Opera chiusa. Da Eco & Bourriaud al professor Evans-Pritchard

Vi ricordate del professor Evans-Pritchard nel film “L’attimo fuggente?”. In questo avvio di millennio, il suo “Comprendere la poesia” è forse una bussola più utile di “Opera aperta” e “Radicant”. O almeno così la pensa Roberto Ago. Ipotesi e tesi qui di seguito.

Danilo Correale, The Game

Ne L’attimo fuggente, in apertura del film sembra di assistere alla polemica a distanza mossa da un giovane Umberto Eco a Benedetto Croce su analoghe questioni di estetica, solo a parti invertite. L’irriverente professor John Keating (Robin Williams) sembrerebbe stare al professor Evans-Pritchard (l’autore del manuale di letteratura in dotazione agli studenti) come il semiologo rottamatore al filosofo dei tempi andati. Se non fosse che è Keating ad apparirci come il paladino di un’estetica romantica, sottolineata dalla quasi omonimia con John Keats, mentre il vituperato Evans-Pritchard, esempio di moderna analisi testuale, porta un nome che non a caso rimanda a un’etnologia colpevole quanto la semiotica di colonizzare il genio selvaggio.
Nonostante il comune approccio a questioni estetiche, l’Eco di allora ha poco a che vedere anche con un Evans-Pritchard rivolto ai fasti letterari del passato, il cui trattato tuttavia, per un ciclico vizio dei tempi, meglio di Opera aperta sa rendere conto dell’opera chiusa di oggi. Dove “chiusa” non significa tanto che abbia smarrito le sue aperture e ambiguità, quanto che le modalità delle sue “ouverture” sono state nel frattempo mappate, costringendo gli artisti a pratiche progressivamente illustrative quando non didascaliche nei confronti delle produzioni precedenti e di conseguenza del mondo. Sia chiaro, in ciò nulla di male, è prassi di sempre negoziare tra esigenze di rottura e adesioni a koiné artistiche codificate, e oggi l’epoca delle trattative sembrerebbe sospesa a tempo indeterminato. Ciò non toglie che un’arte canonizzata possa raggiungere vertici straordinari, si pensi solo agli Egizi, a Duccio, a Martin Creed.
Dai lustri sperimentali di Joyce, Berio e Piero Manzoni l’arte è dunque parecchio cambiata, specie dopo il canto del cigno dei Novanta e il giro di boa del millennio, confluita sotto l’egida di un canone occidentale forgiato in gran parte su media che promuovono un’estetica della rappresentazione. Segni e significati, format e contenuti, codici e loro violazioni appaiono divaricabili quanto intercambiabili, una galassia di opzioni ready-made che veicolano altrettanti messaggi ready-made sovente disturbati “come” ai vecchi tempi. Ferri del mestiere e immaginari non possono che darsi su appositi scaffali, realizzare un’opera è diventato un po’ come fare la spesa, si segue la ricetta sulla confezione, chi più consapevolmente chi meno, variandola un poco ma solo perché impossibilitati a deviare troppo dalle indicazioni. Post-produzione, cucina creola, culto “monopoliteistico”: sono questioni note e dibattute. Meno scontato è che possano intercettare un vecchio ricettario quale l’Evans-Pritchard, utile non a risvegliare le coscienze come vorrebbe il Nicolas Bourriaud di un Radicant ancorato agli Anni Novanta, ma a prendere coscienza della situazione con realismo in vista di opere chiuse almeno convincenti.

