Al confine arte-design con Martino Gamper

Torniamo sulla questione arte & design. Dove il confine tra le due tende a sfumare, ma col rischio di non capire più i fondamentali. Ora è Martino Gamper ad aiutarci, attraverso una mostra che sta passando da Londra a Torino e Bolzano, a trovare una chiave di lettura efficace.

Martino Gamper - photo Angus Mill

Ci siamo chiesti spesso, anche sulle pagine della rubrica design, se ci sia un confine netto che separa il mondo dell’arte da quello del design o se esista piuttosto una labile linea di demarcazione di cui vengono ridefiniti continuamente i margini. La commistione tra le due discipline genera spesso opere/prodotti borderline, difficili da collegare al mondo dell’arte perché con una funzione ben precisa, e scomodi da associare al design perché pezzi unici. Sono stati di conseguenza coniati termini come art-design o design-art, a seconda se sia l’opera a sconfinare nel prodotto, nel primo caso, o viceversa l’oggetto abbia pretese artistiche, nel secondo. Ma questa difficoltà nella definizione di prodotti ibridi non cela forse il timore di affermare che il design per comunicare utilizza – in parte – gli stessi canali dell’arte?
Martino Gamper, designer di origine italiana ma ormai naturalizzato londinese, abbatte, con una mostra molto onesta, questa sorta di incertezza che sorge ogni qualvolta ci si trovi di fronte a oggetti difficili da catalogare in unico settore. Design is a state of mind è un’esposizione itinerante, curata da Gamper su richiesta della Serpentine Gallery di Londra (che è stata anche la prima a ospitarla da marzo a maggio), ora presso la Pinacoteca Agnelli di Torino (fino al 22 febbraio) e nel 2015 presso il Museion di Bolzano.

Martino Gamper - photo Angus Mill
Martino Gamper – photo Angus Mill

Le intenzioni del designer italo-londinese sono ben chiare fin dal principio: “Non voglio dare definizioni assolute, non voglio dire cosa è design e cosa non lo è, desidero piuttosto ispirare il visitatore, incuriosirlo. Voglio una mostra aperta a un pubblico che non sia esclusivamente quello di settore. Per avvicinare l’utente comune alla comprensione del design, Gamper mette in mostra diverse collezioni private di oggetti comuni appartenenti a progettisti, creativi, studenti, nella maggior parte dei casi amici dello stesso curatore.
Ogni collezione è una variegata raccolta di prodotti d’uso quotidiano: “Gli oggetti scelti sono normalmente utilizzati dalle persone che li hanno ceduti, non sono solo pezzi noti di design ma anche tantissimi esempi di design anonimo”. Si alternano così vere e proprie collezioni che rivelano le ossessioni dei loro proprietari, dalla raccolta di mattoni di Maki Suzuki alla collezione di rocce di Michael Anastassiades, passando per il bestiario di Jurgen Bay fino ai cucchiai di legno del fotografo Jason Evans. “La mostra svela un modo intimo di collezionare e mettere insieme oggetti. Sono pezzi che raccontano una favola”.

Designers' Collections - Jason Evans - photo Angus Mill
Designers’ Collections – Jason Evans – photo Angus Mill

Completa il percorso espositivo la selezione di librerie e scaffali di design, che vanno dagli Anni Trenta a oggi, su cui sono appoggiati gli oggetti: “Avevo bisogno di un allestimento su cui esporre le collezioni. Se lo avessi disegnato io sarebbe diventato un prodotto ideato da me, e come curatore sentivo di dover prendere la giusta distanza. Allo stesso tempo cercavo un supporto che integrasse il percorso espositivo”. Dalla libreria di Franco Albini a quella di Ettore Sottsass, passando per Michele De Lucchi, Vico Magistretti, Alvar Aalto e Charlotte Perriand, non mancano all’appello nemmeno le scaffalature Ikea.
Design is a state of mind rivela i principali aspetti del design, che è prima di tutto funzione: tutti gli oggetti in mostra sono prodotti che vengono spesso anche utilizzati dai loro proprietari, come sottolinea anche la scelta stessa di Martino a favore di vere e proprie librerie come supposto espositivo. Ma il design ha anche una componente emotiva, che emerge dalle collezioni in mostra: “Ho chiesto a tutti i collezionisti di scegliere oggetti che li hanno ispirati nel loro lavoro creativo, di modo che potessero ispirare anche le persone che li vedono in mostra”. Unica conditio sine qua non, come sottolinea più volte lo stesso Martino Gamper, per arrivare a comprendere come il design possa essere quasi alla stregua di una condizione mentale, è “essere interessati a scoprirlo, così come nell’arte, essere predisposti a scoprire un nuovo linguaggio”.

Martino Gamper, Design is a state of mind – veduta della mostra presso la Serpentine Sackler Gallery, Londra 2014 - © 2014 Hugo Glendinning
Martino Gamper, Design is a state of mind – veduta della mostra presso la Serpentine Sackler Gallery, Londra 2014 – © 2014 Hugo Glendinning

Abbandoniamo quindi da oggi ogni definizione, ormai troppo stretta, di genere: “Non c’è un design perfetto e non c’è un über-design. Gli oggetti ci parlano. Alcuni possono essere più funzionali di altri, ma l’attaccamento emotivo è soggettivo”.

Valia Barriello

Torino // fino al 22 febbraio 2015
Design is a state of mind
a cura di Martino Gamper
PINACOTECA AGNELLI
Via Nizza 230
011 0062008
[email protected]
www.pinacoteca-agnelli.it

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/38572/martino-gamper-design-is-a-state-of-mind/

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #22

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Valia Barriello
Valia Barriello, architetto e ricercatrice in design, si laurea nel 2005 presso il Politecnico di Milano, Facoltà di Architettura, con la tesi "Una rete monumentale invisibile. Milano città d'arte? Sogno Possibile". Inizia l’attività professionale collaborando con diversi studi milanesi di architettura fino a che la passione per gli oggetti quotidiani e il saper fare con mano la spingono verso il design e verso il mare. Inizia così un dottorato in Design presso la facoltà di Architettura di Genova che consegue nel 2011 con la tesi di ricerca "Design Democratico". La stessa passione la porta anche alla scrittura che svolge per diverse testate del settore e all’allestimento e curatela di mostre di design. Porta avanti contestualmente all'attività professionale la ricerca sui temi che ruotano intorno al design democratico all'autoproduzione e all'utilizzo di materiali di scarto. Attualmente lavora presso uno studio milanese, collabora con la NABA come assistente del designer Paolo Ulian e cura la rubrica di design per Artribune.