Biennale di Venezia: e se non servisse a niente?

Per come è strutturata oggi la Biennale di Venezia non offre nulla in più rispetto a quelle di Istanbul o Berlino, Dubai o Gwangju. Parola di Stefano Monti, che propone la sua ricetta per restituire ad un appuntamento all’apparenza sempre più raffazzonato la dignità di un tempo…

Regina José Galindo, Falso León, 2011 - bronzo in bagno d'oro guatemalteco - photo Giulia Talini - Padiglione dell’America Latina 54a Biennale Internazionale d’Arte, Venezia - Courtesy dell'artista e PrometeoGallery

Perché la Biennale di Venezia è così importante? Malgrado possa apparire una provocazione, questa domanda è certamente più utile (e meno irriverente) dell’atteggiamento che il mondo politico conserva nei confronti dell’arte contemporanea nel nostro paese.
Chiedersi quali siano i motivi per cui un evento di questo calibro si inserisca all’interno degli appuntamenti più importanti del mondo artistico contemporaneo, è tutt’altro che una provocazione. È semplicemente un’analisi, necessaria, per valutare quali siano gli aspetti che più di altri premiano questo incontro internazionale, ed evitare, se mai è possibile in uno scenario come quello italiano, che questi plus, questi fattori critici di successo, vadano sprecati, annichiliti.
La Biennale di Venezia è importante perché è un incontro storico. Punto. Tutte le considerazioni che si possono fare a tal riguardo partono da qui. E’ una manifestazione che negli anni (non i nostri, quelli del secolo scorso) ha saputo conquistarsi il rispetto e l’attenzione internazionale, ospitando sempre più nazioni, artisti sempre più importanti, adottando curatori di fama e di genio, e mostrando gli aspetti più vitali dell’arte nostrana.
È per questo motivo che ancora oggi le nazioni di tutto il mondo aderiscono a questa manifestazione, che rappresenta ormai una delle pochissime ragioni per cui il nostro Paese rientra nell’interesse del sistema dell’Arte internazionale.
Ma, fatti salvi gli aspetti storici, e le presenze internazionali, le ragioni di questo successo sono davvero poche. Non è disfattismo, ripeto, è un’analisi che quanto più è dolorosa tanto più è utile, perché la Biennale di Venezia è un’istituzione, ma non è detto che godrà necessariamente di questo status per sempre, e se continuiamo ad agire come se questa non fosse la più naturale delle osservazioni, se non si cambierà l’atteggiamento di disinteresse tronfio, che nasce da un’arroganza immeritata per quanto è stato fatto nel nostro passato, sicuramente l’interesse internazionale si concentrerà verso manifestazioni che lottano, con qualità e etica del lavoro, per contendere a questa nostra Biennale il primato di cui al momento gode.

Berlin Biennale, il Crash Pad di Andreas Angelidakis
Berlin Biennale, il Crash Pad di Andreas Angelidakis

Cosa offre in più la biennale di Venezia, rispetto a quella di Dubai, Gwangju, Istanbul, Sao Paulo, o Berlino?
Nulla.
Nulla in termini di importanza del mercato, che nel nostro Paese agonizza sotto la scure di aspetti fiscali, legislativi e politici a dir poco inadeguati. Nulla sotto l’aspetto della qualità organizzativa, se si pensa che la selezione dei curatori della prossima edizione della Biennale di Berlino (2016) ha preceduto di mesi quella del Padiglione Italia della biennale di Venezia (2015). Nulla sotto il profilo della presentazione di correnti nazionali promettenti. Ed è forse questo il maggior punto dolente dell’intera questione.
Edizione dopo edizione, la nomina a curatore del Padiglione Italia da grande opportunità corre sempre più il rischio di divenire una grande minaccia. Non è un caso che della lista iniziale di dieci curatori, due abbiano (forse saggiamente) declinato l’invito.
Pensare di curare in così poco tempo un’esposizione che dovrebbe fornire una visione capillare e critica di un panorama artistico frastagliato come quello italiano, in cui l’intreccio di interessi personali e di artisti mediocri riempie le gallerie e i vernissage, è certo un onere non da poco. Trovarsi a farlo in un’arena internazionale, e per di più con un notevole svantaggio in termini temporali (Danimarca, Israele, Armenia già da luglio avevano ben chiare le idee), non rende certo le cose più facili.
Quali saranno i risultati del lavoro di Vincenzo Trione, lo scopriremo. Ma è chiaro che se anche questa edizione del Padiglione Italia non riuscirà a convincere la critica internazionale, le responsabilità saranno imputabili anche alla sua professionalità.

