Com’è andata la Singapore Art Fair? Intervista con la fondatrice e il direttore

E così chiudiamo il cerchio. Dopo gli updates degli scorsi giorni durante lo svolgimento della fiera, ecco l’intervista di chiusura. Dalla nostra corrispondente Chiara Cecutta, un dialogo con Laure d’Hauteville, fondatrice della Singapore Art Fair, e con Pascal Odille, direttore artistico della fiera.

Inaugurazione e in primo piano l’opera “Tree of Life” di Hania Farrell, 2011, Singapore art fair 2014 (foto Chiara Cecutta)
Inaugurazione e in primo piano l’opera “Tree of Life” di Hania Farrell, 2011, Singapore art fair 2014 (foto Chiara Cecutta)

Singapore Art Fair, prima edizione. Come è nata, per quale target è stata pensata e perché proprio a Singapore?
Laure d’Hauteville: L’idea alla base della Singapore Art Fair è di portare l’attenzione dei visitatori provenienti da Singapore e Asia sull’arte delle regioni ME.NA.SA (che comprendono la zona mediorientale, quella nordafricana, il sud e il sud-est asiatico). L’arte ME.NA.SA, specialmente quella del Medio Oriente e del Nordafrica, è ancora largamente inesplorata sia a Singapore sia in Asia. La Singapore Art Fair è nata per incoraggiare un dialogo globale basato sull’arte.
Singapore è stata scelta come location perché la sua posizione geografica pone il Paese nel centro dove gli affari, la cultura e l’arte si intrecciano. Essendo la prima fiera di arte moderna e contemporanea incentrata sull’arte ME.NA.SA, necessitava di una posizione che supportasse la convergenza di arte e cultura, e Singapore soddisfa esattamente questo bisogno.

Qual è il bilancio rispetto alle aspettative iniziali?
L. d’H.: Gli organizzatori della Singapore Art Fair sono rincuorati dalla risposta positiva avuta da questa edizione inaugurale. Durante la fiera la maggior parte delle gallerie hanno registrato buone vendite e molti dei pezzi più importanti sono stati venduti. L’Art Fair Singapore è stata una piattaforma integrata per lo scambio culturale e artistico. Le gallerie delle varie regioni hanno stretto collegamenti, e soprattutto hanno già iniziato a dialogare su come potranno collaborare stringendo legami più stretti in vista di collaborazioni future.

Inaugurazione e in primo piano l’opera “Tree of Life” di Hania Farrell, 2011, Singapore art fair 2014 (foto Chiara Cecutta)
Inaugurazione e in primo piano l’opera “Tree of Life” di Hania Farrell, 2011, Singapore art fair 2014 (foto Chiara Cecutta)

Come vedi la prossima edizione?
L. d’H.: Stiamo già discutendo su come la Singapore Art Fair possa essere rinforzata e stiamo esplorando come, nella sua prossima edizione che si terrà dal 19 al 22 novembre 2015, possa essere portata a un livello ancora più alto.

In fiera si sono visti dipinti, sculture, installazioni e alcune performance dal vivo, ma poco video e fotografia. Perché?
Pascal Odille: La Singapore Art Fair è una manifestazione che attraversa non soltanto i confini geografici, ma è anche una fiera che mostra lavori appartenenti a generi differenti. Per quanto riguarda video e fotografie, c’era ad esempio lo stand interamente dedicato alla video installazione di Hania Farrell, o i video e i lavori realizzati da Khaled Hafez (Galleria Ward) e Yun Aiyoung (Galerie Mamia Bretesche). Sul fronte della fotografia sono state esposte le opere di Mohamed Abouelnaga (Sana Gallery), Hicham Benohoud (Galerie Noir Sur Blanc) ed Emeric Lhuisset (Vanessa Quang Gallery).

Hai riscontrato grandi differenze nella produzione artistica e nell’approccio al sistema dell’arte fra le aree geografiche definite dall’acronimo ME.NA.SA.?
P. O.: Ho trovato più connessioni e collegamenti che differenze. Al di là di una storia comune che inizia con la Via della Seta, troviamo un filo conduttore che riflette l’identità di Paesi e che si sviluppa attraverso la colonizzazione e decolonizzazione. Gli artisti provenienti dalle regioni ME.NA.SA, come qualsiasi altro artista, sono parte di evoluzioni sociali ed economiche delle loro società, e come tali testimoni di questi cambiamenti.

