Todos somos americanos. Stati Uniti e Cuba depongono le armi. E l’arte?

Arriva a dicembre ma rischia seriamente di essere la notizia dell’anno. Ennesima chiusura di una questione che appartiene a un secolo breve ma dagli strascichi lunghissimi. E così Obama e Castro (Raul, però) parlano, si parlano, parlano ai rispettivi popoli. Riaprono le ambasciate, finisce l’embargo, e Papa Francesco mette a segno un colpaccio diplomatico. In questo, l’arte contemporanea cosa dice? Dice che l’Italia è in primissimo piano in questa evoluzione.

Tonel, Amistad, 2014 - matita su carta - Courtesy Galleria Bianconi, Milano
Tonel, Amistad, 2014 - matita su carta - Courtesy Galleria Bianconi, Milano

Era nato come un movimento di resistenza, di riappropriazione della propria terra dalle mani del dittatore Fulgencio Batista, collegato a doppio filo con l’ingombrante vicino statunitense. La rivoluzione cubana fu un momento iconico: era il 1959, un decennio prima del Sessantotto, quando Fidel Castro entrò all’Havana come un eroe, insieme a personaggi come il fratello Raul, Camilo Cienfuegos, Ernesto Che Guevara. E proprio quest’ultimo divenne letteralmente un’icona, con quel suo ritratto che ha campeggiato e campeggia tuttora in ogni forma, silhouette barbuta sinonimo di libertà e rivolta. Anche – se non proprio esplicita – verso gli esiti della stessa rivoluzione cubana, con il Che che si allontana, lascia i ruoli dirigenziali e torna nelle selve, africane e poi sudamericane.
Ed è ancora il Che a essere icona in fotografie che sono patrimonio della memoria collettiva: nel 1961 insieme a Fidel, fotografato da Alberto Korda (è sempre suo il ritratto di cui si diceva poc’anzi), e infine il suo cadavere esibito dalle autorità colombiane, corpo esangue fotografato da nel 1967 da Freddy Alborta e paragonato da John Berger a un Cristo di Mantegna.
Da quegli anni l’“esportazione della democrazia” da parte dei governi statunitensi ha adottato modelli diversi e uguali: ma lo sbarco, respinto, alla Baia dei Porci è una pratica ormai fuori tempo. Come quella di una prigione come Guantanamo, che sta proprio sull’isola di Castro e che Obama, durante la sua prima campagna elettorale, aveva promesso di chiudere rapidamente; come quella di erigere muri ed embarghi e tenere discorsi di ore e ore, costringendo migliaia di persone ad ascoltare religiosamente sotto il Sole. Così come appartengono a un’epoca trascorsa i monumenti elefantiaci e stucchevolmente commemorativi che punteggiano ancora le strade dell’isola.

Tonel, Amistad, 2014 - matita su carta - Courtesy Galleria Bianconi, Milano
Tonel, Amistad, 2014 – matita su carta – Courtesy Galleria Bianconi, Milano

Ora “siamo tutti americani”, ha detto Barack Obama, citando il “siamo tutti berlinesi” del suo predecessore J. F. Kennedy. E come Kennedy, che lo disse in tedesco, Obama l’ha detto in spagnolo. Americani: aggettivo che spesso in Europa si usa per sineddoche, con ciò indicando gli States, ma che invece significa “siamo tutti abitanti dello stesso continente”. Afroamericani (anche quelli che vengono freddati a revolverate o con mosse da wrestling) e latinos, cubani in patria e latinoamericani espatriati che affollano città come Miami e che lì magari hanno collezioni d’arte contemporanea imponenti e musei privati.
Cosa cambierà adesso è difficile a dirsi: in questi momenti le previsioni sono complicate, e si spazia dall’ottimismo più sfacciato (ma che il Muro di Berlino autorizza a essere non totalmente infondato) alle ben più caute posizioni di una Yoani Sánchez, blogger celeberrima e considerata dal Time una delle cento persone più influenti del 2014.
Ma dalla piccola, peculiarissima prospettiva dell’arte, qualche segnale c’era già stato. E ha coinciso sostanzialmente con il passaggio di consegne tra Fidel e Raul Castro. E un ruolo importante l’hanno avuto due persone in particolare: il cubano Jorge Fernandez Torres e l’italiano Giacomo Zaza. Insieme hanno curato nel 2013 a Venezia il primo Padiglione cubano dell’era Raul, e chi è stato in Laguna nei giorni dell’inaugurazione se lo ricorderà certamente: atmosfera estremamente rilassata, mostra memorabile allestita all’interno del Museo Archeologico in piazza San Marco, un parterre di artisti cosmopolita (e, lo diciamo con orgoglio, Artribune media partner). La medesima coppia curerà il Padiglione nell’edizione del 2015, e sarà uno dei tanti banchi di prova per testare questa nuova apertura.

Alberto Korda, Ernesto Che Guevara, 1960
Alberto Korda, Ernesto Che Guevara, 1960

Quanto a Torres, nel 2013 ha anche curato la Biennale dell’Havana, appuntamento importantissimo per il continente, che nel 2015 festeggia i trent’anni e che per l’occasione sarà curata da un team internazionale del quale fa parte, manco a dirlo, proprio Zaza. Seguendo questo filo italo-cubano, si arriva a Milano, dove ancora Zaza sta impaginando una serie di mostre dal titolo Cuban Contemporary Perspectives alla Galleria Bianconi: la prima tappa, che vede la presenza di Eduardo Ponjuan, Lázaro Saavedra e Tonel, è tuttora visitabile fino al 18 gennaio.
Quanto a Torres, lo avevamo intercettato a inizio novembre, e ci aveva raccontato con passione della “sua” biennale: “Il nostro obiettivo è sempre stato quello di ottenere una Biennale che penetri nella micro-urbanistica del contesto sociale. Non si tratta quindi di una Biennale fatta di oggetti, ma di un vero “museo della vita e della strada” e tutti celebrano questo evento a loro modo, anche se con pochi mezzi”. E non aveva avuto remore neppure a parlare del legame con la politica: “A Cuba non può trionfare il realismo socialista e si possono tranquillamente emarginare artisti e istituti che non sono graditi alla politica. Ma si sa, il grande dramma dell’arte è che spesso essa è considerata illegittima, e non solo a Cuba”.
E adesso, cosa cambierà? In quale misura? Se l’arte, volente o nolente, resta lo specchio della società, la Biennale dell’Havana del 2015 ci dirà sicuramente qualcosa di rilevante sulla direzione che prenderanno i cubani, la loro società e i loro artisti.
Intanto l’Italia continua a guardare all’isola, ad esempio con la quarta edizione del Maretti Award, in trasferta proprio nella capitale cubana lo scorso novembre: per portare arte (per la cronaca: hanno vinto l’italiano Filippo Berta e le cubane Susana Pilar Delahante Matienzo e Grethell Rasúa Fariñas) ed enogastronomia (i vini di Casale del Giglio) fin laggiù.

Marco Enrico Giacomelli

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.