Algeri, l’ISIS e il coma catodico. L’editoriale di Alberto Castelvecchi

Ripubblichiamo qui l’“altro editoriale” di Alberto Castelvecchi, uscito sul numero 22 di Artribune Magazine. Chiuso in redazione il 28 ottobre 2014. Non sarà tragicamente predittivo come la vignetta di Charb, ma un brivido in redazione ci è venuto ugualmente…

Uno still dal video della decapitazione di Hervé Gourdel

Mentre scrivo questa nota mi trovo ad Algeri per il mio lavoro di coach in comunicazione con un top manager locale. È tutto fantastico: mi godo la pausa serale nella mia stanza all’Hotel El-Djazair divorando telenovelas indiane sul satellitare MBC Bollywood, che le trasmette con impeccabili sottotitoli in arabo letterario.
In albergo si possono bere alcolici e leggere giornali locali che criticano liberamente il governo e il capo della polizia. Molte donne vanno in giro tranquillamente vestite all’occidentale e senza velo. Nella hall c’è perfino un ristorante cinese con un menu orgogliosamente proposto “dal nostro chef Wang”. Uomini d’affari di tutte le nazionalità parlottano e fanno riunioni nell’elegante lounge bar.
Peccato che, nel tragitto serale di qualche sera fa dall’aeroporto, io abbia contato tredici posti di blocco e che in ufficio, per arrivare al cliente, amministratore delegato algerino di una multinazionale, ci siano tre porte corazzate con accesso in codice: una al piano terra, una al piano dove sta la segretaria e un’ultima, la più spessa, per entrare nella sua stanza. Un bunker.

La vignetta di Charlie Hebdo pubblicata il 7 gennaio
La vignetta di Charlie Hebdo pubblicata il 7 gennaio

In strada i suv neri con le scorte dei politici superano gli ingorghi di traffico tirando dritti contromano, i finestrini aperti e le armi spianate.
La conversazione civilissima del mio ospite algerino attutisce solo parzialmente la paranoia: mi mostra, sulla smisurata mappa del Paese in sala riunioni, che i terroristi affiliati all’Isis non operano come pensavo, a 2mila chilometri da qui, nel deserto, ma in una zona vicino a noi, sulle alture. Sono loro che hanno decapitato l’ostaggio francese Hervé Gourdel, reo di aver postato su Facebook le sue peregrinazioni nel paesaggio naturale di questa terra bellissima.
Per un attimo mi immagino ostaggio occidentale in un video iper-pop su Youtube: la funesta bandiera nera con la scritta “La ilaha ila Allah, wa muhammadu rasul ul-lah”,una musichetta delirante e io inginocchiato in mezzo a degli armati mujahedin. Sono ovviamente habillé con la tunicona arancio fluo in stile operaio dell’Anas. Mi costringono a lanciare un appello al governo italiano: “Matteo, è per colpa tua se mi trovo prigioniero delle forze combattenti dello Stato Islamico nel Maghreb, e morirò perché non hai smesso di prestare il tuo sostegno a Obama, a Cameron e agli altri Nemici del Profeta che bombardano i Fratelli in Siria e in Iraq”.

Maurizio Cattelan, La Nona Ora, 1999 - photo Attilio Maranzano
Maurizio Cattelan, La Nona Ora, 1999 – photo Attilio Maranzano

Mentre sono appecoronato su delle aguzze pietre, cerco di guadagnare tempo col mio discorso, ma la bocca fredda del kalashnikov sulla cervicale e il coltellaccio da pastore nelle mani di uno dei bruti non lasciano dubbi: finirò sgozzato e decapitato in un raccapricciante tableau vivant di arte concreta jihadista.
Al confronto, i mongoloidi messi in esposizione da De Dominicis tanti anni fa a Venezia o il Wojtyla schiacciato dal meteorite di Cattelan sono veramente acqua fresca. Eccoci finalmente arrivati a quel grado zero del senso, a quell’afasia estetica dell’Occidente che la critica d’arte ha inseguito per decenni. Altro che la “merda d’artista” di Manzoni: che ne dite di godervi il mio “sangue di ostaggio” che zampilla dalla giugulare pulsante, seduti a casa, mentre postate su Facebook un consiglio sulla dieta Dukan o sulle chiappe di Valentina Nappi intervistata da Dago?
E soprattutto: vedendomi morire, vi risveglierete dal coma catodico in cui siete avviluppati? No, non vi risveglierete, neppure quando Ahmed soprannominato “l’Artista”, il più “umano” dei miei disumani carnefici, mi abbasserà il collo della tunica e mi dirà di implorare la misericordia del mio Dio (quale?) per un’ultima volta.

Alberto Castelvecchi
docente di comunicazione efficace e public speaking, luiss roma
consigliere d’immagine ed editore

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #22

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua inserzione sul prossimo Artribune

CONDIVIDI
Alberto Castelvecchi
Alberto Castelvecchi (Roma, 1962) insegna Comunicazione Efficace e Public Speaking all’Università Luiss Guido Carli. È consigliere di immagine personale per politici, manager, imprenditori. Ha fondato nel 1993 la casa editrice che porta il suo nome.
  • angelov

    Solo un docente di comunicazione
    può avere una tale maestria
    nel banalizzare un fatto così tragico,
    come un’esecuzione capitale individuale.
    E’ pur vero che la morte spersonalizza
    trasformando gli uomini in oggetti inanimati,
    nondimeno immagino si tratti di un’esperienza
    molto personale e non condivisibile,
    ma forse in grado di liberarci
    finalmente da tutti gli sciacalli.