Luca Trevisani, Physical Examination, 2014 - Museo Marino Marini - photo Dario Lasagni
Luca Trevisani, Physical Examination, 2014 – Museo Marino Marini – photo Dario Lasagni

Cosa ci suggerisce questo volume realmente in dotazione negli Stati Uniti degli anni ’50? Innanzitutto che siamo in regime di arte illustrativa, appunto, quando i valori delle produzioni artistiche possono essere stabiliti con buona approssimazione tracciando un grafico ideale per mezzo di un’ordinata del contenuto (valori del logos) e un’ascissa della forma (valori del pathos). Ricordate? “…un sonetto di Byron può avere valori alti in verticale ma soltanto medi in orizzontale, un sonetto di Shakespeare, d’altro canto, avrà valori alti sia in verticale che in orizzontale...” Quindi che, data l’arte iper-codificata in tutti i suoi rizomi o radicanti che siano emersa dopo l’anno zero, è possibile stabilire i valori suddetti prima ancora di andare a tavola e addirittura già al supermercato, per via di una Legge di Evans-Pritchard che afferma: “Quanto più un’occorrenza estetica mostrerà di possedere valori alti su entrambi gli assi (e tali perché codificati), tanto più sarà prossima al capolavoro; viceversa quanto più apparirà mediocre, tanto più avrà disertato i valori di uno degli assi o peggio di entrambi”. Impara i valori e metti loro gli allori, insomma, il giudizio a posteriori è indistinguibile dalla prescrizione, dal canone, da una rotta tracciabile su coordinate (due) prestabilite, nell’impossibilità apparentemente definitiva di abbandonare un minestrone globalizzato che ha fagocitato ogni sapore alternativo. Colpisce come in Opera aperta l’intento fosse quello di estendere l’analisi ad opere che pur non potendo sottrarvisi, opponevano resistenza, mentre oggi la strada è spianata per un Evans-Pritchard che scriveva di Shakespeare.
Quale inopinato volano della contemporaneità e saggio di marketing è dunque il suo, professore, se non è lecito pretendere che gli studenti di estetica salgano sui banchi di scuola per salutare il suo ritorno in pompa magna, auspicabile sarebbe che gli artisti del nuovo ordine mondiale impugnassero immediatamente il suo manuale. Specie in Italia. Si prenda il caso di Michele Dantini e del suo puntuale rilievo di un’arte tricolore impantanata tra compiacimento artigianale ed engagement pretestuoso (Che fare? Le due metà dell’arte italiana, Artribune #21, settembre 2014), e si veda quanto l’Evans-Pritchard possa dimostrarsi utile per tornare competitivi sul mercato internazionale. Dantini sottolinea, in particolare, come nel Belpaese le due attitudini non solo tendano a divergere, ma finiscano per illudere artisti e curatori che si stia puntando quantomeno al vertice di uno degli assi, quando né campioni di concetto e impegno civile (Y) né di formalismo ed estasi retinica (X) si profilano all’orizzonte. Ne conveniamo, in caso contrario gli allori internazionali, e non solo i passaporti, germoglierebbero via da “terrazze” di casa assolate sempre e solo per noi. La famigerata mancanza di istituzioni è in tal senso una fortuna, oltre che il solito alibi, ché almeno non si intasano i musei italiani di artisti poco o nulla riconosciuti all’estero.