Vincenzo Trione
Vincenzo Trione

Appare chiaro che l’intera organizzazione di questa nomina vada del tutto ripensata: anche se il ministro Franceschini ha adottato una linea di selezione a suo dire “trasparente”, questo tipo di criterio non può certo essere alibi per un ritardo di questo tipo. Se di trasparenza si intende parlare, inoltre, allora che siano resi noti i criteri di selezione (economici, artistici) prima che questa avvenga.
Non è difficile immaginare un processo di selezione più efficiente e più adatto ad un ruolo di questa importanza: si potrebbe pensare ad esempio ad una rosa iniziale di curatori più estesa. Si potrebbe immaginare che questi curatori vengano contattati con largo anticipo, anche il giorno dopo l’inaugurazione della Biennale. Si potrebbe immaginare una peer-review dei progetti basata su criteri stabiliti in anticipo. E fare, dopo due mesi (tre?) una prima selezione tra tutte le proposte presentate. Arrivare ad una short list, così da permettere a chi ha superato le prime fasi di strutturare meglio il progetto, inserire artisti, o correnti, apportare modifiche e integrazioni, e sulla base di questo procedere ad un’ulteriore scrematura dei candidati. Arrivare infine ad una rosa di tre curatori, tra i quali scegliere tenendo conto di una commissione di valutazione internazionale ad affiancare quella ministeriale. E rendere pubblici tali progetti, così che la trasparenza possa essere più di uno slogan e certo più di un alibi.
Queste sono solo delle idee, e di proposte di questo tipo se ne potrebbero fare tantissime. E tutte, avrebbero un livello di sensatezza di certo più elevato rispetto a quanto i nostri governi hanno mostrato negli ultimi anni.
Perché è importante sottolineare che non è in gioco solo la carriera del curatore, ma la vitalità della Biennale di Venezia. Se l’Italia non riesce a mantenere quelle qualità che nel tempo ci hanno valso questa manifestazione, il rischio che si corre, edizione dopo edizione, è che l’Italia diventi per la Biennale semplicemente uno sfondo, e che la nostra Venezia, già nota in tutto il mondo per gli effetti nefasti che una errata gestione del patrimonio culturale può portare, diventi una mera location, come uno di quegli alberghi sfarzosi in cui si tengono i meeting di settore.
A quel punto non avrà più senso, se non il rispetto che si ha per la malinconia degli antichi fasti, partecipare a questa manifestazione. E l’Italia avrà perso la sua migliore (l’ultima?) opportunità di una rinascita artistica e culturale.

– Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.
  • Manlio

    È cosí importante perché solo a Venezia l’arte contemporanea può avere Venezia come location. Non C’è unA Città cosi né su questo né forse su nessun altro pianeta. Ecco perché funziona e funzionerà sempre. Fatevene una ragione.

  • Perché quando mai è servita a qualcosa, provate a spulciare l’elenco degli artisti presentati e scoprirete forti ritardi e innumerevoli scomparse, è un grande meraviglioso evento in una città stupenda, da vivere sull’attimo (via pura arte contemporanea altro che Tinotto (a propostito che fine ha fatto… dopo la caduta della Tate?)

