Un film su Mat Collishaw. Intervista ad Elisa Fuksas

Architetta, innegabilmente figlia di architetti, scrittrice di successo (è in cottura il suo secondo romanzo), Elisa Fuksas, classe ’81, è anche filmmaker e per la prima volta si cimenta nel mondo dell’arte contemporanea. Con un film, “Black Mirror”, sull’artista Mat Collishaw in occasione della sua mostra a Roma alla Galleria Borghese.

Mat Collishaw raccontato da Elisa Fuksas

Elisa Fuksas che fa un documentario di arte contemporanea. Che è successo?
È successo e basta, credo.

Per caso?
Per caso! Come quasi tutto quello che poi va a buon fine (per me). La produttrice, Cecile Leroy, mi ha cercato. E poi è stato semplice. Ho deciso di farlo perché i temi ricorrenti dell’opera di Mat sono temi che mi appassionano e mi somigliano. Li riconosco. Caducità, illusione, riflessione, il momento, l’angoscia del tempo e per il tempo, e pure una forma di attrazione per la paura, per la fine, oltre che (per fortuna, almeno nel mio caso) per tutto quello che c’è in mezzo. La vita.

Quali sono le principali differenze in questo ambito rispetto ai mondi che hai precedentemente frequentato per il tuo lavoro di filmmaker?
La difficoltà, più che la differenza, è stata dare autonomia al documentario, affrancandolo da semplice backstage di una mostra o ritratto di un artista. Il risultato voleva essere una riflessione attraverso il lavoro di un artista su temi stabiliti fin dall’inizio. Già il titolo li evoca: Black Mirror, proprio come la bella e omonima serie inglese.

Mat Collishaw raccontato da Elisa Fuksas
Mat Collishaw raccontato da Elisa Fuksas

Prima di avere questo incarico eri una naturale frequentatrice di mostre e musei d’arte contemporanea oppure era un mondo che ritenevi lontano?
Mio malgrado, e per fortuna, l’arte è sempre stata fondamentale. Fondativa. Dall’infanzia in poi la creazione fa parte del mio sistema di riferimento. Stranamente ora, forse per pigrizia, l’arte contemporanea mi emoziona a fatica

E quella antica?
Beh, un Mantegna diciamo che arriva prima al punto.

Musei? Fiere? Dove vai?
Oggi visito sempre meno musei, gallerie e mostre. Preferisco le grandi fiere. Il caos. Il loro casino. Sarà perché sono spietate e senza grazia. Mi sembrano un vero e proprio spettacolo, lo show nello show. E lì dentro ho capito che la parte che mi interessa di più e che mi pare più “contemporanea” è il pubblico. Oltre che il mercato… il gusto e l’estetica mi sembrano davvero le ultime categorie possibili. Quasi dinosauri, estinti.

Che personaggio è Collishaw?
Mat Collishaw è piuttosto silenzioso, sempre un passo indietro rispetto alle cose che succedono. Osserva, ascolta, diffida, e lo fa naturalmente come chiunque sia seguito da una macchina da presa.

Mat Collishaw raccontato da Elisa Fuksas
Mat Collishaw raccontato da Elisa Fuksas

Che tipo di documentario hai fatto?
Ho cercato di pensare e riflettere sul riflettere, sulla morte, la caducità, l’illusione, la libertà. Insomma, volevo toccare una costellazione di parole (temi) che sono ricorrenti nella sua opera ma che non sono solo la sua opera. In questo senso Mat è diventato un attore inconsapevole che ha raccontato una storia più ampia della costruzione della sua mostra.

La produzione è stata impegnativa. Con tanto di trasferte a Londra dove l’artista lavora. È stata una realizzazione costosa?
Se dicessi il costo del film ci metteremmo a ridere. È stato tutt’altro che costoso. Non perché non servissero fondi, anzi, ma perché la notorietà dell’artista non è bastata ad aiutare il finanziatore del film, che è il British Council, a trovare altri sponsor. Ovviamente il budget ridotto, e ridotto significa veramente basso, senza eufemismi o retorica, ha richiesto maggiore sforzo a tutti.

A film ultimato cosa non ti ha soddisfatto? Cosa hai ritenuto migliorabile?
Rivedere il proprio lavoro, rileggere una pagina, anche questa stessa intervista, mi lascia sempre insoddisfatta. Ho un vizio tremendo: un’estrema severità nei miei confronti, che per fortuna compenso con uguale e opposta autoironia.
La verità? Inizierei da capo. Ma dire questo arrivati alla fine è insensato. Quindi, per ora, va bene. Forse avrei lasciato più cose impreviste. Un piccolo affioramento di casualità che vorrei in generale nel mio lavoro.

Cosa vorresti che il pubblico notasse in particolare di questo tuo lavoro? Cosa vorresti non passasse inosservato?
Tutte le volte che c’è un punto di vista “osceno”, nel senso di fuori dalla scena. L’idea era quella di guardare in modo ovvio e semplice le cose, ma da un punto di vista insolito. Ma non dirò mai il timecode dei miei desideri.

Elisa Fuksas - photo Pietro Coccia
Elisa Fuksas – photo Pietro Coccia

Dove sarà possibile per il pubblico vedere questo film? Avrà dei passaggi televisivi? Cinematografici? A proposito, per quale tipo di fruizione lo hai maggiormente pensato?
Per ora Sky Arte è primo “acquirente” dell’opera. Dubito che passi al cinema, soprattutto in Italia dove i documentari fanno molta fatica a essere distribuiti in sala.
Ho pensato al pubblico più vago e indefinito possibile. Senza amore per l’arte, senza pazienza o tempo, senza particolare affetto per l’artista in questione, né tantomeno per me. Persone di qualsiasi età, con provenienze varie, che potessero interessarsi per una qualche ragione alle storie che vengono raccontate. Spero funzioni.

Pensi di applicare questo modello anche ad altri artisti adesso? Hai in vista altre produzioni che ti terranno dentro il mondo dell’arte contemporanea?
Fare un film o un documentario è insieme alla scrittura il migliore modo che conosca per riflettere. Per analizzare, approfondire e innamorarmi delle cose e degli altri. Per ora ancora nessuna proposta, ma mi piacerebbe continuare ad avere la fortuna di elaborare le cose che amo. Anche a costo di non amarle più (pensare troppo non aiuta i sentimenti).
L’arte in tutte le sue forme fa sicuramente parte delle cose che amo. E non per capriccio o per formazione, per fortuna o educazione, ma mi pare che in assoluto e in fondo non è stato ancora inventato niente di meglio per emozionarci. Certo, esclusi gli altri esseri umani. Ma quella è ancora un’altra storia.

Massimiliano Tonelli

 

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Massimiliano Tonelli
È laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena, dal 1999 al 2011 è stato direttore della piattaforma editoriale cartacea e web “Exibart”. Ha moderato e preso parte come relatore a numerosi convegni e seminari; ha tenuto docenze presso centri di formazione superiore tra i quali l’Istituto Europeo di Design, l'Università di Tor Vergata, l'Università Luiss e l’Università La Sapienza di Roma. Ha collaborato con numerose testate tra cui Radio24-Il Sole24 Ore, Time Out, Gambero Rosso, Formiche. Suoi testi sono apparsi in diversi cataloghi d’arte contemporanea e saggi di urbanistica e territorio. E' stato giurato in svariati concorsi di arte, architettura, design. Attualmente è direttore di Artribune.