Danilo Correale
Danilo Correale

Senonché rari acrobati sui trapezi esistono anche qui, così come talenti male indirizzati abbarbicati a un solo asse e per i quali è lecito sperare in un salto di qualità. Siccome a parlare come Evans-Pritchard si rischia di venire cestinati da un clic, proviamo a fornire tre esempi che chiariscano la faccenda, e a farlo servendoci di quelle fastidiose comparazioni tra artisti che giustamente il professore ritiene necessarie per negoziare delle scale valoriali (e con lui il suo discepolo Luca Rossi).
Un buon esempio di “semionauta” a mezz’aria è dato da Pietro Roccasalva, il quale sa mixare ricercatezza formale e sapienza concettuale, tradizione e innovazione, tecnica manuale e maneggevolezza delle nuove tecnologie. Nonostante le sue indubbie qualità, alcuni lo giudicano affetto da genius loci, ma l’esotismo non era un valore e Roccasalva un prodotto “glocal” al pari del Prosciutto di Parma? Siamo sicuri che ci sia differenza di (de)merito tra il suo ritorno all’ordine e quello di un Thomas Houseago o di uno Sterling Ruby? A parità di citazionismi, è metro un poco provinciale quello per cui un neo-primitivismo e un neo-minimalismo valgano più di una neo-metafisica, eppure a Roccasalva continuano ad essere preferiti connazionali diversamente allineati (per esempio da Christov-Bakargiev a Documenta e da Gioni alla Biennale di Venezia) nell’illusione che sfuggano al morbo manierista, quando è vero esattamente il contrario. Solo se assunta consapevolmente una qualsivoglia tradizione artistica può sviluppare gli anticorpi, un principio immunitario che non a caso molti operatori stranieri, a differenza dei nostri più attivi sulla scena internazionale, nel caso di Roccasalva mostrano di apprezzare da tempo.
Veniamo al primo esempio di artista mono-asse. Formalmente ineccepibile in virtù di un “international style” di fondo, concettualmente azzerato, a meno di intendere una poetica della formatività francamente datata, Luca Trevisani mostra di possedere un idioletto estetico coerente e riconoscibile. Di questi tempi è già mezzo successo, occorre dunque che qualcuno lo metta in guardia su una carriera che se non rischia di precipitare, potrebbe non decollare mai. Quel qualcuno naturalmente è Evans-Pritchard (carpe diem?). A titolo esplicativo, un’indicazione da manuale. In un video recente, Trevisani ci mostra un serpente che si inerpica su una struttura rigida stagliata su un fondo verde in chroma key (Physical Examination, 2014). Realizzazione impeccabile, ragioni dell’opera irreperibili se non su un piano morfo-zoo-logico. Ebbene, se solo la griglia si fosse mostrata per quella di Mondrian che pure evoca, il verde dionisiaco espulso dalle tele apollinee del pittore ci sarebbe apparso sullo sfondo di un albero-gabbia nuovamente abitato dal serpente (ricordiamo che la griglia di Mondrian procede per astrazione dall’albero), per un video capace di farci cogliere, a parità di godimento formale, nientemeno che il rimosso mondriano e non solo mondriano. Se tale riformulazione legittimamente non fosse gradita prima di tutto a Trevisani, sarebbe in virtù di coerenza idiolettale e papille gustative, perché dal punto di vista di Evans-Pritchard è inappuntabile. Il punto è evidenziare come si possano riequilibrare i valori percentuali di forma e contenuto nel confezionamento di un’opera chiusa, e come una via privilegiata per farlo in caso di dispotismo formalista sia quella della rappresentazione (più o meno retorica è lo stesso).

Danilo Correale, The Game
Danilo Correale, The Game

È il turno di un artista che, posizionato sull’asse perpendicolare a quello di Trevisani, appare proficuamente impegnato sul fronte del contenuto ma formalmente prossimo allo zero. Danilo Correale ha realizzato lavori dal forte taglio concettuale quali ad esempio i tendaggi esposti da Peep-Hole (The Warp and the Weft, 2012) e la partita di calcio giocata su un campo tripartito (The Game, 2013). Nel primo caso, i colori dei brand di multinazionali, banche e holding finanziarie dei cinque continenti vengono a costituire la trama e l’ordito di austeri vessilli che alludono a un potere finanziario globale; nel secondo, un celeberrimo emblema del duello è sottratto alla competizione dei doppi non solo in vista di una pacificazione, ma anche per essere consegnato a un match potenzialmente virale cha tanto sa di Eurozona. Due statement intelligenti e di gran moda, come si evince, eppure le rispettive illustrazioni appaiono l’una scialba al punto di poter sospettare che trattasi di sovra-interpretazione di normali stoffe, e l’altra tanto anonima che potrebbe essere di chiunque. Se un Bourriaud potrebbe chiudere un occhio, non così un Gagosian. Suggerimenti formali, Prof. Evans-Pritchard? Limitati all’ordine del discorso: se le due allegorie fossero state confezionate non diremmo, rispettivamente, da una Sarah Morris e da un Cyprien Gaillard, ma da un Jonathan Horowitz in grado di veicolarle entrambe, a parità di messaggio starebbero viaggiando molto più lontane.
È chiaro come date le tre casistiche di opera chiusa individuate, certo sovrapponibili ma comunque differenziate, il lettore saprà trovare i nomi alternativi che gli interessano. Ma soprattutto potrà interrogare il proprio operato di artista, critico o curatore che sia, sempre che trovi il coraggio di farlo.

