Codice Italia di Vincenzo Trione (3). Ecco perché questo padiglione sarà l’ultimo

Dalle premonizioni millenaristiche di Luca Beatrice agli esperimenti di “curatela liquida” di Maurizio Cattelan, Andrea Bellini e Hans-Ulrich Obrist: il ruolo del curatore, così come lo consociamo oggi, è finito. E così il Padiglione Italia di Vincenzo Trione sarà l’ultimo nel suo genere: dunque non potrà non piacerci…

Performance di Gaetano Pesce - Padiglione Italia - Biennale di Venezia 2011
Performance di Gaetano Pesce - Padiglione Italia - Biennale di Venezia 2011

 

Incaricato di curare il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2015, Vincenzo Trione merita quell’affetto e quella solidarietà – diciamolo in latino sennò suona malissimo: quella pietas – che i libri di storia riservano agli ultimi imperatori di Roma. Ai Valentiniano (primo, secondo o terzo poco importa) e ai Maggioriano, ai certamente validi strateghi e illuminati statisti cui il destino ficcò in mano la pagliuzza più corta, il cerino già in buona parte consunto. Non è questione di competenze, abilità, lungimiranza, estro o addirittura genio; a fare la differenza sono la contingenza e il contesto, gli ultimi disperati cenni di vita di un sistema strascicato nelle reti del cambiamento e ora abbandonato a battere gli ultimi colpi di coda, solo e nudo. Perché Trione sarà l’ultimo. L’ultimo curatore del Padiglione Italia ad una Biennale di Venezia. Almeno nel senso tradizionale del termine. Tutto spinge verso la morte irreversibile di un ruolo che risulta da un lato fatto a pezzi dalla cannibalizzazione della vecchia guardia, dall’altro messo in crisi dalla moltiplicazione di compiti e competenze che ha progressivamente trasformato il curatore stesso in executive producer. Nel mondo post-ideologico, nell’era del nichilismo reale, il lavoro intellettuale e concettuale del curatore diventa sempre più accessorio; scavalcato dalle sue abilità manageriali e relazionali. Così l’autodeterminazione dell’artista prende il sopravvento. E risulta allora epitaffio azzeccatissimo la nota pubblicata da Luca Beatrice su Il Giornale a commento di Shit and Die, quando in riferimento alla curatela griffata Cattelan per One Torino afferma: “Maurizio ci manda tutti in pensione. Me compreso”. Il successo della mostra di Palazzo Cavour – ottomila visitatori nelle sue prime settantadue ore e critiche positive pressoché unanimi, al netto delle cieche pregiudiziali sul personaggio – è solo uno dei chiodi infilati nella bara del curatore. Ci aveva visto lungo quel barbaro di Vittorio Sgarbi, con il suo folle caravanserraglio alla Biennale del 2011 a suggerire la tesi dadaista della “non-curatela”; ci ha visto lunghissimo, con processo di tutt’altra maturità e consapevolezza e risultati ovviamente ben diversi Andrea Bellini, che per la Biennale dell’Immagine in Movimento in corso a Ginevra rinuncia all’idea classica di curatore costruendo un riuscito modello di “curatela liquida”. Con il processo di realizzazione dei lavori degli artisti invitati costruito, passo dopo passo, in modo condiviso – quasi collegiale – e con un personaggio come Hans-Ulrich Obrist coinvolto, tutt’altro che limitato semmai esaltato, in veste di fiancheggiatore e al tempo stesso agente provocatore. Umile nel dare dritte, consigliare, discutere, proporre; esimendosi dal calare dall’alto tesi preconcette, o addirittura progetti preconfezionati.

