Inpratica. Retorica della ripartenza e tempo nuovo (II)

Il tentativo, in questa rubrica, è ancora e sempre quello di costruire il “fuori” rispetto a questo “dentro” così asfissiante e noioso che è il sistema dell’arte e – in generale – della cultura contemporanea. E questa volta in soccorso viene addirittura Benedetto Croce con l’Ariosto…

Otto Dix, Trittico della Guerra, 1929-32)

The future is already here –
it’s just not very evenly distributed.
William Gibson

Il tentativo è ancora e sempre quello di costruire il “fuori” rispetto a questo “dentro” così asfissiante e noioso che è il sistema dell’arte e – in generale – della cultura contemporanea.

Le sedi storiche, tradizionali del dibattito e del discorso pubblico sono compromesse, erose: i quotidiani non sono più da tempo il luogo in cui emergono idee nuove, conflittuali, critiche. Confrontarsi con le piattaforme digitali, neanche più tanto nuove, è l’unico modo sensato intanto per intercettare e stimolare un pubblico vasto, che avverte le nostre stesse esigenze ed esprime oscuramente le nostre medesime istanze.

Ancora e sempre, il compito è chiarire e non confondere – attraverso la critica culturale, l’analisi e l’indagine delle trasformazioni che riguardano la realtà sociale nel suo complesso (e quindi anche i suoi ‘riflessi’ culturali).

Di fronte ci troviamo due ordini principali di problemi (l’uno conseguenza diretta dell’altro):

1. l’autoreferenzialità – intesa come distacco schizofrenico dell’arte e della cultura dalla realtà (è a questo, in definitiva, che rimanda l’espressione “sistema”);

2. l’imbarbarimento culturale: l’incapacità mentale, sempre più diffusa, a concentrarsi su un problema, su un fenomeno, a confrontare i diversi punti di vista su di esso – ad ammettere intanto che esistano diversi punti di vista, che essi possano esistere – e a discuterli a partire da una propria, formata, motivata, elaborata posizione.

La disabitudine profonda, e superficiale, alla complessità.

L’ostilità feroce alla possibilità di lasciarsi trasformare dagli oggetti culturali e ancor più dalle idee – che cosa di maggiormente ineffabile, inafferrabile eppure potente? –, di lasciarsi cambiare internamente; alla possibilità che la nostra identità personale, e persino quella collettiva, non siano monolitiche, date una volta per tutte e immobili, ma soggette a continua mutazione.

Che anzi l’identità sia questa mutazione. Questo movimento.

Un’idea percepita assurdamente come terrificante a livello diffuso. L’Italia è questo, ma non è questo.

(A seconda, ancora una volta, della prospettiva che si adotta.)

***

Jeff Koons, Gazing Ball (Farnese Hercules), 2013
Jeff Koons, Gazing Ball (Farnese Hercules), 2013

Come possono, davvero, la cultura, la critica, la critica culturale intervenire nel tessuto della realtà?

Possono, davvero, la cultura, la critica, la critica culturale intervenire nel tessuto della realtà?

La risposta è sì – e non si basa solo e soltanto su un atto di fede. Possono nella misura in cui abiurano a loro volta allo schema di riferimento imposto e accettato nel corso dell’ultimo trentennio. Il framework concettuale e ideologico che ha orientato scelte, paradigmi culturali, comportamenti, intere architetture intellettuali: lo schema in base al quale, cioè, la cultura postmoderna realizzava di non potere in nessun modo modificare il mondo, in nessuna parte, ma accettava gioiosamente di rimanere confinata nel suo lussuoso recinto, e assumeva (autoconvincendosi di questo) che il recinto fosse lì da sempre.

Che fosse molto sofisticato averlo riconosciuto, e ancora più sofisticato, e meritevole di premi, fare di questo riconoscimento il proprio tema.

Ecco, ora ci troviamo, se vogliamo, nella situazione diametralmente opposto: fare del disconoscimento il nostro tema culturale centrale. Operare una sorta di addestramento negativo collettivo, orientato a disimparare questo codice e questi dogmi.

La critica è sempre e comunque volta a riconnettere, ricongiungere, ricucire cultura e tessuto della realtà.

