. Dicendo così presupponi che queste ultime siano qualcosa di antico; credo invece che le tecniche facciano parte del mondo come tante altre cose. Non sono obsolete, la maggior parte di esse è ancora in uso fra gli artisti. Sto usando le tecniche di belle arti esaltandone le qualità estetiche e poetiche. Per fare questo ho spesso bisogno di mostrarle in condizioni estreme, com’è successo con l’affresco bianco e la tempera all’uovo spray. Il “sapore” dei quadri, che definisci antico, deriva dalla mia mano. I miei sono ritratti e come tali sono carichi della sensibilità intrinseca dell’oggetto rappresentato sommata alla mia.

Per la tua ultima mostra personale a Milano hai lavorato su un progetto unitario.
Ho messo in discussione i soggetti rappresentati che sono tutti ritratti di fasi intermedie di passaggi scultorei destinati a scomparire: l’argilla prima di essere modellata, una maschera in cera rossa per fusioni a cera persa… C’è una differenza profonda che esiste fra gli artisti che partono dal soggetto e quelli che invece partono dall’oggetto. Probabilmente chi è un vero pittore ragiona, pensa, elabora intellettualmente in modo molto diverso da chi usa la pittura come mezzo.Credo che i veri pittori cerchino cose diverse rispetto a chi usa la pittura come me.

Eugenia Vanni, Ritratto di pane d’argilla; Ritratto di piano d’argilla per bassorilievo, 2014 - courtesy l’artista e Galleria Riccardo Crespi, Milano - photo Marco Cappelletti
Eugenia Vanni, Ritratto di pane d’argilla; Ritratto di piano d’argilla per bassorilievo, 2014 – courtesy l’artista e Galleria Riccardo Crespi, Milano – photo Marco Cappelletti

Su cosa stai lavorando?
Sto realizzando sculture, usando la tempera all’uovo su legno o tavola, usando stampe di monocromi fotografici per realizzare oggetti, e sto continuando a dipingere.

Com’è nata l’immagine inedita per la copertina di questo numero?
Non ho fatto altro che assecondare le mie visioni.

Daniele Perra

Bologna // fino al 22 febbraio 2015
Eugenia Vanni – Rinviai la mia partenza
MUSEO DELLA MUSICA
Strada Maggiore 34
051 2757711
[email protected]
www.museomusicabologna.it

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #23

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua inserzione sul prossimo Artribune

CONDIVIDI
Daniele Perra
Daniele Perra è giornalista, critico, curatore e advisor strategico per i media e la comunicazione. Editorialista di “Artribune”, collabora con “GQ Italia” “GQ.com”, "SOLAR" “pagina99”. È attualmente strategic communication advisor della Fondazione Thyssen-Bornemisza Art Contemporary di Vienna e docente di Visual Culture allo IED di Milano. È stato fondatore e condirettore di “unFLOP paper” e collaboratore di numerose testate tra cui “ArtReview” “Mousse”, "Harper's Bazaar art America Latina". Ha lavorato come Direttore Comunicazione del Centro Pecci e Strategic Advisor for Media and Communication alla Malmö Konsthall, Malmö, Svezia e ha fatto parte del team di selezionatori per alcuni premi tra cui il Premio FURLA e The Sovereign European Art Prize. Ha scritto testi per cataloghi e curato mostre tra cui: Shahryar Nashat in collaborazione con il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Cantieri Culturali ex-Macelli, Prato (2003); Hans Schabus and the Very Pleasure (Laboratori del Teatro alla Scala di Milano, 2006). Ha pubblicato il volume "Impatto Digitale. Dall’immagine elaborata all’immagine partecipata: il computer nell’arte contemporanea", Baskerville, Bologna. Ha tenuto lecture alla NABA e allo IED e un corso di Fenomenologia dell’arte contemporanea alla Scuola Politecnica di Design di Milano (2004-2005), è stato caporedattore di “tema celeste” (1999-2007), caporedattore di “KULT” (2007-2010), ha collaborato dal 2000 al 2006 a “Il Sole24ORE” (Domenicale) e all'inserto cultura Saturno de “Il Fatto Quotidiano”.