Arte italiana? Non è più questione di patriottismo

La questione nazionale torna ancora una volta. Ad esempio in occasione della nomina del curatore del Padiglione Italia, Vincenzo Trione. Ma il problema è il patriottismo? O piuttosto un ripensamento del cosmopolitismo? L’editoriale di Michele Dantini, che anticipa il suo nuovo libro.

La nona ora di Cattelan

Progenitori di pietra, Figli che a ritroso trapassano nei Padri, interni abitati dai Fantasmi della Memoria e dell’Oblio. E ancora: enigmatiche sculture-monili, antichità redivive e acrobatici “pensatori di buchi” da cui, quantomeno così si suppone, si riversa via da noi la Tradizione.
Il dilemma “che fare?” è divenuto ricorrente nell’arte italiana contemporanea. Per quanto implicito, costituisce il tema cruciale. Per dargli forza occorrerebbe tuttavia trarlo fuori dai regni del Non Detto e del Preterintenzionale e discuterlo in tutta la vastità delle sue implicazioni.
Come “abitare” un contesto nazionale o postnazionale e creare immagini-simbolo di un compito e un destino condiviso? È significativo che nell’arte italiana degli ultimi due decenni, direi dalla Nona ora di Cattelan (1999), non troviamo credibili messe a nudo di propositi di riscatto o esperienze di vulnerabilità collettiva. Dietro opere ben fatte non percepiamo città, classi sociali, generazioni, comunità ideologiche o affettive. L’atteggiamento di risoluto solipsismo non aiuta.

Michele Dantini
Michele Dantini

QUALE COSMOPOLITISMO?
Dalla biografia di un’artista milanese di ampia notorietà internazionale apprendiamo che questa stessa artista risiede tra Anchorage, Londra e Alicudi, senza dimenticare i soggiorni a Shangai. Dietro alla spacconeria di chi modella il proprio avatar a imitazione di aziende multinazionali, assimilandosi di buon grado a un “prodotto” industriale o finanziario, non c’è forse il rifiuto subalterno della propria identità infantile e vernacolare? Un’automutilazione volontaria del Sé in ossequio alle estetiche (o alle biopolitiche) del capitale? Prendo spunto dalla circostanza per considerazioni di più ampia portata.
La riproposizione di fantasie di onnipotenza infantile predestina all’irrilevanza culturale e sociale. Questa, in sintesi, la sorte di buona parte dell’arte italiana contemporanea. Il rifiuto dell’appartenenza è irreale: toglie all’immaginazione la sua più salda risorsa.
Il mio punto di vista è terapeutico, non patriottico. Mi propongo di riflettere sul costo delle finzioni di irrelatezza. Emozioni come ira, vergogna o indignazione, se disattese, possono imprigionare l’immaginazione costringendola a oscillare tra gli estremi dell’esterofilia e della recriminazione; e separarla artificiosamente dal mondo della vita, delle fantasie potenti, delle azioni reali e condivise.
Precarietà ed espatrio sono le esperienze che distinguono storicamente l’attuale generazione dei trenta-quarantenni. Ne cercheremmo però invano tracce figurative. Perché? Procurare fantasiosi intrattenimenti all’1% non esaurisce i compiti dell’arte. Gli artisti tedeschi del periodo di Weimar scelsero di commentare la disuguaglianza nelle loro opere. Un eccesso di levigatezza in tempi difficili equivale invece a una censura introiettata.
Una parte del problema è riconducibile ai modi di reclutamento e all’attuale processo di costruzione delle carriere: la mia tesi è che essi producano un pernicioso distacco dall’esperienza individuale, specie se subalterna. Istituzioni pubbliche e private incoraggiano percorsi formativi chiusi e curricula bloccati. Sul modello di un qualsiasi corpo burocratico, l’avanzamento professionale di un giovane artista oggi in Italia è severamente regolamentato e promuove riconoscibilità e “coerenza”.
Talenti in formazione sono avviati a una professionalità intesa in senso formalistico e deconflittuale, definita in base a standard generici, pronta a collocarsi sul mercato internazionale. L’esordio può essere precoce e così una remunerativa reputazione. La cooptazione curatoriale premia artisti sempre più giovani, in analogia a quanto accade sul mercato corporate del lavoro: la giovinezza assicura maggiore plasticità e pronta sottomissione. Difficile tuttavia immaginare che da coorti di nerd meticolosi e prudenti possa scaturire innovazione.

