È come essere da soli, insieme. Intervista con Snøhetta su musei e architettura

Due mesi a Roma e oggi mercoledì 5 novembre, alle 18 alla Casa dell’Architettura, racconterà i venticinque anni di attività del suo studio. Craig Dykers è uno dei due fondatori di Snøhetta, nato alla fine degli Anni Novanta e che oggi conta due sedi principali, in Norvegia e Stati Uniti, e oltre 130 dipendenti provenienti da 20 Paesi. Lo abbiamo incontrato nel grande studio che l’American Academy in Rome gli ha messo a disposizione per il programma di residenza.

Craig Dykers

Alle pareti del temporaneo studio di Craig Dykers – uno dei due fondatori di Snøhetta – ci sono schizzi, fogli, idee e un poster del film Vacanze Romane appositamente realizzato dal team di Snøhetta come buon augurio per questo periodo lontano dalla professione. Lo abbiamo incontrato per parlare di questa esperienza romana ma anche dei diversi spazi espositivi progettati, dal Memorial Museum del 9/11 a New York all’ampliamento del MoMA di San Francisco e per riflettere sul museo del futuro.

Una breve auto presentazione. Chi è Craig Dykers?
Sono uno dei fondatori di Snøhetta che ha sedi a New York e Oslo. Siamo architetti, architetti del paesaggio, interior designer, grafici e brand designer.

Descrivici l’approccio di Snøhetta.
Tutti i nostri lavori, compresi quelli di grafica, si fondano sull’idea che le persone sono creature sociali che interagiscono tra loro grazie a quello che noi architetti produciamo. L’idea dietro il nostro approccio è promuovere l’interazione tra diversi gruppi di persone.

Al momento fai parte del programma di residenza dell’American Academy in Rome. Di cosa ti stai occupando e quali sono le ricerche che stai portando avanti?
Io e la mia collega Elaine Molinar siamo entrambi architetti e siamo qui per due mesi. Solitamente portiamo avanti la nostra società ma ora ci siamo presi un periodo sabbatico dal lavoro. Lo studio va avanti senza di noi e stiamo usando questo tempo per fare disegni, usare le nostre mani per produrre delle cose, per pensare alla nostra professione. È bello non avere per forza un programma prestabilito. Come puoi vedere [indica la grande parete bianca tappezzata da decine di fogli schizzati a mano, N.d.R.] ci sono, nei disegni che facciamo, delle linee, delle architetture, delle forme inusuali che abbiamo vista girando per Roma. Questo ad esempio è un disegno molto curioso del retro del Maxxi. Mi interessa guardare le cose da un punto di vista differente rispetto a quello che il pubblico normale vede.

Snøhetta - 9.11  Memorial Museum Pavilion at WTC - credit Snohetta
Snøhetta – 9.11 Memorial Museum Pavilion at WTC – credit Snohetta

In Italia avete finora realizzato sono un padiglione all’interno della Fiera Marmomacc, a Verona, nel 2011. Come mai qui non c’è mai stata occasione di lavorare?
Ci sono stati progetti che ci hanno interessato in passato che però non si sono mai concretizzati. Ci sono molti nuovi edifici che sono stati realizzati da poco, soprattutto qui a Roma, c’è abbastanza lavoro per gli architetti italiani. Ma siamo molto interessati all’Italia per la sua storia e usiamo moltissimi materiali che provengono da qui, come nel caso della National Opera House a Oslo, in cui ci sono diversi marmi italiani. C’è un legame di lunga data con questo Paese.

Uno dei vostri ultimi progetti è il Memorial Museum del 9/11 al World Trade Center di New York. Com’è stato lavorare in un’area così critica e in una situazione complicata anche dai tempi lunghi e dal malcontento generale?
In realtà il progetto è stato costruito più in fretta di quello che le persone hanno percepito. In questi tredici anni sono state fatte moltissime cose. Considerando il danno e la tragedia è stato costruito tutto velocemente. È vero, molte persone si lamentano, ma questo perché vorrebbero che il dolore sparisse. Tutti lo vogliamo ma il processo di costruzione non segue questa logica. C’è voluto molto per pulire l’area, rimuovere i detriti e organizzare i team di lavoro. Tutti si sono dati da fare molto velocemente. Per noi intervenire lì è stato molto difficile per la condizione psicologica di lavorare in un luogo dove ci sono stati moltissimi morti.