Obrist alla Biennale dell'Immagine in Movimento 2014
Obrist alla Biennale dell’Immagine in Movimento 2014

Perché il curatore, come siamo abituati a immaginarlo, si sta astraendo in modo sempre più veloce dalla contemporaneità, confondendo il suo ruolo con quello dello storico; facendosi utilissimo e prezioso archeologo di un passato cronologicamente vicino, ma reso lontanissimo dall’accelerazione dei linguaggi. E infatti le mostre più importanti dell’anno, almeno in Italia, quelle dove il lavoro del curatore in senso canonico emerge in modo più compiuto e prezioso guardano ad autori ormai storicizzati: pensiamo alla splendida personale di Luigi Ontani portata da Giacinto Di Pietrantonio alla GAMEC; o ancora al tris che MADRE, MAXXI e GAM di Torino hanno dedicato ad Ettore Spalletti, con l’ottimo lavoro messo in campo da Anna Mattirolo e Danilo EccherAndrea Viliani Alessandro Rabottini. Quest’ultimo autore di un piccolo grande miracolo con la retrospettiva itinerante costruita attorno a Robert Overby (morto vent’anni fa), secondo Artforum tra i più importanti eventi del 2014.

Luigi Ontani, Lapsus Lupus, 1973
Luigi Ontani, Lapsus Lupus, 1973

È alla luce di questa trasformazione naturale del ruolo di curatore e dell’idea stessa di curatela che la nomina di Vincenzo Trione risulta calzante: perché in un contesto sostanzialmente reazionario come quello di una Biennale di Venezia, a fronte dell’immaturità dei tempi per la scelta di un “non-curatore”, coerenza ha voluto che si optasse per un “curatore-storico”. Ed è sempre per questi motivi che allora sì, il Padiglione Italia di Trione ci piacerà. Perché sarà testimone preciso di questo passaggio a suo modo epocale, ultimo frammento di una tradizione che ci ha accompagnato per oltre un secolo; e che trova nella volontà di scrivere un Codice Italia uno struggente e ammirevole tentativo di fermare per un momento l’inarrestabile, di scavare sotto la superficie della massificazione e della globalizzazione per trovare l’illusione di un’identità che c’è, ma solo in modo subliminale. L’Italia non esiste, esiste un Paese al plurale; ma esistono esperienze che – piacciano o non piacciano – raccontano di un modo di vedere, sentire, annusare, pensare che solo qui ha potuto generarsi: ed è di questo che un Padiglione nazionale, per statuto, deve rendere conto. La fascinazione tattile per la memoria artigiana, fatta di pattern e tessuti, di un Paolo Gonzato non poteva nascere e crescere se non in Italia; l’ossessione per il passato di un Luigi Presicce non poteva avere spazio se non qui; l’estetica dell’immagine di uno Yuri Ancarani poteva venire fuori solo da chi è conterraneo di Fellini. E dunque godiamoci il Padiglione Italia di Trione. Perché sarà l’ultimo prima della rivoluzione che stiamo aspettando.

Francesco Sala


  • LUCA ROSSI

    Bello condivido questa lettura. Io eviterei però di fare altre illazioni sulla nomina. Ma cercherei di allargare il discorso, per capire che i primi responsabili di questa situazioni sono gli operatori dell’arte contemporanea che hanno lavorato in Italia negli ultimi 20 anni. Un padiglione Italia non si fa in un giorno e neanche con una nomina.

    Certo, che la scelta assomiglia a quella di Luca Beatrice qualche anno fà, per una Padiglione sostanzialmente reazionario e conservatore. Ma oggi non serve fare la Rivoluzione in un Padiglione Italia che poi, prima o poi, chiude, ma nelle CASE DELLE PERSONE. E’ quella l’unica e la vera dimensione dove poter ancora agire e innescare un cambiamento e una rivoluzione.

    Per questo motivo lavoro da sei anni sul mio blog ad almeno tre aspetti: linguaggio, critica e pubblico. Il blog che, come un’opera d’arte eco-consapevole, può entare nelle case delle persone. Questi tre aspetti confluiranno presto in una mostra-evento ad Imola prima e durante Arte Fiera a Bologna. Un’iniziativa che potrebbe segnare una svolta nell’arte italiana e non solo. Ecco l’evento su Facebook, tanto per essere COSTRUTTIVI: https://www.facebook.com/events/389964227822378/?pnref=story

  • noia

    Finalmente un nome per la biennale, ora vediamo la lista degli artisti, sperando che come al solito non siano i soliti amici di lunga data del curatore di turno, come negli anni passati, unico genio sgarbi che ha aperto a tutti questo carrozzone italiano ennesima nota spese per i contribuenti