La cover di Der Kulturinfarkt
La cover di Der Kulturinfarkt

NUOVE AGENDE PER NUOVI COMPITI
Il deficit di autorevolezza di ciò che chiamiamo “arte contemporanea” è accentuato, non solo in Italia: occorre rappresentarsi plasticamente la circostanza e farsene una ragione. Al tempo stesso dovremmo evitare l’autodenigrazione e smettere di considerarci “periferici”: lo saremo davvero, in senso diminutivo, sinché non saremo stati capaci di elaborare in modo nuovo gli elementi congiunturali “nativi”.
Si tratta verosimilmente di dichiarare concluso un ciclo e immaginare orizzonti di senso più adeguati per ciò che (forse impropriamente) ci ostiniamo a chiamare “arte contemporanea”. Proviamo a porre bene in evidenza, in alto nell’agenda, la questione dell’utilità pubblica: muovendosi su piani simbolici, l’arte può contribuirvi in maniera potente e non derivata.
Passata attraverso innumerevoli stagioni di dislocazione ironica e autoriflessione specifica, l’arte contemporanea non è più in grado di ritrovare dimensioni di crescita individuale, conforto o restituzione. Le richieste di condivisione e “cura” potranno in futuro giocare un ruolo importante. Dettare nuovi modelli di professionalità e suggerire punti di vista innovativi. “La soluzione dei grandi problemi della nostra società non si trova nell’arte”, affermano gli autori di Kulturinfarkt (2012), documentato pamphlet sullo “Stato culturale” nel mondo di lingua tedesca. “L’umanità ha bisogno di ricercatori, scienziati e ingegneri: persone che con passione affrontano compiti che richiedono tenacia, senza riconoscimento pubblico, mossi dall’entusiasmo e non dall’idea di diventare icone glamour”.
La teoria femminista contemporanea suggerisce modi persuasivi di abitare luoghi, comunità e istituzioni; modi che possono essere conflittuali ma non privi di riconoscimento dell’importanza dei legami storici e affettivi. Così Susan Hansen e Geraldine Pratt suggeriscono di contrastare criticamente le retoriche della mobilità qualora siano poste al servizio di ideologie individualiste e elitarie. Doreen Massey oppone invece il compito di nuove “geografie della cura” a “euforiche narrazioni di nomadismo, mobilità e fuga”. Salde relazioni di dominio, aggiunge, possono essere mantenute proprio attraverso la celebrazione dell’instabilità.
Tra Sei e Settecento, prima nei Paesi Bassi e poi in Francia, l’arte moderna ha stabilito specifiche solidarietà storiche e sociali. Si è rivolta non all’aristocrazia ereditaria né all’alto clero ma a persone distanti dagli apici del potere e della ricchezza, memori dell’indigenza e della vulnerabilità: i membri di una “classe generale”. Oggi non sappiamo bene cosa accadrà, né se la creatività “professionale” manterrà i connotati linguistici, sociali e istituzionali consueti. E’ tuttavia verosimile che potremo restituire vigore all’immaginazione se avremo progettato in modo nuovo istituzioni e processi di lungo periodo, musei e formazione in primis. Ma questo è un compito politico.

Michele Dantini

Questo testo è un’anticipazione dell’e-book “Arte, ricerca e sfera pubblica. Saggi sull’innovazione culturale” di prossima pubblicazione per doppiozero (Milano 2014).