E anche per le altissime aspettative, immagino…
Tutti i progetti hanno alte aspettative. Certo il World Trade Center è ancora per tutti un luogo di morte, distruzione, e il dolore è ancora fresco nella mente di tutti. Devo dire però che non ci siamo sentiti troppo sotto pressione, le persone sono state molto comprensive. E lo sono tuttora: anche quando abbiamo aperto il museo, chi aveva perso una persona cara, i pompieri, i poliziotti, tutti sono stati molto contenti del risultato.

Lo studio di Craig Dykers all'American Academy in Rome
Lo studio di Craig Dykers all’American Academy in Rome

Al momento state lavorando all’espansione del SFMoma, necessario per sostenere la crescita di visitatori in continuo aumento da quando l’edificio di Mario Botta ha aperto nel 1995. Qui qual è stato il vostro approccio? Soprattutto quando vi siete confrontati con l’architettura di Botta?
Dico sempre che la cosa migliore è avere un buon compagno di ballo quando si lavora all’ampliamento di un edificio esistente. E il tuo compagno di ballo dovrebbe avere una personalità diversa dalla tua altrimenti si fanno gli stessi passi e ci si pesta i piedi. Abbiamo visto il progetto proprio in questa luce. Volevamo essere un buon partner ma senza copiare o replicare il lavoro di Mario Botta. La sfida più grande è stata ripensare la scala nell’atrio dell’edificio esistente, che non era abbastanza larga per le normative antincendio e per l’aumento di visitatori previsti. Abbiamo dovuto cambiare completamente il design originale.

Secondo la tua esperienza cosa significa, oggi, progettare un museo di arte contemporanea del futuro?
I musei oggi sono messi alla prova, devono adattarsi alla società nel suo complesso. Non possono più preoccuparsi solo di quello che contengono, devono tenere conto delle connessioni con il contesto in cui si trovano e aprire le porte alle persone che potrebbero non capire l’arte contemporanea. Il loro ruolo sta cambiando. Fino ad oggi erano solo dei contenitori, ora devono immergersi nella città, creare spazi per tutti, anche per le persone non interessate all’arte, ma sempre proteggendo quella natura introspettiva dell’interazione con l’arte. Quando sei un museo è importante avere un’esperienza soggettiva con l’arte pur essendo allo stesso tempo con altre persone. È come essere da soli, insieme.

Quale progetto meglio sintetizza la vostra idea di architettura?
Ci sono una serie di progetti realizzati che sono stati decisamente significativi per noi. La biblioteca di Alessandria in Egitto, la National Opera a Oslo e il Memorial Museum del 9/11 a New York. Tutti e tre partivano da una condizione simile e hanno contribuito a portare nuova vita. La biblioteca di Alessandria, così come nel caso del World Trade Center, era un pezzo morto della città. Mentre a Oslo si trattava di un’area industriale non utilizzata, inquinata, dove ora invece c’è vita e movimento. Per quanto riguarda invece il nostro lavoro come branding e graphic designer, ci hanno appena commissionato la realizzazione della nuova banconota norvegese. Questo rappresenta fortemente il nostro modo di essere, in cui architettura, paesaggio e grafica sono un tutt’uno.

Snøhetta - Biblioteca di Alessandria
Snøhetta – Biblioteca di Alessandria

Più in generale, come è stato influenzato il vostro lavoro dalla crisi?
Siamo riusciti a sopravvivere grazie soprattutto al modo in cui abbiamo gestito la società. Non abbiamo licenziato nessuno, anzi, abbiamo assunto nuovo personale ad esempio nell’ufficio di New York. Avendo tre settori principali – architettura, paesaggio e grafica – quando uno dei tre va giù gli altri due compensano le perdite mantenendo un equilibrio.

Zaira Magliozzi

http://snohetta.com/

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Zaira Magliozzi
Architetto, architecture editor e critico. Dalla sua nascita, fino a Marzo 2015, è stata responsabile della sezione Architettura di Artribune. Managing editor del magazine di design e architettura Livingroome. Corrispondente italiana per la rivista europea di architettura A10. Dal 2006 cura la rubrica “Corrispondenze” nella rivista presS/Tletter. Pr e project manager di progetti dedicati alla comunicazione del design e dell’architettura per l’agenzia di comunicazione SignDesign. Ha scritto per The Architectural Review, L’Arca, Il Giornale dell’Architettura, Il Gambero Rosso, Compasses, Ulisse e Quaderno di Comunicazione. Membro del Consiglio direttivo di IN/ARCH Lazio. Dal 2009 fa parte del laboratorio presS/Tfactory, legato all’AIAC - Associazione Italiana di Architettura e Critica - per l’organizzazione di eventi, workshop, concorsi, corsi, mostre e altre iniziative culturali legate al mondo dell’architettura.