Semplicemente Sauro. Senza di lui, a Roma non si può fare arte

Sauro Radicchi, classe 1961, artigiano. È l’uomo che riesce a trasformare in realtà le visioni degli artisti, i progetti dei curatori, le ambizioni degli architetti. È il maestro della materia più insostituibile che ci sia nella Capitale. Però non trova lo straccio di un collaboratore italiano e non arriva alla fine del mese, pur avendo una fila infinita di clienti, pur lavorando diciotto ore al giorno, pur ricevendo richieste di trasferirsi in qualsiasi città vada a lavorare. Ecco la sua storia. A partire dal bagno di Mario Schifano…

Sauro Radicchi

Si chiama Sauro Radicchi ma è per tutti Sauro. Solo con il nome, come un calciatore brasiliano. La sua fama – seppur con qualche eccezione – si ferma all’interno del Grande Raccordo Anulare, ma a Roma c’è chi è pronto a giurare che senza il suo apporto il mondo dell’arte si fermerebbe, rallenterebbe, non saprebbe come cavarsela. È una figura ibrida e multiforme. Sicuramente artista, sicuramente architetto, sicuramente curatore, sicuramente impresario, sicuramente artigiano, ma niente di tutto questo. Un individuo dotato di una personalità spiccatissima, di un occhio impeccabile, di un’accuratezza senza limiti. Un professionista dalle caratteristiche talmente poco replicabili dall’avere in pugno – suo malgrado – tutta l’arte contemporanea a Roma. In questa intervista cerchiamo di capirci qualcosa di più.

Partiamo dall’inizio. Studi?
No, niente studi. O meglio: pochi studi. Mi sono fermato alla terza media. A quel punto i professori dissero alla mia famiglia che ero intelligente, ma decisamente più adatto al mondo del lavoro. Con grande gioia dei miei, peraltro. Mio padre, falegname, mi portò in uno studio di fabbro e chiese ai titolari di non darmi una lira, ma di insegnarmi un mestiere. Affascinatissimo, rimasi sei mesi ma poi decisi che non era quella la mia strada, anche se grande fu l’importanza di quei sei mesi, perché il contatto con il ferro, con la sua matericità, con la sua fusione mi rimase dentro. A quel punto, ancora ragazzino, avevo competenze sul mondo del legno per via del lavoro di mio padre, avevo acquisito competenze sul mondo del ferro e decisi di sperimentare altro: feci un anno coi cartongessisti, un anno coi pavimentisti, un anno con gli stuccatori delle cornici da chiesa, un anno coi restauratori di mobili… La materia l’ho scandagliata tutta.

A questo punto che età avevi?
Venti. Quasi vent’anni…

E il primo contatto con il mondo dell’arte contemporanea?
A poco più di vent’anni ho incontrato Mario Schifano. A via delle Mantellate, nello studio dove poi è morto, aveva bisogno di rifare un bagno. Il contatto nacque grazie al suo assistente, che abitava nella mia stessa zona e mi conosceva per il mio lavoro, sapeva che lavoravo bene. E qui ecco la storia della dipendenza che viene fuori…

Quale dipendenza?
Un grande collezionista una volta mi ha detto: “Il tuo problema è che crei dipendenza. Una volta che ti si vede lavorare, si pensa che tu sia insostituibile”. Ed effettivamente lo riscontro: dopo mezz’ora la gente si fida, non ho lati nascosti, sotterfugi o mercanteggiamenti. Lo capisco quando sono apprezzato dagli artisti più ostici, come Emilio Prini.

Pure Prini sei riuscito a conquistare?
Sì. È successo quando gli ho restaurato un’opera.

Dunque restauri anche le opere?
Sì, qualche cosa sì, dipende dai materiali.

Ma torniamo a Schifano.
Appunto, la dipendenza. Finito il bagno mi disse: “Bene, ora cosa facciamo?”. “Come cosa facciamo, io ho finito il bagno e basta”, risposi. “Ma no dai, facciamo un altro bagno”, disse lui. E così ne facemmo un altro.