Visitatori, Singapore art fair 2014 (foto Chiara Cecutta)
Visitatori, Singapore art fair 2014 (foto Chiara Cecutta)

Quanto gli artisti presenti in fiera traggono ispirazione dalla cultura occidentale e più in generale della globalizzazione, e quanto invece creano opere legate al proprio vissuto locale e alle proprie origini?
P. O.: Nessun artista oggi può sfuggire alla globalizzazione, sia esso in Europa, Usa, Asia e Medio Oriente. Come si può non essere influenzati in un modo o nell’altro dal momento in cui ci si connette a Internet, si naviga sui social media o si leggono i media artistici? Purtroppo il pericolo di globalizzazione è quello di una standardizzazione della creazione artistica. Singapore Art Fair fornisce agli artisti una piattaforma che permettere loro di esprimersi liberamente e al contempo di mantenere la propria identità individuale.

Ci sono differenze di genere nell’approccio alla produzione artistica?
La nozione di genere è un soggetto a sé stante per gli artisti provenienti da queste zone. La posizione di uomini e donne nella società resta un argomento comunemente esplorato da artisti provenienti dalle regioni ME.NA.SA.
Ma, al di là del discorso uomo/donna, bisogna anche considerare la tematica transgender e il suo livello di accettazione nelle nostre società. Analogamente alla società occidentale, anche i Paesi delle regioni ME.NA.SA si sono ritrovati a confrontarsi con questo tema.

Come pensi che si evolverà il mercato dell’arte in Medio Oriente e Nordafrica?
Il mercato dell’arte delle regioni ME.NA è sicuramente da monitorare. Queste regioni, inoltre, hanno già in essere un ecosistema robusto, poiché sono ben rappresentate da artisti, gallerie, fondazioni, musei, curatori, media e, soprattutto, da collezionisti.
Il prossimo passo per far crescere il mercato consiste in un consolidamento soprattutto nei settori del ripristino degli archivi e della ricerca universitaria. È con questi che siamo in grado di stabilire una conoscenza più forte dell’arte ME.NA e, quindi, di aiutare le persone ad approfondire il loro apprezzamento nei confronti dell’arte proveniente da tali regioni.
Ancora più importante, dal mio punto di vista, è la necessità di includere anche la modernità vissuta dai Paesi ME.NA nella narrazione della storia dell’arte. La storia dell’arte, a lungo dominata dall’Occidente, ha eliminato ogni traccia di modernità nella sua narrativa in Paesi come Algeria, Egitto, Iran e Libano. È tempo di cambiare.

Ren Zhe, Gallery: Hakaren Art Gallery, Singapore art fair 2014 (foto Chiara Cecutta)
Ren Zhe, Gallery: Hakaren Art Gallery, Singapore art fair 2014 (foto Chiara Cecutta)

Quali sono i Paesi, le gallerie e gli artisti da tenere d’occhio nel prossimo futuro?
Vorrei incoraggiare chiunque sia interessato all’arte delle regioni ME.NA a visitare la Beirut Art Fair e la prossima edizione della Singapore Art Fair, palcoscenici privilegiati per osservare da vicino il mondo dell’arte proveniente da ME.NA.SA. Personalmente sono interessato all’arte del Maghreb, dell’Egitto, del Libano, ma anche del Pakistan e, naturalmente, dell’Indonesia e della Malesia.

Che cosa continua ad attrarti e ad appassionarti dell’arte contemporanea mediorientale e asiatica?
La diversità tra le regioni è quello che mantiene vivo il mio interesse. Non sono solo diverse culturalmente e socialmente, ma si differenziano anche nelle loro espressioni artistiche. È questa diversità che l’arte ME.NA.SA possiede a permetterci di celebrare l’unità nella diversità.

 

Chiara Cecutta

 

www.singapore-art-fair.com

 

 

CONDIVIDI
Chiara Cecutta
Giornalista ed editor per testate online e offline, collaboro con realtà editoriali che si occupano di arte, studi di genere, ambiente e dell’immancabile cronaca. Viaggio alla ricerca di storie e realtà da cogliere e raccontare e di percorsi d’arte, da scoprire sia lungo le strade sia in spazi espositivi codificati.