CONDIVIDI
Michele Dantini
Storico dell’arte contemporanea, critico e saggista, Michele Dantini insegna all’Università del Piemonte orientale ed è visiting professor presso università nazionali e internazionali. Laureatosi e perfezionatosi (Ph.D.) in storia della filosofia e storia dell'arte presso la Scuola Normale Superiore di Pisa; Eberhard Karls Universität, Tubinga; The Courtauld Institute, Londra; Ludwig-Maximilians-Universität München, collabora con i principali musei di arte contemporanea italiani ed è responsabile del Master MAED al Castello di Rivoli. Scrive di arte contemporanea, politiche culturali e dell’innovazione, tecnologia, Rete e digitale. Tra le pubblicazioni recenti Geopolitiche dell’arte italiana. Arte e critica d’arte nel contesto internazionale (Milano 2012); Arte contemporanea, ecologia e sfera pubblica (Roma 2012); Humanities e innovazione sociale (Milano 2012); Apple cosmica. Come le narrazioni fantascientifiche modellano il design e il marketing della Mela (Milano 2012); Horses and other herbivores (Bezalel Academy of Art and Design, Jerusalem 2010). Coautore dei manifesti TQ “università e ricerca” e “patrimonio storico-artistico e ambientale”, è interessato ai temi della diversità culturale e del cosmopolitismo postcoloniale. Il suo Diario Namibiano (e/o, Milano 2003), inchiesta sulle trasformazioni delle abilità tradizionali in Africa australe all’ingresso nel mercato globale condotta in collaborazione con la National Gallery di Windhoek, è stato finalista del premio Paola Biocca|Società Italo Calvino nel 2002. Suoi reportage e fieldworks sono stati presentati alla Fondazione Merz, Torino; CCCS Strozzina, Firenze; Centro di arte contemporanea Luigi Pecci, Prato; Centre de la Photographie, Ginevra; MAO, Torino. Collabora a L’Huffington, Alfabeta2, Doppiozero, ROARS, Il giornale dell’arte, il manifesto.
  • LUCA ROSSI

    Ciao Michele Dantini, i tuoi testi oltre a trovarmi sempre d’accordo, sono stimolatori e vibratori. Cosa rarissima.

    E allora vorrei suggerire due letture che trovo fondamentali per definire un modo-atteggiamento-visione-sensibilità che possa fotografare il presente (consapevolezza) e diventare uno strumento per gestirlo e reagire ad esso:

    Antifragile.Prosperare nel disordine

    Il Radicante

    In questi sei anni ho reagito e gestito questo stato di crisi, pressochè quotidianamente, dove il blog è stato prima di tutto un blocco di appunti personali. Mi hanno proposto per dicembre e gennaio una mostra-evento-workshop ad Imola, la provincia della provincia italiana. Ho accettato, consapevole che il vero campo d’azione non è milano o new york ma la casa delle persone, la nostra dimensione privata e locale. Ti vorrei invitare a questo evento, perchè a mio parere (senza peccare di megalomania, ma in Italia basta agire con buon senso per sembrarlo) potrebbe indicare una fleblie speranza: https://www.facebook.com/events/389964227822378/?pnref=story

  • Giulia

    Complimenti, davvero un bell’articolo: forte, energico, pregnante, che non spinge all’autocommiserazione, ma alla presa di coscienza e alla messa in pratica di azioni critiche a partire dal quotidiano.

    Sinceramente credo che occorrerebbe accantonare un momento parole e definizioni come “arte”, “artista”, “mostra”, “esibizione”, “opera”, “lavoro” che tutti noi usiamo e abusiamo quotidianamente per concentrarci sulla ricerca.

    Noto sempre più spesso l’autismo delle singole discipline e pratiche (Arti, Musica, Design, ma non solo..), sempre più occupate in una definizione dei ruoli in relazione ai propri rapporti di potere interni e alle proprie narrazioni interne…Un’eccessiva settorializzazione che porta ad avere un buon quadro della propria disciplina slegato dal contesto generale che si situa oltre il rispettivo campo specifico. A dispetto dell’apparente multidisciplinarietà, che coinvolge spesso solo superficialmente progetti particolari, è difficile trovare persone di un certo settore che interagiscano attivamente con persone di un’altro, in termini di scambio di idee, punti di vista, comprensione di mentalità, metodologie e processualità, presa di visione e coscienza della situazione globale.