Roberto Ago

Per un fulmineo confronto tra il comune sentire di Evans-Pritchard e Umberto Eco si rimanda, oltre a Youtube (Comprendere la poesia), all’introduzione del saggio in Appendice, “Generazione di messaggi estetici in una lingua edenica”, presente a partire dalla terza edizione di “Opera aperta”.

  • Ruote.telluriche

    Martin Creed come Duccio e gli Egizi?

    • Eugenio

      Neo metafisica ? Ma per favore diamo alle parole il giusto peso!
      Questo articolo sintetizza uno stato confusionale permanente.

    • Eugenio

      Neo metafisica ? Ma per favore diamo alle parole il giusto peso!
      Questo articolo sintetizza uno stato confusionale permanente.

  • Ruote.telluriche

    Martin Creed come Duccio e gli Egizi?

  • Caro Roberto,
    credo che se applicata alla lettera, in Italia, la tua “provocazione cartesiana” non produrrebbe valutazioni molto allineate con i criteri estetici e i valori condivisi a livello internazionale. Sul piano formale, siamo ancora troppo legati a soluzioni neoespressioniste (tu lo chiami genius loci, per me è semplicemente il retaggio della Transavanguardia). Sul piano concettuale, l’impegno civile nel nostro paese è interpretato in chiave paternalistica e sempre soggettiva. Non esiste il concetto di comunità e non esistono obiettivi condivisi. Il protagonismo del martire per le cause perse, la denuncia fine a se stessa o la beneficenza occasionale non risolvono nulla a livello sistemico e non parlano il linguaggio della cooperazione che altrove è ampiamente compreso.
    Il nostro problema è un individualismo esasperato, che attualmente è la cifra più riconoscibile dell’identità nazionale. Abbiamo un unico asse di riferimento, che misura la grandezza dell’io. Gli unici valori perseguiti sono gli interessi particolari e la gratificazione personale, anche attraverso la creatività. Ovviamente, si tratta di un criterio difficilmente esportabile quando ci si rivolge alla comunità artistica e culturale internazionale. Questa fase storica è adatta alle poetiche dell’impersonalità, mentre qui siamo circondati dall’egocentrismo.

  • Caro Roberto,
    credo che se applicata alla lettera, in Italia, la tua “provocazione cartesiana” non produrrebbe valutazioni molto allineate con i criteri estetici e i valori condivisi a livello internazionale. Sul piano formale, siamo ancora troppo legati a soluzioni neoespressioniste (tu lo chiami genius loci, per me è semplicemente il retaggio della Transavanguardia). Sul piano concettuale, l’impegno civile nel nostro paese è interpretato in chiave paternalistica e sempre soggettiva. Non esiste il concetto di comunità e non esistono obiettivi condivisi. Il protagonismo del martire per le cause perse, la denuncia fine a se stessa o la beneficenza occasionale non risolvono nulla a livello sistemico e non parlano il linguaggio della cooperazione che altrove è ampiamente compreso.
    Il nostro problema è un individualismo esasperato, che attualmente è la cifra più riconoscibile dell’identità nazionale. Abbiamo un unico asse di riferimento, che misura la grandezza dell’io. Gli unici valori perseguiti sono gli interessi particolari e la gratificazione personale, anche attraverso la creatività. Ovviamente, si tratta di un criterio difficilmente esportabile quando ci si rivolge alla comunità artistica e culturale internazionale. Questa fase storica è adatta alle poetiche dell’impersonalità, mentre qui siamo circondati dall’egocentrismo.

