Abitare tutte le case di Le Corbusier. Intervista con Cristian Chironi

Origina da un episodio realmente accaduto a Orani negli Anni Settanta, che vede protagonisti Nivola e Le Corbusier: è il work in progress di Cristian Chironi, che prevede una serie di residenze artistiche nelle unità abitative ad opera del celebre architetto. A iniziare dal Padiglione Esprit Noveau a Bologna, ricostruito nel 1977 sulla base del progetto originale, manifesto della cultura dell’abitare in epoca moderna. Abbiamo intervistato l’artista in merito a “My house is a Le Corbusier”, fucina di idee, scambi e progettazione, per un rapporto interattivo tra architettura e individuo.

Cristian Chironi, My house is a Le Corbusier - Padiglione Esprit Noveau, Bologna 2015
Cristian Chironi, My house is a Le Corbusier - Padiglione Esprit Noveau, Bologna 2015

Costantino Nivola e Le Corbusier sono i personaggi chiave del tuo progetto. Da cosa è scaturita l’idea?
Ambedue sono strumenti che utilizzo per comunicare emozioni, suggestioni o riflessioni attorno a problematiche e situazioni che appartengono ai giorni nostri. Con loro altri, come Salvatore Bertocchi per esempio, maestro del muro e anche lui di Orani, che ha realizzato gran parte delle case dell’architetto. L’idea è scaturita conversando con i figli di Chischeddu Nivola (fratello di Costantino), che ha avuto tra le mani un progetto di Le Corbusier senza realizzarlo a causa di una serie d’incomprensioni di carattere interpretativo e della condizione economica.

Questi incontri sono alla base del progetto?
Sì, da queste conversazioni sono scaturite le motivazioni che stanno alla base del progetto, come il rapporto tra una forma di architettura ideale e la sua funzionalità popolare; lo scollamento tra opera e fruitore; comunicazione e interpretazione. Riprendendo in un momento di grandi tensioni, un discorso politico e sociale legato ai bisogni primari come quello di avere un tetto, un’accoglienza e uno spazio di aggregazione.
Considerazioni che mi hanno permesso di avere una borsa di studio per le arti visive dalla Fondation Le Corbusier. Inizialmente c’era solo l’idea di fare un passaggio espositivo a Parigi. A Michel Richard, direttore della F.L.C., stava però a cuore continuare un dialogo con Bologna e l’Esprit Nouveau. Inoltre Maison La Roche, sede espositiva della fondazione, era impraticabile per i restauri. Grazie a questo, Bénédicte Gandini, l’architetto conservatore che ringrazio per l’aiuto costante, mi ha accompagnato a visitare l’appartamento-studio situato in rue Nungesser et Coli.

Cristian Chironi, My house is a Le Corbusier - Padiglione Esprit Noveau, Bologna 2015
Cristian Chironi, My house is a Le Corbusier – Padiglione Esprit Noveau, Bologna 2015

Un colpo di fulmine?
Rimasi impressionato dalla luce naturale che inondava la casa, al piano di sopra il terrazzo-giardino, in una condivisione tra dentro e fuori, e i colori alle pareti con una policromia che conferisce movimento ai muri…
Bénédicte Gandini mi ha detto: “Se hai bisogno, quando devi tornare per i tuoi studi possiamo valutare la possibilità di farti abitare qui per qualche giorno…”. In quel momento pensai che avrei voluto vivere in tutte le case dell’architetto, calandomi in un periodo storico di difficile e precaria stabilità economica, in quell’impossibilità a possedere una casa di proprietà e prendendomi nel cambio di baratto la libertà di abitare le case di Le Corbusier presenti al mondo.

Quali sono gli obiettivi della performance?
Prima di tutto, vivere un’esperienza diretta. Confrontandomi con culture diverse, con diverse dimensioni architettoniche e urbane. Ricavando da questi attraversamenti ricchezza personale e input creativi.

Come si sviluppa ciò che definisci “opera work in progress a lungo termine”? Quanto a lungo termine?
Si sviluppa in un percorso geografico che toccherà dodici nazioni, sparse in tutto il mondo. L’arco temporale non è stabilito. È nelle mie intenzioni abitare due case l’anno, utilizzando il portachiavi della Fondation Le Corbusier e, dove sarà più difficile, creando insieme i presupposti perché ciò sia possibile.

Cristian Chironi, My house is a Le Corbusier - Padiglione Esprit Noveau, Bologna 2015
Cristian Chironi, My house is a Le Corbusier – Padiglione Esprit Noveau, Bologna 2015

Cosa intendi per “postazioni di osservazione privilegiate”?
Quando parliamo delle case di Le Corbusier è più corretto usare il termine opere abitabili. Abitare l’opera è un concetto che sposta gli approcci del fare. Vivere all’interno di una casa di Le Corbusier è un privilegio, perché fatte da un grande architetto, ma ancor più abitare un’opera. Inoltre oggi è un privilegio possedere una casa!
Intendo queste case come posti da dove sarà possibile osservare ambienti di vita differenti, interni ed esterni, in altre parole la vita reale. Forse sarà sufficiente sedersi e guardare fuori dalla finestra per capire.