Benedetto Croce
Benedetto Croce

Se l’Ariosto fosse stato filosofo, o poeta filosofo, avrebbe sciolto un inno all’Armonia, come non pochi se ne posseggono nella storia della letteratura, cantando quell’alta Idea che gli rendeva comprensibile la discorse concordia delle cose e, appagandogli l’intelletto, infondeva pace e gioia all’animo. Ma l’Ariosto era l’opposto del filosofo, e certo, se potesse leggere ciò che andiamo investigando e scoprendo in lui, stupirebbe, e poi sorriderebbe, e ci regalerebbe a comento qualche bonaria celia. Il suo amore per l’Armonia non passava attraverso un concetto, non era amore pel concetto e per l’intelligenza, cioè per cose rispondenti a un bisogno che egli non provava: ma era un amore per l’Armonia direttamente e ingenuamente vissuta, per l’Armonia sensibile: un’Armonia che non sorgeva, dunque, per un disumanamento e abbandono di tutti i sentimenti particolari e un salire religioso al mondo delle idee, ma anzi come sentimento tra i sentimenti, sentimento dominante che circonfondeva tutti gli altri e li componeva tra loro” (Benedetto Croce, Ariosto, 1917).

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).
  • Come possono, davvero, la cultura, la critica, la critica culturale intervenire nel tessuto della realtà?

    Forse basta essere realisti

    Ma dai ancora con questo atteggiamento da maestrine, la cultura che va verso la società, oramai queste cose sono superate, vecchie, legate agli interessi di qualcuno che deve confermare qualcosa, la società odierna (e la sua realtà) è talmente frammentata che si può dire che non esiste più cultura ma centinaia di culture, da quella televisiva fino a quella di qualche sub società che vive nel centro di New York, chi avrà più fortuna potrà promuoverla meglio, ma è solo un fatto di potere, per cui una dittatura (esasperando un poco le posizioni).

    • roberspierre

      con i soldi si può fare tutto anche, la critica e la storia

  • buon punto il passaggio dall’aspetto mentale a quello sensibile. E’ un aspetto che, sebbene troppo generico se non meglio definito, ritengo molto attuale (come ben evidente nel mio blog).
    Ma caro Caliandro, nonostante quello che scrive, non sembra andare mai oltre l’aspetto concettuale, almeno ricordando quello che rispose ad un mio post di qualche tempo fa dove le chiedevo cosa faceva per mettere in pratica quello che scriveva (“io penso e scrivo” o qualcosa di molto simile, mi disse). Secondo la citazione di Croce, non si dovrebbe provare ad andare oltre?

  • Bubnic

    C. Caliadro: “1. l’autoreferenzialità – intesa come distacco schizofrenico dell’arte e della cultura dalla realtà (è a questo, in definitiva, che rimanda l’espressione “sistema”)”

    1. Distacco dell’arte dalla realtà?! ma è vero tutto il contrario invece! mai come oggi l’arte risulta perfettamente sovrapponibile al mondo sensibile, aderente al reale per forme e contenuti adottati dagli operatori del settore. Da qualche decennio, siamo immersi in un iperrealismo imperante che non sembra voler volgere al termine.
    Il “sistema” di cui parla Caliandro non è che una logica conseguenza della realtà che viviamo tutti i giorni, una società fondata sul consumo e su logiche mercantili: l’entità effimera dei mercati finanziari.

    C. Caliadro: “2. l’imbarbarimento culturale: l’incapacità mentale, sempre più diffusa, a concentrarsi su un problema, su un fenomeno, a confrontare i diversi punti di vista su di esso – ad ammettere intanto che esistano diversi punti di vista, che essi possano esistere – e a discuterli a partire da una propria, formata, motivata, elaborata posizione.”

    2. L’imbarbarimento culturale del pubblico è un falso problema: se è vero che il pubblico dell’arte, gli spettatori, sono da sempre dei parvenu (“lasciano i banchi dove vendono salami e senza aver letto un libro si siedono a teatro”). Dunque non è un tema decisivo per le sorti dell’arte e degli artisti.

    C. Caliadro: “La critica è sempre e comunque volta a riconnettere, ricongiungere, ricucire cultura e tessuto della realtà.”

    Al grande artista (ciò che manca davvero) non occorre la mediazione della critica, né la sua pessima abitudine di riportare tutto sul piano del comprensibile e del linguaggio comune, infine del “reale”. In fondo come disse qualcuno, i critici sono solo “tutori del testo e dell’ordine”, tutto quanto da cui la grande arte deve rifuggire, per sua stessa sopravvivenza.

    “Se è assolutamente necessario che l’arte serva a qualche cosa, dirò che dovrebbe servire ad insegnare alla gente che ci sono attività che non servono a niente, e che è indispensabile che ce ne siano.”(Ionesco)

    Dunque, abbasso la realtà!
    Viva la fantasia e la necessaria inutilità dell’arte.