    • angelov

      Uno dei paradossi sociali italiani consiste nel Volontariato; nonostante sia così diffuso, è stato anche strumentalizzato al punto che, posizioni di fatto lavorative, siano state coperte da volontari non pagati, impedendo un impiego retribuito ad un esercito di disoccupati. Questa maledetta abitudine di volgere lo sguardo altrove, quando si è di fronte alla realtà dei fatti, è un vezzo estetico tipicamente italiano: è ovvio che si tratta di una componente culturale presente in forme diverse ed ovunque in altri contesti…

  • LUCA ROSSI

    Caro Roberto,

    ti rispondo con l’introduzione alla mia ultima puntata sulla ricognizione italian area, che forse avevi perso:

    “In una famosa scena del film L’attimo fuggente, Robin Williams invita i suoi studenti a strappare l’introduzione a un manuale di letteratura. In quelle pagine, un insigne professore spiega come sia possibile misurare oggettivamente qualsiasi poema. Il Professor Keating – questo il nome del personaggio interpretato dall’attore recentemente scomparso – argomenta come non sia possibile fare l’hit parade delle poesie. Potremo dire la stessa cosa per le opere d’arte e gli artisti? A mio parere sì. Non esiste arte giusta e arte sbagliata, mentre invece è possibile argomentare criticamente senza l’assurda pretesa di raggiungere risultati oggettivi. Questa necessità di argomentare e dialogare è ancora più forte se ci confrontiamo con un sistema che vede un pubblico assente o disinteressato; addetti ai lavori che, arroccati su torri d’avorio, hanno perso qualsiasi interesse e capacità a una critica argomentata; opere d’arte che “sono interessanti” solo in base ai luoghi e alla pubbliche relazioni che le sostengono o rispetto al clamore che producono. Sono convinto che il Professor Keating considererebbe anomalo giudicare una poesia in base al luogo in cui viene letta o al fatto che venga urlata o meno.
    Considero queste “pagelle” un atto d’amore nei confronti dell’arte e degli artisti. La severità dei giudizi è motivata soprattutto da una prudenza nei confronti della storia dell’arte e di percorsi ancora aperti e in divenire. Questa ricognizione sull’arte italiana degli ultimi vent’anni, è la cartina di tornasole di un contesto di formazione, valutazione e promozione che considero profondamente carente.”

  • LUCA ROSSI

    Caro Roberto,

    ti rispondo con l’introduzione alla mia ultima puntata sulla ricognizione italian area, che forse avevi perso:

    “In una famosa scena del film L’attimo fuggente, Robin Williams invita i suoi studenti a strappare l’introduzione a un manuale di letteratura. In quelle pagine, un insigne professore spiega come sia possibile misurare oggettivamente qualsiasi poema. Il Professor Keating – questo il nome del personaggio interpretato dall’attore recentemente scomparso – argomenta come non sia possibile fare l’hit parade delle poesie. Potremo dire la stessa cosa per le opere d’arte e gli artisti? A mio parere sì. Non esiste arte giusta e arte sbagliata, mentre invece è possibile argomentare criticamente senza l’assurda pretesa di raggiungere risultati oggettivi. Questa necessità di argomentare e dialogare è ancora più forte se ci confrontiamo con un sistema che vede un pubblico assente o disinteressato; addetti ai lavori che, arroccati su torri d’avorio, hanno perso qualsiasi interesse e capacità a una critica argomentata; opere d’arte che “sono interessanti” solo in base ai luoghi e alla pubbliche relazioni che le sostengono o rispetto al clamore che producono. Sono convinto che il Professor Keating considererebbe anomalo giudicare una poesia in base al luogo in cui viene letta o al fatto che venga urlata o meno.
    Considero queste “pagelle” un atto d’amore nei confronti dell’arte e degli artisti. La severità dei giudizi è motivata soprattutto da una prudenza nei confronti della storia dell’arte e di percorsi ancora aperti e in divenire. Questa ricognizione sull’arte italiana degli ultimi vent’anni, è la cartina di tornasole di un contesto di formazione, valutazione e promozione che considero profondamente carente.”