  • Ruote telluriche

    Non credo che questo sará l’ultimo Padiglione Italia come non credo che questa Biennale sarÁ l’ultima. Mi piace molto la parte finale di quest’articolo dove si descrive una specificitá italiana senza dover ricorrere a recuperi anacronistici : crescere in un posto o un’altro fa ancora la differenza, i luoghi non se ne stanno isolati e indipendenti ma hanno comunque una loro stratificazione di memoria abitudini conquiste e magari anche di disastri e sconfitte. Tenere conto di questo
    vuol dure parlare di arte reale legata a necessitá concrete
    : é evidente che i fautori dell’internazionalismo ad oltranza sono abituati a prodotti ininfluenti e avulsi dalle implicazioni che stanno sotto la superficie delle cose, prodotti diisancorati dalla realtá che non é e non deve diventare asettica e omogenea . Pensate solo a Kentridge :
    Come si farebbe a negare la sua pvenienza sudafricana?l’impassibilitá
    Di Richter non sta nel suo aver vissuto il dramma della Germania del novecento? Kara Walker potrebbe essere finlandese? Koons avrebbe avuto lo stesso successo vivendo in italia?
    Comunque quello che Sala evidenzia mi pare é la grande difficoltá
    Oggi di impostare un progett curatoriale o una selezione di qualsivoglia genere

  • Mi sento di dire, senza che nessuno si offenda, che siamo
    allo spasmo cadaverico ….
    In queste ore c’è un rincorrersi di dichiarazioni di presa
    coscienza della fine del ruolo del curatore. Si guardano giustamente con altri
    occhi operazioni come quella di Sgarbi e, cosa assai positiva, inizia, forse,
    un dibattito serio e libero da preconcetti e arroccamenti a difesa di ciò che
    Carmelo Bene definiva “il panino”.
    Lo shock causato da Shit And Die porta alcuni a formulare
    dichiarazioni, per cosi dire di sopravvivenza burocratica o di
    autoconservazione, identificando il cambiamento semplicemente nel ruolo del
    curatore con una nuova modalità di azione estetizzante, la Curatela Liquida
    appunto. Mi permetto di indicare che non si tratta di cambiamento, o addirittura
    una rivoluzione auspicata, ma il termine più indicato è MUTAMENTO. Questo
    mutamento, tra l’altro in atto da circa 20 anni, non investe solo il ruolo del
    curatore ma abbraccia massimamente il posizionamento dell’artista e soprattutto
    l’opera d’arte. La mia visione è che nei prossimi anni vedremo emergere una
    nuova figura quella del CURATORE DELLA REALTA’, che non si somma alle altre tre
    esistenti, due e mezzo visto lo stato cadaverico del curatore, ma che invece le
    unisce e raccoglie in se in un’unica “figura”. La sua attività sarà di
    formulare OPERAZIONI CULTURALI dove l’oggetto e il soggetto si sono dissolti. La
    società di massa contemporanea fruisce già di opere d’arte e azioni d’arte in
    modo aberrante rispetto alla tradizione culturale: ignorando la specificità
    dell’opera d’arte adopera oggetti, video, foto, flashmob ecc., in modi che il
    sistema dell’arte non può prevedere. L’operazione culturale non propone più il
    possesso di un oggetto culturalizzato in cui identificarsi, ma offre uno
    specchio che assorbe la realtà, che risponde prontamente a ciò che passa, ma
    prontamente la cancella.

    • LUCA ROSSI

      Ciao Michele, come sai condivido il tuo pensiero. Molte cose sono già in atto, ma un pubblico assente e addetti che non vogliono vedere, rendono queste “molte cose” non visibili. Per questo è necessario un lavoro su tre fronti:

      – creare le condizioni per apprezzare l’opera d’arte e il suo valore, lavorando sulla divulgazione (opinione pubblica)

      – lavorare sul linguaggio (antifragile, radicante, altermoderno)

      – lavorare sulla critica d’arte come argomentazione di luci e ombre dell’opera (critici che vogliono fare gli artisti o i curator internazionali non possono essere ovviamente interessati a questo)

      Quindi finisce che sul ruolo di artista si fondono e si confondono più ruoli: critico, autore, curatore, divulgatore, fundraiser…ed ecco il Sig. Rossi qualunque che può essere davvero chiunque, volendo.