Quali step scandiscono il progetto?
Il progetto è un cantiere aperto. Le successive case le deciderò insieme alla F.L.C. a seconda delle situazioni e delle convenienze. Cercherò di dialogare e coinvolgere le realtà culturali e non solo, presenti sul posto. Come avvenuto in questa occasione con MAMbo, Art City, Regione Emilia Romagna e Xing. Il MAN e la F.L.C. erano già inglobati nel discorso.

Ci racconti in quale modo è organizzata la residenza?
Nella zona abitativa dell’Esprit Nouveau sto trascorrendo i miei tempi privati, mangiando, dormendo e studiando. La zona del diorama è, come nelle sue caratteristiche, più espositiva. La prima settimana è di lavoro solitario; in quella successiva il visitatore può interagire direttamente con me (attraverso un indirizzo email o telefonandomi) ed è ospitato all’interno dell’abitazione; infine nell’ultima c’è un’apertura in forma di mostra durante i giorni di Art City, in occasione di ArteFiera.
Il giovedì pomeriggio è riservato come momento didattico agli studenti del mio corso d’installazioni multimediali dell’Accademia di Belle Arti di Bologna. Sabato 24, alle ore 19.30, ospiterò la sonorizzazione live di Francesco “Fuzz” Brasini, basata sull’orchestrazione delle quote e delle misure ricavate dalla planimetria del padiglione.

Cristian Chironi, My house is a Le Corbusier - Padiglione Esprit Noveau, Bologna 2015
Cristian Chironi, My house is a Le Corbusier – Padiglione Esprit Noveau, Bologna 2015

My house is a Le Corbusier si pone in continuità con la mostra Broken English presentata al Museo Man lo scorso anno: puoi spiegarci come?
In tutte e due c’è un’incomprensione dei codici e si procede nella costruzione per modifiche o varianti. Oltre che dall’individuazione di una serie di episodi linguistici, i progetti traggono spunto da fatti realmente accaduti, che ruotano, da una parte, attorno alla figura dell’inglese Benjamin Piercy, realizzatore della linea ferroviaria in Sardegna, che abitò per anni nella sua casa immersa in un giardino inglese al centro dell’isola; in cui specie di piante di diversa provenienza e origine convivono con la flora locale. Dall’altra, Nivola e la famiglia del fratello Chischeddu, che ignorò il progetto di Le Corbusier.
Broken English scaturiva dall’emersione di alcune domande fondamentali: una società che possiede diverse lingue, dunque diverse forme di espressione, è più o meno forte, più o meno ricca, di una società che ne possiede una soltanto? È ipotizzabile l’esistenza al mondo di una sola lingua, di un solo mercato, di una sola moneta? My house is a Le Corbusier nuovamente intreccia riflessioni su aspetti linguistici fondativi e sulle conseguenti implicazioni socio-economiche.

Sarà questa la fase conclusiva del progetto oppure intendi svilupparlo ulteriormente?
My house is a Le Corbusier è il secondo step di Open e lo chiude, per svilupparsi in una nuova esperienza. È nelle mie intenzioni presentare il catalogo prodotto dal Museo MAN e insieme a Lorenzo Giusti durante la permanenza a Parigi, nei mesi aprile e maggio, in un’abitazione specifica, quindi non all’appartamento-studio, bensì in My house is a Le Corbusier (Swiss Pavillon) situato alla Cité Internationale Universitaire de Paris. Ambiente adatto per presentare catalogo insieme alla performance live Broken English. Così facendo si riuniscono i due progetti di Open, condividendo inoltre le intenzioni di Giusti per un museo esteso al di là dai confini territoriali. Guardando il mare non come limite ma come attraversamento.

Roberta Vanali

www.xing.it/opera/828/my_house_is_a_le_corbusier

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Roberta Vanali
Critica, curatrice e giornalista d’arte contemporanea. Ha collaborato con le riviste d’arte Ziqqurat, Terzocchio e Grandimostre. 2000/2010 Caporedattrice per la Sardegna della rivista online e cartacea Exibart. Da gennaio a dicembre 2006 direttrice della Galleria Studio 20, via Sulis 20, Cagliari. Da marzo 2011 Caporedattrice per la Sardegna della rivista ARTRIBUNE Ideatrice della rubrica di iconografia Icon (on) Graphy per la rivista Artribune. Da aprile 2010 consulente artistica della galleria online Little Room Gallery. Da ottobre 2006 curatrice del blog BlogArte http://robertavanali.blogspot.com/ e della rubrica Interviews. Ha redatto circa 250 articoli e curato oltre cinquanta mostre in spazi pubblici, privati e musei.