Pino Casagrande. A un anno dalla morte, la sua ultima intervista

Moriva il 12 dicembre 2013, a 74 anni, il collezionista e gallerista romano Pino Casagrande. Oggi lo omaggiamo con una conversazione che ebbe con Davide Scicchitano, in cui raccontava delle sue passioni, della sua storia, delle sue prese di posizione.

Pino Casagrande – photo Serafino Amato

La vita è fatta di parole e di cose. Uomini e donne, e poi pentole, ombrelli, occhiali. Poi ci sono delle cose con un “qualcosa in più” che le fa diventare opere d’arte. Quello stesso “qualcosa in più” le avvicina ai loro creatori, le persone.
Penso che solo chi apprezzi molto gli artisti come persone riesca ad apprezzare e capire a pieno le loro opere. Ho conosciuto qualche collezionista, tanti professori, qualche critico, tantissimi appassionati d’arte e una moltitudine colorata di studenti d’arte: Pino Casagrande mi è sembrato da subito diverso. Ma non diverso nei modi in cui io posso sembrare diverso da chi legge. Migliore.
E in una serata in cui mi ha autorizzato a passare dal “Lei” al ” Tu”, ho cercato di rintracciare il perché di questa sensazione. Ascoltandolo parlare di persone e luoghi di cui avevo letto solo sui libri, mi racconta che si trovava a Saigon durante la guerra in Vietnam. Un giorno esplode una granata a pochi metri da lui e riduce un bambino in brandelli. Lui, che aveva paura del sangue, raccoglie il bambino e la sua gamba schizzata via nella deflagrazione e, prendendolo in braccio, lo porta in una infermeria. Al suo ritorno a Roma, comincia a guardare alla vita, che è fatta di persone e di cose, con occhi diversi, più profondi. Non va più alle feste, si distanzia dalle cose materiali.
Mi piace immaginare che da quel momento in poi si sia avvicinato così tanto alle persone da riuscire ad amare ancora di più anche le loro cose, che riconosceva già come opere d’arte…

Guardando la tua collezione, la prima domanda che mi viene da farti è se la tua passione per l’arte ha dei precedenti in famiglia.
Mio nonno collezionava disegni antichi. Sono cresciuto in un ambiente culturalmente attivo. Avevo un’insegnante privata che alla fine della scuola ci portava in giro per musei, all’inizio dell’estate. Giocavamo a pallone, facevamo merenda e andavamo in giro per mostre. Ricordo a memoria la disposizione delle opere nei musei. Ricordo la mostra di Picasso alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna. Tra passeggiate e merende, l’arte diventava piacevole.
Poi il mio professore di latino e greco era un sacerdote appassionato di musica sinfonica, mi assegnava i compiti e mi consigliava i dischi da comprare. Mi diceva: “Oggi ti compri la ‘Sonata per piano n. 30’ di Beethoven”. E io studiavo ascoltando quella musica.
Arrivo a scuola e trovo come professore di storia dell’arte il nonno di Claudio Strinati. Veniva il pomeriggio a casa nostra e parlavamo d’arte. Poi il giorno dopo a scuola mi interrogava e mi metteva nove. Qualche anno fa incontro Claudio Strinati a una cena al Macro e gli dico che suo nonno era stato il mio professore di storia dell’arte al liceo. Da quel momento siamo diventati amici.

Pino Casagrande – photo Serafino Amato
Pino Casagrande – photo Serafino Amato

Il tuo primo acquisto è stato un Renzo Vespignani a ventidue anni. Ma perché un ragazzino compra un Vespignani e non una moto?
Della moto avevo paura. Al tempo ero innamorato di una ragazza che aveva in casa un grande Vespignani. Io ero innamorato di lei e anche di questa sua grande opera. Ricordo che una mattina la chiamo e gli chiedo di andare  a trovare Vespignani nel suo studio a piazza Dante, e lì vedo un’opera che mi piace. Gli dò una parte dei soldi e il resto glielo porto il giorno dopo. Lui mi regalò un’acquaforte che ho ancora in galleria. Ma non ero un ragazzo noioso, andavo anche alle feste. L’arte mi divertiva, come mi diverte adesso. All’inizio non la vedevo come qualcosa di importante dal punto di vista culturale…

Nel 1967 incontri Yvon Lambert, che ti regala un’opera di Sol LeWitt. Quanto questo regalo ti ha influenzato?
Era un cartoncino Bristol piegato in quattro. Io lo vedo e gli dico: “Bello! Ma è molto minimale. Avrei potuto farlo anch’io!”. E lui mi dice: “E perché non lo hai fatto tu?”. E da lì ho cominciato a interessarmi all’arte concettuale e andare da Leo Castelli…