Mario Schifano in via delle Mantellate
Mario Schifano in via delle Mantellate

Questa è una storiella. Non ci credo mica…
Sì, sembra strano, ma andò così. S’inventò dei cambiamenti nello studio e facemmo un altro bagno. Poi stando lì, lavorando fino alle sei di sera, capitava alle volte che Mario mi chiedesse di rimanere a fargli compagnia, anche perché a quell’ora, quando lo studio si svuotava, soffriva molto di solitudine. La cosa triste è che di questo stato di Mario e dei suoi momenti di depressione molti si approfittavano.

È una storia che molti raccontano, effettivamente. Ma tu l’hai vissuta dall’interno, pur non essendo un addetto ai lavori (o meglio solo addetto ai lavori di muratura, sebbene già quasi amico).
Io, ad esempio, nonostante tutto questo rapporto, non ho un solo quadro di Mario. Proprio perché ero letteralmente disgustato da chi veniva in studio e usciva con un quadro sotto braccio. Una generosità sui regali che era la stessa per quanto riguardava la cocaina, e dunque lo studio era un porto di mare di personaggi che venivano a ritirar regali. Quadri o altra roba.

Piuttosto squallido, per te che gli volevi bene…
Ero diventato una sorta di assistente personale e spirituale in ombra di Schifano. L’ho aiutato a realizzare molti dei suoi lavori, specie quelli che contenevano plastica. Stavo lì tutta la notte, poi quando arrivava la compagnia di giro notturna mi dileguavo e me ne tornavo a casa mia senza neppure salutarlo, con Mario che il giorno dopo mi raccontava di avermi chiamato senza trovarmi. Ma per me bastava saperlo in compagnia.

Vai avanti a raccontare.
Poi venne la conoscenza con Annie Ratti, la conobbi perché lei all’epoca stava a Roma e aveva lo studio a via delle Mantellate, proprio di fronte a Mario Schifano. Doveva fare un lavoro a casa sua al Pantheon e scattò un’altra volta la dipendenza.

Ti fece anche lei fare due o tre bagni?
No. Di più: diventai il suo assistente di fatto fino al 2003. Ho costruito quasi tutte le sue opere dal 1990 al 2003. Non ero il suo assistente ufficiale, ma ero la persona che faceva le cose per lei. Il suo ufficio tecnico personale. Colui che ha realizzato tutte le sue idee per tredici anni. Lei, però, non mi ha mai concesso di lavorare per altri artisti. Una grande gelosia professionale e un po’ anche personale, che mi ha impedito in quegli anni di fare tantissimi progetti con grandi artisti. Mi ricordo ancora quando chiese a Marina Abramovic di cancellare il mio numero di telefono.

Annie Ratti, Agua de beber, 2011, acqua, vetro, ferro zincato, rame, filtri a carbone, magneti, piante acquatiche ossigenanti, caraffe, bicchieri, 190 x 170 x 70 cm
Annie Ratti, Agua de beber, 2011, acqua, vetro, ferro zincato, rame, filtri a carbone, magneti, piante acquatiche ossigenanti, caraffe, bicchieri, 190 x 170 x 70 cm

Niente più progetti con artisti?
Già. Fino al 2003 niente. Continuarono però tutti gli altri lavori: quelli con gli architetti ad esempio, che sono una categoria che si innamora di me perché loro dicono “questo non si può fare” e io replico “perché non si può fare?”. E in molti lavori – penso alle cose che ho fatto per Bernardo Bertolucci – proprio per questo motivo gli architetti sono via via scomparsi. Diventavano d’intralcio alla effettiva realizzazione come il committente la voleva, il committente lo capiva e, dopo un po’, rimanevamo io e il committente e il lavoro veniva fatto come voleva lui. La figura dell’architetto veniva eliminata.