  • matteo

    Grande articolo Ago ce ne vorrebbero sempre così lucido argomentato preciso anche i giudizi sugli artisti sono più che condivisibili. Roccasalva è il miglior artista italiano dopo Cattelan, Trevisani e Correale due fuffe

    • LUCA ROSSI

      Roccasalva gioca a dadi, remiga abilmente, con effetti surrealistici preoccupanti. Ma capisco che il vuoto faccia paura e che ci si debba attaccare a qualcosa.

  • Davide Bertocchi

    “…Bourriaud potrebbe chiudere un occhio, non così un Gagosian”:
    il paradigma dell’oggi sta tutto in questa affermazione…
    Grazie Roberto

    • LUCA ROSSI

      Da anni ormai dico che si tratta semplicemente di uscire da binari morti e prevedibili, ma gli artisti sono i primi vanitosi che non riescono a staccarsi da una certa idea di artista.

  • Roberto Ago

    Ciao a tutti. Caspita non sono d’accordo con nessuno di voi. In breve.
    A Luca. Non si tratta di classifiche ma di scale valoriali, e di fornire agli artisti una bussola per riequilibrare il fare artistico qualora risultasse sbilanciato, perché l’assenza di critica in Italia forse non ha permesso loro di farsi un’idea abbastanza oggettiva dei propri limiti e pregi.
    A Davide. Non contrapporre in modo ideologico mercato e impegno,
    ero all’opening di Richard Prince e ti assicuro che si respiravano entrambi.
    A Matteo. Non esageriamo adesso. Tenendo ben distinti gusti personali e valore di un artista, direi che dopo Cattelan vengono Stingel e la Beecroft. Ma se proprio ci tieni ti concedo un quarto posto : )
    A Vincenzo. Il problema in Italia non è l’individualismo che è un valore perché promuove la concorrenza, semmai il consociativismo, la de-meritocrazia e l’incompetenza diffusi che lo soffocano.

    A Ruote T. Certo!
    A Eugenio. Perché Roccasalva non fa neo-metafisica? A me pare proprio di sì e la fa anche molto bene.
    Roberto Ago

  • Caro Roberto,
    quanto all’idea ostinatamente liberista che l’individualismo sia un valore perché produce concorrenza, ne potremmo discutere in campo finanziario (e anche lì mi sembra che i recenti sviluppi tendano a minare questa certezza), ma mi sembra che applicare una teoria del genere al mondo dell’arte voglia dire incoraggiare una visione economicistica che non condivido.
    Sono d’accordo quando dici che mercato e impegno non vadano contrapposti in maniera ideologica, ma vorrei che mi si spiegasse come l’impegno per fini esclusivamente personali possa assumere rilievo e significato per il pubblico (e quindi per la collettività). Il consociativismo, in fondo, è un’estensione della logica individualista. Sussiste solo in contesti affetti da profonde divisioni, dove non è mai stata elaborata una solida identità collettiva. Quanto all’assenza di meritocrazia e all’incompetenza siamo invece d’accordo. Il problema è che anche i concetti di merito e di competenza sono ormai calibrati su un sistema di (dis)valori che premia la personalità e non la professionalità.
    Quando tu e altri (Christian Caliandro, Antonio Grulli, Luca Rossi, etc…) sostenete la necessità di rinegoziare scale valoriali, avete centrato il punto in linea teorica. Ma poi continuate a lavorare senza in alcun modo fare gruppo, condividere e confrontarvi in maniera costruttiva. Nella pratica il vostro fare è ancora orientato verso quelle dinamiche di sistema che teoricamente contestate, ma che contribuite a tenere in vita. L’alternativa non si può costruire in maniera isolata. Non dico che si debba diventare radicali e rifiutare ogni compromesso; anzi, i compromessi (con il mercato, con le amministrazioni, con i centri di potere politico) sono necessari per modificare le cose. Ma da soli si è deboli e si finisce per essere modificati, non per modificare. Dovreste (non dico dovremmo per modestia) cercare di trovare compagni di viaggio che vi somigliano, superando i sospetti, la logica della concorrenza, i desideri di affermazione personale. Io spero che nasca una piattaforma allargata per rifondare dal punto di vista etico l’operare artistico. Per ora ci si conosce, ci si scambiano punti di vista. Non dico che ognuna delle persone che ho citato non stia fornendo un suo contributo al cambiamento. In alcuni casi le esperienze già realizzate sono un ottimo punto di partenza. Ma incrocio le dita affinché qualcuno decida di fare squadra.