    Comunque la Biennale Arti Visive gode in questi ultimi anni di grandi successi, sia di consenso che di ritorno economico, per cui non capisco bene dove voglia parare, strano il paragone con le altre Biennali che sono veri e propri carrozzoni che stanno lentamente diventando tutti noiosamente uguali, proprio la Biennale di Venezia si sta distinguendo per questa grande varietà di offerta, con decine di paesi partecipanti, disposti anche a spendere un sacco di soldi per recuperi e restauri, con le loro relative mostre con decine di curatori, artisti, un evento unico al mondo che per fortuna tutti ci invidiano merito sicuramente della visione di Baratta grande artefice, tutto il mio plauso! d.o)

    • Romina cosotto

      Il Padiglione Italia del 2013 era un cimitero. Vero. Verissimo. Era talmente fuori luogo e fuori posto gli inviti che Bartolomeo Pietromarchi fece e che rimandavano al medioevo dell’arte. Poi fortunatamente scomparve. Il padiglione italia ne uscì male e anche lui è
      sparito. La possibilità che tutto possa ripetersi è dannatamente possibile e a subirne i danni sarà ancora Venezia ce allora si salvo con l’ottimo Gioni. Le altre biennali stanno scomparendo per chi è abituato a leggere e non a frequentarle. Morte a Venezia.

  • luca rossi

    Signori, senza critica d’arte e divulgatori capaci, che sappiamo argomentare il valore, le biennali sono tutte uguali e luna park per adulti. Non si tratta di educare ma creare le condizioni per apprezzare.

  • popolus

    Un poco populista queste idee, venghino signori scelgano il progetto più carino, facciamo una pagina su fb, votate votate, ogni tre voti un bel disegno, sicuramente vincerà quello che ha più amici

  • pino Barillà

    Nel 1975 si è chiuso un ciclo dell’arte.
    1975- 2014 L’arte contemporanea è scesa di categoria. ( B )
    I luoghi dell’arte musei, gallerie, fondazioni e le sedi di biennali devono
    cambiare la loro immagine. Per evitare che gli artisti continuino a ripetere e fare varianti.
    Il carrozzone organizzativo dell’arte non si è mai occupato del prodotto artistico nel suo contesto.

  • Alle volte ho l’impressione che Artribune non serva a niente.

    • doattime

      infatti, è proprio questo che la rende favolosa!

      • Come Cuneo?

        • Cuneo è uno dei luoghi più belli della galassia, siete tutti invidiosi, abbiamo una delle collezioni private più interessanti d’Europa, stupende montagne e tantissima gente allegra e felice, cosa si vuole di più

      • Fa informazione, per lo più criticabile, fantastico!

  • angelov

    Quando si dice: “Darsi delle martellate sui co…ni”, eccone un esempio da manuale…

  • lupuinfabula

    eh si. H accettato di farsi dare un sacco di martellate sugli zibidei. Coraggioso o folle?

    • Oggi ci vuole coraggio, per cui tutta la mia simpatia

      • Francesco cardoso

        Il coraggio non sempre è una cosa positiva, quando poi saranno altri a subirne le conseguenze.

      • Vincenzo Modica

        Ma quale coraggio. Vincenzo Trione come farà l’anno prossimo a rappresentare nel padiglione Italia questa urgenza soffocata di cambiamento, se fa ancora fatica a riconoscere il “suo” post-moderno? Prego tutti di leggere il suo ultimo libro. Presentato a Roma l’altro giorno.

  • Caschi male

    Ma perché non abbiamo il coraggio di dire che la scelta di Trione è imbarazzante? E giriamo intorno alla modalità. Trione è una vergogna.

    • Ma imbarazzante per chi?

      Pensi che i curatori/critici precedenti siano stati tanto più qualificati, e su che basi?

      Vediamo che esce e poi si potrà giudicare

  • Fabrizio Lemme

    Caro Monti, lei ha drammaticamente ragione. Nessuno toglie il valore di Venezia come metà turistica ma mi sembra corretto porsi la domanda su quale potrà essere il valore aggiunto della biennale.

    • valore aggiunte di che cosa? l’arte è un mercato, come la moda o le auto, non esiste più cultura, tutto è investimento, guadagno, e non mi pare che il sistema dell’arte sia tanto più innocente, poi ovviamente ognuno di noi seguirà le cose più vicine alla propria sensibilità, ma si entra nella sfera dell’individuale per cui liberi di fare cosa si vuole

  • pubblicistafuoripista

    A me le Biennali d’Arte veneziane hanno sempre spaventato moltissimo…

  • Ma si che serve per girare la laguna cantando a squarcia gola .