Dunque gli architetti ti amano? Secondo me ti odiano…
Esatto. Amore-odio. Il bello è che la stessa cosa sta succedendo con i curatori. È capitato che alcuni committenti mi abbiano chiamato per farmi lavorare a fianco di un curatore, per realizzare materialmente il suo progetto di mostra; e che gli stessi committenti mi abbiano richiamato qualche tempo dopo per progetti di mostre che non avevano più il curatore perché, avendo visto le dinamiche della volta precedente, ritenevano la cosa superflua. “Non c’è il curatore perché tanto te la cavi benissimo tu da solo”, me l’hanno detto chiaro e tondo. Però poi io vengo pagato come artigiano, mica come curatore… Mi succede sempre più spesso. E anche quando c’è il curatore, noto che l’artista, in silenzio, si discosta da lui e sposa le mie soluzioni, le mie idee, le mie proposte. È come se chi sa plasmare la materia esercitasse un fascino al di sopra di tutto.

Un aneddoto su questo?
Ad esempio quella volta che feci cambiare completamente un progetto di mostra a Christian Boltanski. Mi chiese: “Sei un artista?”, e io “no, appena dietro…”. Anche se gli artisti che hanno rubato i miei sconfinamenti di idee di artigiano non si contano. Tuttavia mi piace essere saccheggiato…

Ti piace anche farti desiderare. Va bene che sei l’artigiano più famoso della città, ma non ti pare di esagerare con le attese e i tempi? Attenderti è diventata una leggenda a Roma…
Le attese nascono per il fatto che ogni realizzazione è un work in progress. Quando inizio a fare quella scala, io non la progetto, la costruisco. E poi con gli artisti si parte, ma non si sa dove si va a finire. Quando realizzo lo studio di un artista e l’artista capisce quale tipo di filosofia di lavoro ho, “se ne parte” con me. E non si sa dove si va a parare. E così la mia funzione di “stimolo” tecnico e creativo nei confronti dell’artista è qualcosa che spesso fa volare gli artisti con i quali mi interfaccio, capiscono che possono fare delle cose che non pensavano di poter fare. Ecco perché spesso i lavori si allungano oltremodo. Il “bello” è che spesso gli artisti si lamentano dei tempi che si allungano e neppure pagano l’enorme mole di lavoro in più che esce fuori da questo connubio creativo. Per gli artisti quello che gli metto a disposizione è una miscela esplosiva. E mi dannano l’anima. Effettuano dei veri e propri sequestri di persona. Ecco perché io dò un appuntamento e poi arrivo dopo quindici giorni, non è mancanza di professionalità.

E quando vai fuori Roma? Esistono dei “Sauro” a Milano o a Londra?
Nelle altre città è tutto separato. Prendi il professionista bravo nel metallo e non è bravo nel legno. Invece tutte queste cose messe insieme sono un qualcosa che non è tanto comune, me ne rendo conto quando faccio qualcosa in altre città. Tutti mi chiedono di trasferirmi lì.

Tutto questo ti ha portato almeno a guadagnare molto.
Non riesco ad arrivare alla fine del mese. Non ci riesco proprio. Come dicevo, tutta questa disponibilità non viene riconosciuta anche solo banalmente in termini di tempo. Inoltre il rapporto con gli artisti è profondo, è di amicizia, di complicità. Aggiungeteci anche la mia scarsa dote imprenditoriale ed ecco fatto: spesso faccio cose che mi costano 70 di spese vive e le quoto a 80, altrettanto spesso i soldi non si vedono proprio. E le spese per manodopera e materiali sono quelle. E poi lavoro materialmente diciotto ore al giorno e spesso non trovo manco il tempo per mandare le fatture e le scartoffie per farmi pagare!

Ma come è possibile…
Te lo spiego come è possibile. Sto realizzando lo studio di un artista all’Esquilino, devo fare una scala, so come farla, ce l’ho in testa, neppure l’ho disegnata, dovrebbe costare almeno 5mila euro, so che l’artista quei soldi non ce li ha, gliene chiedo 2mila, ok? Beh, 800 euro sono solo il costo del ferro da acquistare. Realizzo la scala, non mi convince, la butto giù e la rifaccio. Lo faccio praticamente per me, perché l’artista non aveva idea di quale dovesse essere il progetto, stava solo nella mia testa, non c’era alcun disegno. Morale? Spendo 1.600 euro solo di materia prima, ne incasso 2000: ho lavorato per 40 euro al giorno… Non posso fare altrimenti, io lavoro così.

