Dove va la fotografia? Colloquio a tre con Walter Guadagnini

La storia della fotografia pubblicata da Skira giunge al quarto e ultimo volume. Abbiamo intervistato Walter Guadagnini, curatore dell’intero progetto. Per una conversazione a tre voci sul libro, ma anche sullo stato odierno della fotografia e sulle sue prospettive.

È in libreria il quarto e ultimo volume della storia della fotografia curata da Walter Guadagnini e pubblicata da Skira. La nuova uscita completa il panorama coprendo gli anni dal 1981 al 2013. Forse il periodo più complesso, segnato da rivoluzioni tecnologiche, stilistiche e di approccio alla fotografia. Abbiamo intervistato Guadagnini, coinvolgendolo in una conversazione a tre voci sul libro, ma anche sullo stato odierno della fotografia. E sulle sue prospettive.

Angela Madesani: Il panorama della fotografia contemporanea è particolarmente ampio. Qual è stato il criterio di scelta?
Come per tutti gli altri volumi, ho cercato – con la preziosa collaborazione di Francesco Zanot e seguendo anche le indicazioni degli autori dei saggi – di individuare i volumi e gli eventi irrinunciabili per comprendere le tappe fondamentali dell’evoluzione del linguaggio fotografico, anche in rapporto alla società e alla storia del periodo.

Stefano Castelli: Un bilancio finale del lavoro quadriennale. Svolgendolo sei giunto a conclusioni o scoperte impreviste a livello programmatico? Rimpianti: qualcosa che per brevità non è stato possibile includere?
In questi casi l’elenco degli assenti è lungo quasi quanto quello dei presenti, ma è un elemento che si mette in conto sin dal primo volume.
Per quanto riguarda gli imprevisti rispetto al programma, direi di no, un progetto così per partire e per arrivare alla conclusione deve essere strutturato molto bene sin dall’inizio, non c’è spazio per l’improvvisazione.

Martin Parr - GB. England. Sedlescombe. British flags at a fair. 1995-1999.
Martin Parr – GB. England. Sedlescombe. British flags at a fair. 1995-1999.

A.M. I fotografi dei quali si parla sono soprattutto artisti che utilizzano la fotografia per il loro lavoro: da Sugimoto a Hans-Peter Feldmann, da Wolfgang Tillmans a Boris Mikhailov. Puoi parlarci di questa scelta?
E quindi li chiamiamo artigrafi? O Fotoartisti? Francamente tutto il volume mi pare sottolinei proprio il fatto che questi nostri anni hanno finalmente rotto questa dicotomia fra artisti, artisti-fotografi, fotografi che fanno arte e via elencando, quindi la scelta è stata quella di individuare semplicemente le figure che abbiano detto qualcosa di nuovo – sul mondo o sulla fotografia, o meglio ancora su entrambi – attraverso le loro immagini fotografiche e la loro riflessione.

A.M. Una domanda un po’ provocatoria: perché avete scelto di mettere Nan Goldin in copertina?
Mi spiace deluderti, ma banalmente perché è una bella immagine, che piaceva sia a noi che al grafico. Personalmente amo molto l’installazione 24 Hours Photo di Kessels, è un po’ un’immagine dello stato della fotografia oggi, ma su questo impianto grafico non funzionava.

S.C. Il periodo trattato nell’ultimo volume (dall’introduzione del digitale in poi) è il più ambiguo: la fotografia si diffonde enormemente ma allo stesso tempo rischia di svanire come fenomeno autonomo proprio a causa della quantità di scatti prodotti; la fotografia intesa come arte contemporanea si afferma definitivamente, ma allo stesso tempo gli artisti la usano indifferentemente dagli altri mezzi, senza riconoscerle la natura di medium specifico. La “persistenza” della fotografia è ancora possibile in tutto ciò? È auspicabile?
Non credo sia un caso che – a partire proprio dalle tue giuste considerazioni – oggi si tenda a usare sempre più il termine immagine, e sempre meno il termine fotografia, almeno in ambito specialistico. È come se un po’ tutti fossimo timorosi delle connotazioni storiche del termine ‘fotografia’, che lo allontanerebbero dalle pratiche odierne. D’altra parte, le vicende della fotografia sono sempre state legate all’evoluzione tecnica, le grandi rivoluzioni del linguaggio fotografico sono sempre seguite a rivoluzioni tecnologiche (dal collodio umido all’istantanea al digitale, per non citare che i casi più eclatanti). Oggi ci troviamo in uno di quei momenti, e vediamo che emerge una fotografia con caratteristiche particolari, per leggere la quale servono evidentemente strumenti, prospettive e forse anche termini nuovi.