Ci sono collezionisti che rimangono collezionisti a vita senza mai diventare galleristi. Cosa ti ha spinto a diventare gallerista?
Intanto non mi piace la parola collezionista. Mi dà l’idea come di una specie di banchiere che anziché accumulare soldi accumula opere d’arte, qualcuno che manda in giro dei curatori per farsi comprare quello che di più “bello” offre il mercato. Semplicemente, invece di spendere dei soldi in altro, li spendo in arte. La mia collezione non è solo mia, è anche tua. Giorni fa sono venute trenta persone dell’Accademia di Francia a vederla. A me piace questo riconoscimento di cultura e sensibilità artistica. Al più, ho fatto diventare collezionisti tante persone che non si interessavano d’arte. De Donno è diventato collezionista grazie e me. Veniva nell’azienda di famiglia per affari e parlavamo d’arte, e così si appassionò.
Quando, negli Anni Novanta l’azienda di mio padre ha chiuso, io non sapevo cosa fare. A me quel lavoro non piaceva, lo avevo ereditato, ma quando tutto è finito mi mancava. Mi alzavo presto e andavo a vedere la mia azienda che non c’era più. È stato mio fratello a parlarmene per primo, mi disse: “Visto che a te piace l’arte, perché non apri una galleria?”. Ma a me appunto piaceva l’arte, mi piaceva parlare d’arte con gli industriali che venivano nell’azienda di famiglia e acquistare qualcosa. Tutto qui.

Pino Casagrande nella mostra di Stanislaw Drozdz (2005) – photo Serafino Amato
Pino Casagrande nella mostra di Stanislaw Drozdz (2005) – photo Serafino Amato

Quale fu l’evento che ti spinse a decidere?
Un giorno la signora De Crescenzo, senza sapere niente della mia situazione familiare, mi chiama proponendomi di rilevare la sua galleria d’arte a via Principessa Clotilde. Mi è sembrato un segno del destino! E così ho preso la sua galleria. Ma lo spazio lo tenevo chiuso, perché, visto che negli Anni Novanta c’erano alcune gallerie già famose, pensavo che si sarebbe detto: “Ecco il solito collezionista che apre una galleria senza arte né parte!”, e cercavo di ascoltare i consigli esterni.  Ma io sono nato sotto il segno zodiacale del Leone e in genere faccio quello che voglio, l’idea che avevo in testa era di invitare tutti i più importanti galleristi del mondo a fare una mostra da me, ad esempio “Pino Casagrande presenta nel mese di gennaio Daniel Buren curato da Yvon Lambert”. A Roma al tempo non c’erano gallerie internazionali, non c’era un mercato internazionale, c’era qualche importante collezionista ma non c’era un vero e proprio mercato, per cui l’arrivo di personalità cosmopolite a Roma avrebbe allargato l’orizzonte artistico della capitale.
Un giorno, però, mi chiama Achille Bonito Oliva e mi dice che l’ambasciatore francese gli aveva chiesto di fare una mostra di otto giovani artisti francesi e a lui era venuto in mente di farne otto in otto spazi espositivi diversi, e per una aveva scelto casa mia. Io lo informo dello spazio a via Principessa Clotilde, mi è sembrato un altro segno del destino!
Abbiamo inaugurato con Cristophe Boutin. Io avrei voluto Bertrand Lavier, così avrei acquistato anche un suo pezzo, ma l’aveva già scelto Pieroni. Quando l’ambasciatore vide la mostra ne fu molto contento e mi propose di fare presso di me una tappa della mostra internazionale di Jiri Kolar. Io ne sono stato onorato, mi sembrava un artista da Galleria Nazionale d’Arte Moderna o al massimo per la galleria di Ugo Ferrante, non per la mia che era stata appena aperta. Ad ogni modo, abbiamo fatto la mostra ed è andata molto bene e un giorno in galleria mi trovo gli Agnelli che acquistano due opere dell’artista. Da lì, per non fare le solite mostre degli artisti romani, cominciai a visitare le accademie straniere a Roma, a incontrare gli artisti e con il loro permesso organizzavo la mostra in galleria.

Nel 1995 Pamela Golden è la prima mostra in via degli Ausoni. Perché il quartiere San Lorenzo?
Pamela Golden l’ho conosciuta all’Accademia Britannica. Lo spazio a San Lorenzo me l’ha proposto Serafino Maiorano. Nello stesso palazzo abitavano e abitano degli artisti. Era un quartiere vivo. E poi costava meno rispetto al centro. E alle signore della “Roma Bene” sembrava di fare un’avventura nel venire in galleria da me. Ora San Lorenzo è diventato troppo mondano. Però lo Spazio in via Principessa Clotilde e quello in via degli Ausoni hanno in comune di essere un po’ nascosti. Il primo era all’interno di un portone, quello attuale è al quarto piano di un palazzo. Sono posti che devi cercare.