Okkay, ma così non può funzionare.
Esatto. Non può funzionare, me ne rendo conto anche io. Io sto dando tutto, il mio tempo, la mia famiglia, il mio corpo. Tutto sacrificato. E qualcosa deve cambiare.

Tipo avere uno staff affidabile…
C’è uno staff che io formo, difendo, curo. Il problema è che a questi livelli qui le persone prendono e se ne vanno a lavorare da sole. Devi sempre cercare qualcuno che non abbia quella personalità indipendente e spiccata che lo porta subito ad abbandonarti. E poi ci vuole un’enorme sensibilità.

H.H.Lim, The Beginning of Something, 2014 - Wei-Ling Contemporary, Kuala Lumpur
H.H.Lim, The Beginning of Something, 2014 – Wei-Ling Contemporary, Kuala Lumpur

Ma per trasmettere non potresti fare una bottega nella migliore tradizione artigianale italiana, in modo da insegnare ai ragazzi di bottega il tuo lavoro?
E secondo te non ci ho provato? Sono riuscito a trovare solo stranieri. Solo stranieri! Altro che tradizione artigianale italiana. Un giorno ho anche pubblicato un annuncio per cercare di capire dove fossero questi italiani di diciassette o di diciotto anni che potessero essere interessati a questo lavoro davvero straordinario. Specie in un periodo di disoccupazione giovanile alle stelle.

Almeno all’annuncio avranno risposto in massa!
Sì, come no… Su 50 telefonate, 48 erano di extracomunitari, solo due di italiani. Uno come prima cosa mi ha chiesto se facendo questo lavoro si rischiava di sporcarsi, un altro ha chiesto se si lavorava otto ore o di più. È stato un colpo al cuore. Oggi solo i rumeni hanno la mentalità che aveva mio padre quarant’anni fa quando ha chiesto al mastro ferraio di insegnarmi un mestiere anche senza pagarmi. Avere un mestiere, fare. Come è possibile che “non fare un cazzo” (così dicono, e si vantano) sia diventato un valore?

Hai appena descritto il motivo per cui questo nostro Paese sta andando a gambe all’aria irrimediabilmente. Ad ogni modo, torniamo a noi. Eravamo rimasti al tuo rapporto strettissimo con l’artista Annie Ratti, che ti ha legato a sé fino al 2003. L’ingresso nel mondo dell’arte proprio come professionista al servizio di chi fa prima ad accaparrarsi le tue prestazioni quando è stato?
È stato grazie a Volume!, la fondazione di Franco Nucci, sempre tramite Annie Ratti. Lì Annie si è data un po’ la zappa sui piedi, perché mi portò qualche mese prima a vedere gli spazi e subito Nucci mi chiese di realizzare anche le mostre che precedevano quella di Annie. E così feci la mostra di Giuseppe Gallo, complicatissima. Da quel momento – effetto dipendenza – Nucci non mi abbandonò più e allestii tutte le mostre di Volume! che, appunto, erano mostre con una forte necessità di supporto tecnico-creativo. Da Volume! gli artisti sono diventati tutti “clienti” e “committenti”. Pirri, Kounellis, Paladino, Accardi. Nessuno di loro ha dimenticato quello che siamo riusciti a fare da Volume! E così chi mi hanno chiesto di fare altre mostre, di realizzare opere, di fare degli studi. Insomma, nonostante la gelosia di Annie, a quel punto ero alla mercé di tutti. E da quel momento nasce questa sorta di mito…

Come dice H. H. Lim: se non c’è Sauro a Roma non c’è l’arte.
È vero, lo dice, ma a sua volta, come molti artisti, è molto geloso di me. Faccio qualcosa di importante per un altro artista e Lim è il primo a lamentarsi: “Mi hai abbandonato”…

Senti, tu sei ancora giovane, ma hai due figlie che difficilmente potranno cogliere il tuo insegnamento tecnico e di sensibilità nel tuo specifico settore. Dunque come lasciare, in futuro, tutte queste conoscenze ai posteri?
C’è in ballo l’idea di portare questa esperienza in una pubblicazione, un libro. Un progetto anche didattico, affinché io possa lasciare a qualcuno quello che faccio. Altrimenti tutti questi trucchi e tutte queste storie a chi rimangono? C’è anche l’idea di un master…