Christian Boltanski, Les Archives, 1987 - Installazione per documenta 8, Kassel 1987 - Toronto, Collezione Ydessa Hendeles Art Foundation - Courtesy l’artista e Marian Goodman Gallery, Paris _ New York
Christian Boltanski, Les Archives, 1987 – Installazione per documenta 8, Kassel 1987 – Toronto, Collezione Ydessa Hendeles Art Foundation – Courtesy l’artista e Marian Goodman Gallery, Paris _ New York

A.M. Alla stesura del volume hanno lavorato, insieme a te, parecchie persone, in particolare Francesco Zanot. Fra gli autori delle diverse voci, Okwui Enwezor, che si è occupato del rapporto tra fotografia e archivio dal 1980 al 2013. Mi pare più che mai oggi un aspetto particolarmente interessante della faccenda…
Sì, ho interpellato Enzewor proprio per il lavoro di ricerca che ha fatto da anni – quando non era ancora di moda come adesso – sul concetto e sulla pratica dell’archivio nell’arte contemporanea e nelle sue declinazioni fotografiche in particolare. D’altra parte è stata una delle scelte fondanti della collana, quella di chiedere interventi mirati sempre a specialisti della materia, di non fare l’elenco del telefono dei nomi celebri della critica e della storia della fotografia. E devo peraltro ringraziare tutti per avere sempre scritto saggi brevi ma importanti, non paginette d’occasione.

S.C. E a proposito della questione dell’archivio: cosa deve fare la fotografia “alta” per smarcarsi dal flusso inarrestabile di immagini corrive? Come la predisposizione all’archivio indicata da Enzewor nel volume può differenziarsi dall’accumulo di immagini senza autocoscienza (le dichiarazioni programmatiche per la prossima Biennale fanno pensare che lo stesso Enzewor darà una risposta in quella sede)?
La fotografia contemporanea mi sembra abbia dato una serie di risposte possibili; oltre a quelle individuate da Enwezor, mi pare importante sottolineare tutto quel mondo che ruota intorno a personaggi come Joan Fontcuberta, Erik Kessels, Joachim Schmidt, Peter Piller, che rimettono in circolo e in discussione tanto l’idea di archivio quanto quelle di autorialità e addirittura di opera. Allo stesso modo, penso ad autori come Trevor Paglen, Broomberg & Chanarin, Mishka Henner, lo stesso Francesco Jodice e non pochi altri, che risignificano una pratica che mi piace definire ancora come politica a partire dall’immagine trovata, da quell’infinito archivio che è la Rete.

S.C. Come esce la fotografia italiana dalle sfide del periodo trattato nell’ultimo volume? Riesce a stare al passo con i tempi o rimane appiattita su uno “specifico fotografico” in parte inattuale?
No, per le nuove generazioni  non parlerei di specifico fotografico, piuttosto di  uno specifico culturale, che ha i suoi pro e i suoi contro. Molto sinteticamente, la fotografia italiana ha delle grandi individualità – peraltro ormai spesso riconosciute anche all’estero – che per diverse e complesse ragioni non riescono a trovare un punto di sintesi che permetta a queste identità di trasformarsi in un corpus riconoscibile da fuori. Oltre alla consueta e ahimè giustificatissima lamentazione sull’assenza dell’intervento pubblico (che si misura col fatto che molti fotografi italiani sono presenti sul mercato internazionale, ma raramente sono presenti nei musei),  magari varrebbe la pena di riflettere sul fatto che quando si citano i casi esteri di successo più eclatanti, si parla sempre di “scuole” : sarà un caso…

Stefano Castelli e Angela Madesani

La fotografia vol. 4. L’età contemporanea 1981-2013
a cura di Walter Guadagnini
Skira, Milano 2014
Pagg. 304, € 60
ISBN 8857220536
www.skira.net

 

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Angela Madesani
Storica dell’arte e curatrice indipendente, è autrice, fra le altre cose, del volume “Le icone fluttuanti. Storia del cinema d’artista e della videoarte in Italia”, di “Storia della fotografia” per i tipi di Bruno Mondadori e di “Le intelligenze dell’arte” (Nomos edizioni). Ha curato numerose mostre presso istituzioni pubbliche e private italiane e straniere. È autrice di numerosi volumi di prestigiosi autori fra i quali: Gabriele Basilico, Giuseppe Cavalli, Franco Vaccari, Vincenzo Castella, Francesco Jodice, Elisabeth Scherffig, Anne e Patrick Poirier, Luigi Ghirri. Ha recentemente curato un volume sugli scritti d’arte di Giuseppe Ungaretti. Insegna all’Accademia di Brera e all’Istituto Europeo del Design di Milano.