Im Amerika Haus. Grand Opening per la Galleria C/O Berlin

Quattro mostre fotografiche in occasione della riapertura di C/O Berlin, una delle gallerie di fotografia più importanti di Berlino, presso la nuova sede dell’Amerika Haus, nella zona di Charlottemburg. Tanti modi diversi di fare fotografia, dai più tradizionali a quelli sperimentali. Ecco il racconto della serata.

CO Berlin - photo Erika Pisa
CO Berlin - photo Erika Pisa

Dopo anni di silenzio, per celebrare la riapertura, la Galleria C/O Berlin ha inaugurato quattro mostre contemporaneamente, raccogliendo i negativi di alcuni dei servizi fotografici più celebri, come quelli della famosa agenzia americana Magnum. Centinaia i visitatori al vernissage, in ragione della fama che ha riscosso finora la sua autorità culturale.
La grande fotografia, mostrata nelle sale dell’edificio, vive ancora, conservando nei dettagli la stessa potenza degli anni in cui è stata prodotta, nonostante per alcuni degli ospiti quei periodi siano lontani e per altri siano solo racconti.
La decisione di trasferirsi a Charlottemburg, Berlino Ovest, dalla sede storica dell’ex Ufficio Postale Reale, è stata annunciata da Stephan Erfurt, fondatore della galleria insieme a Marc Naroska e Ingo Pott. Un luogo scelto a simbolo dell’unione tedesca, sul limite di quella che era la barriera che separava le due città, la sovietica e l’occidentale. Dalla stazione dello Zoologischer Garten qualche anno fa, nonostante i lavori di ristrutturazione, si sarebbe scesi guardando nella direzione dell’Amerika Haus, con la consapevolezza di essere di fronte a un edificio con il fascino di un pregiato centro di cultura. Nel suo interno, Lyonel Feininger, Robert Rauschenberg, Frank Lloyd Wright e un gruppo di artisti nativi americani esposero le loro opere nel dopoguerra, accrescendo un continuo scambio tra la Germania e l’America di quegli anni. Le undici lettere metalliche appese alla bandiera a stelle e strisce della facciata dell’edificio, progettato da Bruno Grimmek negli anni Cinquanta, oggi diventano il teatro di una contemporaneità berlinese ma anche globale, senza più riflettere nessuna divisione né politiche di contesa.

CO Berlin - photo Erika Pisa
C/O Berlin – photo Erika Pisa

Il collegamento con questa costruzione è Will McBride, primo fotografo a esporre il proprio lavoro nell’Amerika Haus. Una delle rassegne inaugurate infatti si intitola Will McBride. Ich war verliebt in diese Stadt (“Ero innamorato di questa città”), con scatti appartenenti a una Berlino ancora tra le macerie. La distruzione continua, e la si ritrova anche nelle sovrapposizioni di Luise Schröder accompagnate dai testi di Hannah Peterson in Arbeit am Mythos (“Lavorare sul mito”). Paesaggi, strade e persone emergono dagli scorci di una Dresda antica e di una più evoluta, in un’operazione di bruciatura e bagni d’acqua che obbliga la rilettura di un palinsesto cronologico urbano, attraverso una distorsione teatrale delle immagini.
L’atto del fotografare qui è cosa conosciuta, accettata e, in una delle esposizioni, portata a esasperarsi tramite esperimenti, come in Picture Yourself. Magnum Photomaton. Le cabine fotografiche, in genere, sono dispositivi che producono ritratti senza il contributo di nessun autore, ma all’interno della mostra sono messe a disposizione dei visitatori che desiderano utilizzarle per scattare una fototessera nello stile di fotografi come Elliott Erwitt, Bruce Gilden, Philippe Halsman, Steve McCurry, Martin Parr e Paolo Pellegrin. Un gioco che utilizza macchine per simulare un approccio individuale, cercando la sostanza unicamente nel soggetto fotografato, autore della propria espressione.

CO Berlin - photo Erika Pisa
/ C/O Berlin – photo Erika Pisa

Gli spazi della mostra sono gremiti e guardando gli scatti di Magnum. Contact Sheets non ci si accorge più delle distanze temporali. Forse perchè si è già dentro quella storia, registrata e formalizzata. Studiamo ciò che queste immagini ci hanno mostrato: Piazza Tiananmen con il rivoltoso di fronte al carro armato di Stuart Franklin (Cina, 1989), il volto di Ernesto “Che” Guevara di René Burri (Cuba, 1963) o i campi profughi della ragazza afghana di Steve McCurry (Pakistan, 1984). Conosciamo il mondo grazie al lavoro di questi occhi viaggiatori, che trovano le loro destinazioni in un campo minato, su una spiaggia, in una folla che ascolta un discorso, nell’atelier di un artista.
I ricordi sono fatti, il più delle volte, di piccoli momenti estratti da lunghe narrazioni; e così succede anche per le fotografie, che vivono silenziose come il ricordo di un attimo in uno spartito più ampio.

 

Nicola Violano

 

Berlino // fino al 16 gennaio 2015
Magnum. Contact Sheets
Picture Yourself. Magnum Photomaton
Will McBride. Ich war verliebt in diese Stadt
Arbeit am Mythos – Talents 30. Luise Schröder / Hannah Peterson
C/O BERLIN
Amerika Haus, Hardenbergstrasse 22–24
+49 (0)30 2844416-0
[email protected]
www.co-berlin.org

 

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Nicola Violano
Nicola Violano (1989), laurea in architettura con massima votazione e tesi sui territori di cava e le strategie di rifunzionalizzazione di un comparto lapideo. Opera nell’ambito della progettazione architettonica e contribuisce alla didattica dei corsi di Composizione architettonica presso l’Università degli Studi G. d’Annunzio di Chieti-Pescara. Partecipa a numerosi workshop, tra cui OC International Summer School, le varie edizioni di Marmomacc-Stone Academy tenute in sedi differenti, Favelas con vista e altri. Espone alla Biennale di Venezia (2012) con un progetto sulle stratificazioni di Corinto, al Medi Stone Expo di Bari (2013) curando con Erika Pisa, Domenico Potenza e Marco Ragone la mostra su “Angelo Mangiarotti e la pietra di Apricena”, al MAC-Museo d’Arte Contemporanea di Lissone con il progetto Trita-Sapori selezionato per il Premio Lissone Design. Tra Italia e Germania, collabora con diverse testate, quali Artribune, Domus, Architettura di pietra, Archeologia Viva, AZ marmi e WOOmezzometroquadro, di cui è cofondatore. Oggetto delle ricerche attuali, guida anche per il lavoro condotto con Erika Pisa sull’installazione a Milano-Expo 2015 e i prodotti disegnati per alcune collezioni di design, è la temporaneità dall’archetipo.