Sissi al lavoro alla Fondazione Volume, Roma 2012 - photo Federico Ridolfi
Sissi al lavoro alla Fondazione Volume, Roma 2012 – photo Federico Ridolfi

LA ROMA DI SAURO RADICCHI IN DIECI TAPPE

Non sono tutti i progetti di Sauro a Roma. Mancano lo studio di Ileana Florescu e quello di Ottavio Celestino nel Pastificio San Lorenzo. Manca lo studio di Maurizio Mochetti a via delle Mantellate e la Guest House di proprietà dell’artista H. H. Lim, piena di opere site specific di Alfredo Pirri, Nunzio, Sislej Xhafa, Yan Pei Ming a via Properzio. Ma è tuttavia un bel percorso che chi vuole scoprire qualcosa di più di questo personaggio può costruirsi girando per la Capitale e provando a entrare in uno degli spazi pensati e realizzati da Radicchi.

1. MARIO SCHIFANO (1988)
atelier
via delle Mantellate

“L’esperienza con gli studi d’artista inizia nel 1988 con Mario Schifano, con il quale ho intrapreso una collaborazione durata per anni. Intervenni nel suo studio con modifiche strutturali, creando soppalchi, pareti attrezzate e continue modifiche, facendogli compagnia nelle ore notturne. Passavo le notti a tagliare meticolosamente i giocattoli ‘dinosauri’ di suo figlio Marco in due parti che lui applicava sulle sue opere oppure a costruire finti monitor in legno che poi lui dipingeva”.

2. BERNARDO BERTOLUCCI (1999)
studio
via delle Mantellate

“Dopo la morte di Schifano, lo studio venne diviso in due: una parte rimase alla Fondazione Schifano e l’altra venne affittata dalla Navert Film, allora produzione cinematografica di Bernardo Bertolucci. Mi venne chiesto di apportare delle modifiche al fine di creare uno studio separato per il regista insieme al suo staff, lo scenografo Gianni Silvestri e la costumista Metka Kosak. Creammo un soppalco-studio con un grandissimo cerchio in cristallo da un lato e una vetrata gigantesca dall’altro. Da lì nacque una lunga e affettuosa collaborazione con Bertolucci tuttora attiva, intensa e in continua crescita”.

3. BERNARDO BERTOLUCCI (2003)
appartamento
via della Lungara

“Dopo lo studio di produzione, Bertolucci mi chiamò nel suo appartamento per una ristrutturazione che realizzammo in due-tre mesi ubriacandoci di colori e idee. Aneddoto: Bertolucci incaricò Cherubini di creare una situazione di proiezione tipo cinema poiché aveva un salone da dodici metri per sei. L’esperto propose un proiettore di 10.000 ansi/lumen da posizionare in alto, in corrispondenza di un divano, sulla testa di chi avrebbe guardato il film. Io proposi semplicemente di spostarlo in cucina; feci una staffa e forai la parete divisoria. Nel salone così c’era solo un foro da cui usciva la proiezione. Bertolucci ne fu entusiasta. E anche io…”.

4. FABIO MAURI (2003)
studio
via del Cardello

“Il rapporto lavorativo con Fabio Mauri si instaurò a causa di una consulenza per il suo studio-atelier in via del Cardello. C’era il problema di fare una pavimentazione adatta a lui. Mi presentò un paio di progetti di alcune ditte di Milano con soluzioni dal cemento industriale alle resine con cifre da capogiro, visti i circa 250 mq. Mi confidò, mentre parlavamo, di un suo fastidio alla schiena e così mi venne in mente di costruire un pavimento morbido, idea di un mio precedente lavoro per degli studi di danza in cui creai pavimenti di legno sospesi dove era estremamente importante avere un fondo che accompagnasse la ricaduta dopo un salto di ballo per salvaguardare la spina dorsale del ballerino. Il giorno dopo mi chiese di iniziare il lavoro”.