C’è un filo conduttore nella scelta dei tuoi progetti in galleria?
La scelta è il mio cervello, in galleria come nella mia collezione privata. Nella collezione sono più libero, in galleria un po’ meno. Certo, poi ho fatto le mostre anche per gli amici, ma non ne sono rimasto soddisfatto. In linea di massima cerco di fare sempre dei progetti che mi interessano. Sia per me che per i visitatori che vengono a trovarmi in galleria, altrimenti rimarrebbero confusi nel vedere degli artisti con uno stile troppo diverso l’uno dall’altro.
Bisogna avere un indirizzo e questo indirizzo sono io. Penso che ci sia una certa responsabilità nel mostrare le mie scelte ai visitatori. Ecco perché non voglio curatori in galleria. Certo, una personalità importante da più forza a un progetto espositivo, ma non aprirei mai il mio spazio facendolo curare ad altri. E cosa faccio, l’affittacamere? Gli altri fanno le cose senza amore, non ci mettono niente di proprio. Io quando faccio una mostra ci metto dentro me stesso, è un sacrificio ma spesso è maggiore il piacere che ne ricavo.

Pino Casagrande – photo Serafino Amato
Pino Casagrande – photo Serafino Amato

Perché non vai alle fiere?
Le fiere non mi piacciono dal punto di vista etico. Nelle fiere ci sono tante opere interessanti, ma messe tutte vicine le opere d’arte perdono la loro singolare importanza. Questa cosa mi dà fastidio. Io voglio che un visitatore venga da me in galleria per parlare dell’artista. Io voglio fare il “simposio culturale”. Immaginami nello stand: mi metto a fare il commerciante? Se avessi voluto fare il commerciante avrei continuato a vendere mutande all’ingrosso, guadagnavo di più! E poi ce ne sono troppe. Una volta erano solo due, adesso in ogni Paese ci sono più fiere d’arte l’anno. Certo, adesso che la gente va meno in galleria, le fiere dal punto di vista commerciale funzionano. Ma non mi piacciono. E poi gli spazi costano cari, io mi sostengo da solo.

Qual è il tuo rapporto con il mercato quindi?
L’arte contemporanea è mercato, è come un bene di consumo. Di arte contemporanea se ne parla tanto e la domanda ricorrente è: “Quanto varrà quest’opera fra tre anni? Vale tanto? Vale poco?”.
Quello che mi viene da rispondere è che se uno cerca l’investimento deve andare da Bulgari, e poi vale tantissimo se l’opera ti piace, non vale niente se non ti piace. Non credo nell’arte come investimento da mettere in caveau. L’arte la devi vivere. Con l’arte ci convivi.

Cosa ne pensi dello stato dell’arte contemporanea oggi? È in crisi?
Non è una crisi di mercato. Penso che sia in crisi dal punto di vista culturale. Se vai alle preview, sembra un cocktail mondano, non c’è un critico né un curatore importante. Non mi piacciono le mostre nei ristoranti o negli alberghi dove si perde l’obiettivo vero, che è l’artista e la sua opera. La mia formazione è stata diversa: negli Anni Sessanta c’era l’Arte Povera intorno a me, io andavo negli studi degli artisti che non conoscevo ancora e mi entusiasmavo, tornavo a casa e ne parlavo con mio padre. Adesso di artisti che mi lasciano stupiti ne vedo pochi. Ricordo che ho comprato il mio Manzoni alla prima edizione di Arte Fiera di Bologna da Beatrice Monti su consiglio di Claudio Cintoli. Il barone Franchetti mi diceva che avevamo due collezioni perfette, come due binari paralleli, lui sull’antico e io sul contemporaneo.
Di arte se ne parlava tanto, e di persona. Oggi i mezzi comunicazione sono cambiati, come in tutte le cose, ci abbiamo guadagnato e anche un po’ perso. Il guadagno è che posso vedere quello che sto facendo in galleria anche se sono a Londra, ma una volta la gente comunicava di più di persona, si andava negli studi degli artisti e poi tutti insieme da Rosati. La Scuola Romana è stato l’ultimo gruppo vero in cui c’era l’artista, il giornalista, il cantante. E ciascuno prendeva dall’altro quello che non aveva. Adesso se metti due artisti o due curatori vicino litigano. Per ciò mi sento un pesce fuor d’acqua, perché non vedo personalità come la mia intorno a me.
Ti racconto: dietro al mio Fontana che andò in copertina della mostra alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna c’era scritto “Concetto Spaziale. Attese. Ci sono tanti artisti camuffati da geni”. Quando andai a vedere la mostra, volevo far vedere ai miei amici cosa era scritto dietro all’opera e girai il quadro esposto per farla vedere loro e venni assalito dai custodi che, forse, neanche credettero che quell’opera era stata mia…

Davide Scicchitano