    Penso che cercare di costruire dei veri e propri ponti per costruire una visione più articolata potrebbe essere un ulteriore spunto per uscire da questa stasi, che in realtà potrebbe essere semplicemente data dal fatto che a livello sistemico non vengono registrati effettivi fermenti.

  • angelov

    Ma un articolo scritto in un linguaggio così preciso e particolareggiato, con parole così ricercate per descrivere una situazione generale che volge in divenire a velocità esponenziale, può anche risultare completamente incomprensibile ad un artista visivo, abituato ad una comunicazione di significati non verbale, o forse ispirarlo, ma inconsciamente, o semplicemente confonderlo; solo chi ha pratica ed è versato in studi di filosofia o letteratura, può avere accesso a tanta ricchezza e pregnanza di concetti, e sopratutto può riuscire a gestirli mentalmente al meglio.
    Con delle regole ermetiche, è difficile stare al gioco…

  • doattime

    Molto stimolante, grazie

  • Pingback: Padiglione Italia | Humanities()

  • Ruote telluriche

    Siamo al giro della ruota? Qualcosa cambia o comunque qualcuno pensa a un genere di cambiamenti che non sarebbero ininfluenti come l’alternarsi delle tante mode passeggere che subiamo da troppo tempo. La soluzione qui proposta, che mi richiama a tratti quanto proposto da Caliandro, sta innanzitutto nel rompere il circolo di un’arte autoreferenziale in fuga verso contesti astratti e lontana dalle esperienze concrete e reali delle quali é composta la societá effettiva .
    Nessuno parla piú delle classi sociali e si lavora in vista dell’1% ricco del mondo. Dantini parla di un’uscita tramite l’utilitá sociale , un ritrovato senso civico, tramite una condivisione ( cosa ben diversa dall’affiliazione che invece vige attualmente ).
    Inoltre mi scuso se semplifico meno narcisistici fuochi d’artificio
    E piú dedizione per un lavoro sottotraccia che sappia trovare un senso e una gratificazione in sé piuttosto che dalle convenzioni di un sistema
    Chiuso.

    Questo testo meriterebbe piú tempo da parte mia ma purtroppo vado di fretta. Mi pare che il suo pregio stia nel rendere permeabili i confini tra arte e condizioni sociali effettive. Premettendo quindi che ne apprezzo buona parte faccio peró alcune
    piccole obiezioni che ho fatto anche a Caliandro:
    1) il senso civico e le regole comuni sono il minimo comun
    denominatore per qualsiasi relazione- dialogo e in un’Italia cosí
    disastrata se ne sente il bisogno sicuramente ma nella societá e nell’arte il comune non puó annullare le singolaritá e le dfferenze
    O, in altre parole, il diritto di scegliere il proprio personalissimo
    Diritto a praticare le propie personalissime scelte( a meno
    Che non sia a danno degli altri ovviamente) : su queste cose talvolta sono inutili teorie dialoghi e dibattiti. Inoltre in arte attenersi al minimo comun denominatore porta alla banalitá
    2) forse bisogna ritrovarsi tutti e organizzarci un pó meglio e magari
    Stare ad ascoltare anche gli altri ma attenzione che sotto la necessitá
    Comune spesso si occulta il fatto che ognii forma di coesione non é neutra ma solo la risultante di forze spesso contrapposte e disomogenee. Attenzione quindi al colpo di coda della normalizzazione.

  • Biese

    lucido, fin troppo, ma chiaro e scritto davvero bene.