5. FELICE LEVINI (2007)
studio
via dei Glicini

“Venni chiamato da Felice Levini per una consulenza su un immobile che voleva acquistare; un grandissimo e altissimo garage pieno di umidità a terra e sulle pareti, che nessuno comprava per questo problema risolvibile solo con grosse somme di denaro. Consigliai a Levini di acquistarlo comunque, convincendolo che avremmo risolto il tutto con pochi soldi. Creando quello che io chiamo ‘box in the box’ con un sistema di aerazione naturale che sfruttava i venti principali che ci sono a Roma: lo scirocco e la tramontana. Sviluppai una struttura interna sospesa da quella esterna (umida), completando il tutto con un sistema semplice e antico, sfruttando l’altezza con un soppalco in ferro e legno”.

6. H.H. LIM (2008)
studio
via Riccioli

“H. H. Lim m’interpellò per un sopralluogo di uno spazio immenso, un ex oleificio nei pressi di via dell’Acqua Bullicante, luogo industriale in cui mi colpì l’atmosfera produttiva ormai morta. Senza luce, con poche finestre, il mio obiettivo principale era dargli luminosità. Lo feci trasformando le entrate (serrande da garage) in elementi vetrati e utilizzando semplicemente tubi al neon nudi sorretti da esili stecche di ferro senza i classici portalampada. Lim le chiamò ‘linee di luce’. All’interno dello studio non c’erano semplici porte ma passaggi a tutta altezza con chiusure scorrevoli in metallo con inserite all’interno opere in legno e gesso dello stesso Lim. Antica fusione tra artigiano e artista. Particolarità: costruii dei ventilatori a pale da soffitto posizionati a ridosso delle pareti, non al centro della stanza, in modo tale che le pale in movimento tagliassero la parete, affacciandosi nella stanza adiacente”.

7. GIANFRANCO GROSSO (2012)
studio
via Conte Verde

“Nel 2012 l’artista Gianfranco Grosso voleva ristrutturare uno spazio in via Conte Verde, all’interno di un cortile tipico della zona di piazza Vittorio, ex deposito di mobili usati, posto affascinante con volte e archi. Divisi lo spazio per creare una zona mini-loft con soppalco. Esaltai le arcate con centine in ferro e vetro sabbiato tipiche degli anni passati; produssi una cabina bagno con sopra una camera da letto, il tutto guarnito con scala a fogli triangolare e leggera. Durante i quattro mesi di lavoro, noi operai riponevamo i nostri materiali in un ex lavatoio accanto al cortile, dove i condomini parcheggiavano le biciclette. Era la lavanderia del condominio dove, nei primi del Novecento, le donne del palazzo si riunivano per lavare i panni e parlare. Il fulcro di questo spazio era un meraviglioso fontanile di nove metri per due con un bordo di pietra consumato dai ripetuti lavaggi. Volevano eliminarlo, secondo me era una intoccabile opera popolare. Nacque così l’idea di ricalcare tutte le quote intorno al vascone, creando un unico pavimento in legno e vetro. La bellezza del posto è rinata”.

8. GIUSEPPE GALLO (2012)
studio
via dei Sardi

“Ristrutturazione a corpo, legno a terra fluttuante, tanto bianco e illuminazione sempre con neon nudi, sorretto da una struttura metallica peculiare con forma ad personam per Giuseppe. O parla lo spazio o lo fa l’artista in silenzio. Riqualificazione dello spazio mantenendo tuttavia il fascino originario del posto. Progetto e realizzazione con lo stesso sistema fusione artista-artigiano, molto sentita; abbiamo lavorato insieme, con il pensiero”.

9. GIACOMO GUIDI (2014)
galleria bunker
largo Cristina di Svezia

“Dopo un paio di anni di collaborazione con la Galleria Guidi nella sede di corso Vittorio, dove non ristrutturai ma eseguii solo installazioni delle mostre di Pirri, Tirelli, Davenport, Knobel e Mochetti, Giacomo Guidi mi disse che voleva affittare un grande spazio, luogo che conoscevo bene poiché Bertolucci mi invitò alle riprese del suo ultimo film ‘Io e Te. Posto semi-industriale, bello perché dotato di luce antica proveniente da giganteschi lucernari, mille volte meglio delle finestre. Spazio bianco, tanta luce naturale e non, galleria dagli ampi prospetti, grandi spazi espositivi contornati da spazi multifunzionali”.

