Giuseppe Spagnulo. Il senso poetico del fare

Grandi sculture in terracotta nella mostra appena inaugurata alla Galleria dello Scudo di Verona, grandi sculture in ferro per l’esposizione che si apre venerdì 19 dicembre al Camusac di Cassino. Due mostre in una settimana rilanciano alla grande l’arte di Pino Spagnulo: e lui ce le racconta – e si racconta – in questa intervista

Giuseppe Spagnulo alla Galleria dello Scudo, Verona
Giuseppe Spagnulo alla Galleria dello Scudo, Verona

 

Due mostre diverse, ma comunque importanti, nel giro di una settimana: hai qualcosa di urgente da dire al mondo, o si tratta solo di una combinazione?
È solo una combinazione (sorride). Capitano tre anni in cui non succede niente, poi ti chiedono due mostre in contemporanea, è solo un caso…

Le novità le hai riservate alla personale alla Galleria dello Scudo, a Verona
Beh, è una scommessa su questa materia antica e meravigliosa che è la terra. Che io uso in un modo particolare: non come “argilla”, come una materia accarezzata, ma come fango.

C’è qualcosa di ancestrale, in questo: tu hai mosso i primi passi nella bottega di ceramica di tuo padre, in Puglia…
Sì, sono vissuto sempre dentro questo mondo, sporco di terra fin da fanciullo, quando frequentavo la fabbrica di mio padre, plasmavo qualche oggetto, provavo il tornio. Questa cosa mi ha accompagnato per tutta la vita, silenziosamente, e spesso ho alternato il lavoro con il ferro con questo con la terra.

Come riesci a gestire i passaggi fra due tecniche lontane, che poi portano ad esiti formali assai distanti?
C’è qualcosa che le accomuna, sempre. Quello che le accomuna è il fuoco: l’argilla col fuoco si solidifica, il ferro col fuoco si ammolla. E poi sono due materiali amorfi, non hanno un senso da soli. Un blocco di marmo è bello in sé: come fai a toccare un blocco di marmo? È bellissimo com’è! L’argilla invece non è bella in sé. Una montagna di terra è una montagna di terra, un blocco di ferro è un blocco di ferro, non hanno quel fascino che ha per esempio il tronco dell’albero, o la pietra levigata dal fiume… Terra e ferro non hanno fascino, e allora bisogna dargli la poesia. Ed è più facile dare poesia ad un materiale… stavo per dire povero, ma non è quello… amorfo è la parola giusta, che lui stesso ti pone il problema poetico. Devi riscattare questa povertà di immagine del materiale con un senso poetico del fare. Ecco, l’energia… La cosa che mi interessa di più, nell’arte, non è la forma: può essere in tanti modi, la forma, un cilindro, un disco, un muro, un pavimento, non mi interessa. Quello che mi interessa invece è questo senso dell’energia: che è la vera ricchezza del nostro Paese, la bellezza del fare…

Giuseppe Spagnulo, Camusac, Cassino

Terra a Verona, dunque, e ferro a Cassino, nella mostra al Camusac…
Sì, a Cassino ci saranno otto opere in ferro che coprono un arco di lavoro di dieci anni. Opere in qualche caso molto grandi, e pesanti: tanto che a una abbiamo dovuto rinunciare, quando è arrivato il camion abbiamo fatti tanti tentativi, ma non siamo riusciti a caricarla, e l’abbiamo sostituita.

Due mostre, in due luoghi molto identificati con due personaggi: Massimo Di Carlo a Verona, Sergio Longo a Cassino…
Sergio Longo in realtà posso dire di averlo conosciuto bene in questa occasione: ero stato a vedere la mostra che fece di Castellani, poi l’idea di questa esposizione è nata assieme a Bruno Corà, che la cura. Con Di Carlo è diverso: siamo come due fratelli, che si odiano e si amano! (ride di gusto). Lui è di quei personaggi che viaggiano senza freno a mano tirato, generoso come pochi, e poi riesce a mescolare nel suo lavoro la storia con l’avanguardia, e questo mi piace… Mentre montavamo la mostra Gabriella Belli (direttrice dei Musei Civici di Venezia, compagna di Di Carlo, ndr) mi ha fatto molto piacere dicendo che guardare questi miei lavori significa ripercorrere una bella parte della storia italiana, c’è Burri, Fontana, Leoncillo…

A proposito: Vincenzo Trione ha annunciato che nel suo padiglione italiano alla prossima Biennale cercherà di valorizzare l’identità italiana. Ti senti candidato?
Non conosco Trione, ma posso dire che il mio lavoro ricalca l’idea di identità italiana. Io faccio delle cose che per un americano sarebbero impossibili: quello che faccio io viene dalla mente della storia, e io ne sono orgoglioso. Spesso metto idealmente a confronto Henry Moore e Arturo Martini. Moore non arriva neanche al calcagno di Martini, però lui è riconosciuto come un genio nel mondo, Martini è conosciuto, sì, ma soprattutto da specialisti… Pensiamo a Leoncillo: l’Inghilterra non ha un personaggio di quella dimensione nella sua storia…

Massimo Mattioli

Giuseppe Spagnulo – Terra cotta. Opere 2012-2014
Fino al 31 marzo 2015
Galleria dello Scudo
Vicolo Scudo di Francia 2 – Verona
www.galleriadelloscudo.com


Pino Spagnulo
Inaugurazione: sabato 19 dicembre 2014 – ore 17 

Camusac – Cassino Museo di Arte Contemporanea
​Via Casilina Nord 1 – Cassino
www.camusac.com

 

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra Artsiders, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Fa parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.