  • Diversamente da Roberto sono d’accordo con tutti.
    Concetto e percetto insieme, pienamente d’accordo con Roberto, come si può vedere dai miei lavori. Pensare e fare in maniera ecologica, non focalizzarsi sugli oggetti-opere ma su soggetti-operai. L’opera é ciò che rimane dentro di noi, voi… non quello che butto fuori. Ecco perché le gallerie sono totalmente inutili. E qui sono d’accordo con Luca che l’opera avviene a casa nostra.
    E sono anche d’accordo con Vincenzo, bisogna trovare forme collaborative alternative come ho spesso proposto in questi spazi…senza risultati

    • roberto ago

      Ola. Coda e Luca sorvolando sull’inutilità delle gallerie (altra questione è se la fruizione dell’arte nelle stesse o nei musei non stia diventando obsoleta, come lo diventò per la caverna e la cattedrale), avete letto l’intervista alla Capata che apre a New York? Cito a memoria: “Se non fosse per i galleristi gli artisti italiani non avrebbero praticamente alcuna possibilità di farsi conoscere, perché critici e curatori italiani servono, in tal senso, a poco o nulla (corsivo farina mia). L’arte “fatta in casa” è semplicemente una contraddizione in termini. RA

      • perchè è così importante farsi conoscere? il tuo è un discorso da marketing. a me non interessa diventar famoso. Io voglio essere solo un hobbista, uno con la passione di fare le cose, senza vincoli esterni. Ecco perchè non voglio fare l’artista professionista. Mi guadagno da vivere con un altro lavoro.
        Ecco perchè l’arte fatta in casa non è una contraddizione, anzi l’unica via d’uscita, secondo me. Potrei azzardare che è una questione di “purezza”, anche se può apparire ingenuo. E per concludere, l’arte fatta in casa non è solo dal pdv del produttore dell’opera ma soprattutto del consumatore-spettatore.

  • michi

    Luca, ha ragione Roccasalva, è vecchio e noioso e poi dai è uguale a De Dominicis, non ci si crede

  • Roberto Ago

    Cari commentatori, mi rendo conto solo stamattina che davo per scontata una certa maturità e consapevolezza dell’uditorio in merito al tema dell’impegno e del disimpegno in arte. Mi accorgo che così non è tanto più che l’equivoco mercato VS impegno riguarda anche importanti operatori sia italiani che stranieri. E’ chiaro come il mio intervento possa essere apparso un saggio di marketing, un’apologia reazionaria o l’ammissione di un disimpegno programmatico, non senza il gusto della provocazione era esattamente questo il mio intento. Ma non certo per partito preso, io mi sono limitato a fotografare quella che credo sia la situazione al di là dei proclami e delle belle intenzioni. Al momento non ho tempo di occuparmi del retroterra concettuale che davo per scontato, vedrò per l’anno nuovo di cercare di chiarire la faccenda. RA