10. FONDAZIONE VOLUME! (2002-2014)
via di San Francesco di Sales

“A Volume! non c’è traccia visibile di quanto ho fatto in dodici anni di lavoro con collaborazione con oltre cinquanta artisti nazionali e internazionali. Tutto è costruito su misura per l’artista e tutto poi viene smontato. Guardando attentamente le pareti, ci sono tracce inconfondibili di ogni artista passato in questa galleria, particelle di pelle d’artista. Posto unico. In nessun altro posto c’è l’obbligatorietà di fondersi con lo spazio come a Volume!, ex vetreria, posto semplice e povero”.

Massimiliano Tonelli

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #21

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Massimiliano Tonelli
È laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena, dal 1999 al 2011 è stato direttore della piattaforma editoriale cartacea e web “Exibart”. Ha moderato e preso parte come relatore a numerosi convegni e seminari; ha tenuto docenze presso centri di formazione superiore tra i quali l’Istituto Europeo di Design, l'Università di Tor Vergata, l'Università Luiss e l’Università La Sapienza di Roma. Ha collaborato con numerose testate tra cui Radio24-Il Sole24 Ore, Time Out, Gambero Rosso, Formiche. Suoi testi sono apparsi in diversi cataloghi d’arte contemporanea e saggi di urbanistica e territorio. E' stato giurato in svariati concorsi di arte, architettura, design. Attualmente è direttore di Artribune.
  • Mario Schifano sei grande, colori, scritte, bandiere, stemmi, figure e palme ma dove siamo a Miami Beach in Florida

  • Un vero consiglio D’Amico apriti una art gallery poi vediamo.

  • interessante che per gli articoli su Trione (dove si parla, parla, parla… senza approdare da nessuna parte) ci sono molti commenti, mentre per questo intervento, decisamente pragmatico, concreto e con un sano insegnamento basato sul fare, ce ne sono molti di meno. In questa differenza penso stia tutto il problema Italia (per gli altri paesi non so)

  • Giulia

    Sicuramente Sauro, di cui non avevo sentito mai parlare, sembra una persona e un artigiano davvero eccezionale. Mi è parsa un po’ stonata la parte dell’intervista in cui si parla degli aiutanti e dei collaboratori. Purtroppo sarò prevenuta (troppi annunci per lavori non retribuiti, troppi colloqui dove si chiedono oltre 40 ore settimanali non pagate, proposte in cui la trasmissione di un mestiere coincide con il soprassedere su obblighi contrattuali e normativi etc), ma certe affermazioni mi sembrano ambigue.

    “Il problema è che a questi livelli qui le persone prendono e se ne vanno a lavorare da sole. Devi sempre cercare qualcuno che non abbia quella personalità indipendente e spiccata che lo porta subito ad abbandonarti.”;

    “Su 50 telefonate, 48 erano di extracomunitari, solo due di italiani. Uno come prima cosa mi ha chiesto se facendo questo lavoro si rischiava di sporcarsi, un altro ha chiesto se si lavorava otto ore o di più. È stato un colpo al cuore. Oggi solo i rumeni hanno la mentalità che aveva mio padre quarant’anni fa quando ha chiesto al mastro ferraio di insegnarmi un mestiere anche senza pagarmi. Avere un mestiere, fare. Come è possibile che “non fare un cazzo” (così dicono, e si vantano) sia diventato un valore?”

    “Hai appena descritto il motivo per cui questo nostro Paese sta andando a gambe all’aria irrimediabilmente.”

    Ovviamente spero di di ricevere presto la conferma che il Signor Sauro rispetta e tutela come dovuto i suoi collaboratori, a prescindere dalla trasmissione dei suoi tanti saperi, che sicuramente sarebbe un peccato perdere. Tenendo ovviamente conto che la legge italiana non è quella di 40 anni fa.

  • Simona Gavioli

    Sauro è una persona eccezionale e un grande professionista. Noi tutti avremmo bisogno di più Sauro nel mondo dell’arte, anche qui a Bologna.