  • Aspetto il libro per vedere se queste proposte teoriche hanno soluzioni concrete (es. come md pensa di riformare il museo del futuro?). Chiedo quindi a md, come ho sempre fatto con altri (da ultimo Caliandro) – che peró non hanno mai risposto con soluzioni concrete – come mette in pratica quello che propone.
    Qualche settimana fa ho mandato ad Artribune un pezzo che con parole semplici molto semplici – quindi lontano dagli approcci mainstream – provava a proporre una soluzione concreta a cosa debba essere l’arte oggi. Ma probabilmente è finito in qualche cestino. Forse a ragione, ma almeno ci si poteva confrontare. Proponevo anche la realizzazione di un’app sull’arte che avrebbe permesso di capire come funziona veramente il sistema dell’arte, giocando e “bloggando”; ma niente. Probabilmente la farò io appena avrò i soldi necessari.
    Il ns paese è solo questo: “parole, parole, parole…”. I fatti non abitano più qui. Ma perché non usiamo le parole solo x descrivere interventi reali? (come nel mio blog) Perché non abbandoniamo il sistema dell’arte e portiamo veramente ed esclusivamente l’arte nelle case private (a proposito lr, come tu rivendichi spesso l’originalità del pensiero altrui, quanto la tua idea della casa privata come luogo privilegiato dell’arte non abbia preso dall’idea alla base del mio blog?)
    Spesso propongo su queste righe modalità concrete di cooperazione ma nessuno mi segue mai. Tutti però parlano, parlano, parlano e a breve il paese sarà in default. E mi viene quasi da dire: “per fortuna!” Così forse qualcosa cambierà.

  • Michele Dantini

    Cerco
    di raggruppare i commenti ringraziando i commentatori. Un
    grazie particolare @Giulia @Biese @doattime: come autore, spero di meritare anche in
    seguito gli aggettivi “forte, energico, pregnante”.

    [email protected]: la questione del museo è centrale: soprattutto
    della trasformazione del museo. Ho scritto più volte in proposito, qualcosa si
    trova anche in Rete, ma soprattutto è nel mio libro di prossima pubblicazione
    che darò indicazioni concrete – e eanche esemplificazioni positive – del modo
    in cui vedo tale traformazione. Anche qui si tratta tuttavia per me di uscire
    dal dominio delle Fine Arts, quantomeno in modo sperimentale e temporaneo.
    Siamo appunto “al gioro della ruota”: abbiamo appena iniziato a oscillare.

    [email protected]: la questione del linguaggio. Rifletto su uno
    spostamento della “Grande Creatività”. Dove la incontriamo? Fino a qualche
    decennio fa forse neppure ci saremmo posti la domanda. Il dominio elettivo era
    quello delle Fine Arts. Punto. Oggi non è così. Ritengo anzi che, proprio per
    le ragioni di ingegnerizzazione del “talento” artistico, la Grande Creatività
    si sia spostata altrove. O forse meglio si nasconde. Certo è mutata la domanda
    che noi possiamo rivolgerle. Il brando tratto da “Kulturinfarkt” per me ha una
    grande rilievo. Abbiamo ancora bisogno di “arte contemporanea” nel senso in cui
    comunemente la intendiamo? E’ possibile fare ricerca e formazione attraverso le
    mostre che oggi è possibile o ci è richiesto di fare? Qual è, su cosa poggia
    oggi, la professionalità specifica del “curatore”? A molti non è più chiaro.
    Oppure: a quali condizioni un museo può fare formazione e ricerca? Dubito che
    sia attraverso le mostre che oggi si fanno, si possono o ci è richiesto di
    fare. Porre queste domande equivale a non rivolgersi a questo o quell’”addetto
    al mestiere”. Ritengo che gli “addetti al mestiere” abbiano smesso di
    interpretare un ruolo privilegiato. Nel parlare di arte da punti di vista
    pubblici mi rivolgo al destinatario colto ma non specialistico: alla persona
    capace di riflettere in senso generale e da punti di vista di interesse
    generale. La “corporazione” è sperimentalmente abrogata. STRIKE.

    [email protected]
    telluriche: per “utilità pubblica” non intendo alcunché di dedotto, pianificato
    o “corretto”. L’arte deve scoprire come rendersi necessaria muovendosi
    autonomamente sui piani simbolici che le sono propri. Per questo ritengo che le
    attuali retoriche sull’arte pubblica abbiano come risultato un’arte per lo più
    depotenziata e burocratica, a programma. Al netto delle resistenze di taluni
    artisti, l’ultima Documenta mi è sembrata un caso esemplare di riduzione
    dell’arte alle politiche sociali e al marketing politico-amministrativo. Un
    modello da rifiutare.

    [email protected]
    Rossi: caro Luca, diffida del primo scaffale che trovi e delle “novità”
    editoriali che ti sembrano più attraenti. La “soluzione” non è mai semplice né
    a portata di mano: certo non è un espediente retorico – un anglismo, che ne so,
    una vivace metafora o una “rappresentazione” in genere. Determinazione e
    visione aiutano. Ma la facilità con cui si inventano parole o ci si appropria
    di esse può ingannare.

    • ruote telluriche

      Per quanto riguarda la parte dedicata al mio purtroppo frettoloso commento ringrazio Dantini per la risposta e in parte direi che la condivido. Mi piace questo suo accenno alle risorse autonome dell’arte che dovrebbe trovare in sè una necessità che comunque, mi pare Dantini, colleghi sempre ad un mondo esterno e reale e non certo ad una nuova Accademia: crinale difficile ma la sfida è questa.
      Vorrei anche però tirare le somme di questi ultimi venti o più anni, semplificando assai, dati i miei problemi di tempo.
      In corrispondenza a determinate evoluzioni economiche delle società ex occidentali, e da un certo punto in poi seguite dai nuovi protagonisti globali,il mercato dell’arte ha avuto una grande crescita sconosciuta nelle sue caratteristiche, peculiari rispetto a quanto è avvenuto in passato: Dantini fa un riferimento simpatico all’artista con l’involontariamente ridicolo domicilio transcontinentale dove i luoghi geografici sembrano addizionarsi secondo modalità “maccheroniche”.
      L’esempio è molto azzeccato, secondo me, a rappresentare le modalità criteriali ( o se vogliamo la latitanza delle stesse) nella circolazione di tanta arte “internazzzzionale” che vive di arbitrio purchè ben diffuso. Non mi dilungo sul fatto, secondo me però essenziale che questo arbitrio si leghi alle scelte di un ristretto, per quanto allargato,tipo di pubblico, un mondo di investitori speculatori e ricchissimi che incarnano l’accumulazione della ricchezza a spese di tutti gli altri, compresa una classe media sopratutto, che in qualche modo in altre condizioni avrebbe avuto effetti temperanti.
      Alcuni curatori hanno acquisito grande importanza (dal moltiplicarsi delle varie Biennali in giro per il mondo) presentandosi come l’antitodo a questo tipo di mercato spesso però lavorando in contiguità con esso: esistono infatti molte grosse gallerie specializzate in artisti “da Biennale” e i “courtesy” nei cataloghi si sprecano.
      Ancora più spesso alcuni curatori hanno finito per ridurre gli artisti a pedine intercambiabili per i loro discorsi, spesso politici come dice Dantini ma più spesso abbastanza generici da essere inoffensivi.
      Che dire? Se non avessimo avuto questa casta di curatori ci sarebbe stato solo il mercato bruto e non credo sarebbe stata una bella cosa. (Non sto parlando del mercato tout court, quindi non si offendano i galleristi)
      Non mi piace che Dantini riduca quello che è stato ed è ancora il ruolo dei curatori a “marketing politico”: mi sembra ingeneroso e riduttivo.
      Tornando alle differenze tra critica e mercato la situazione è simile, con le dovute proporzioni anche in Italia, con i vari critici curatori incanagliti contro il mercato che non ha bisogno di loro ma belli pronti a servire un certo tipo di gallerie con sbocchi internazionali, non importa se con prodotti preconfezionati, con l’ulteriore aggravante del noto fenomeno italiano delle cordate e delle corti a disprezzo del merito con artisti molto attivi ma mediocri oltre ogni dire. Dove intendo arrivare? E che ne so! :))
      Direi che l’alfiere più integerrimo di un certo tipo di curatela , Enwezor intendo e non Trione, ha la sua Biennale in un momento dove le emergenze del mondo surclassano i piccoli problemi dell’autonomia dell’arte: vedremo cosa salterà fuori.
      Una sua Biennale ben riuscita potrebbe rendere queste note e quelle di Dantini poco incisive.
      Sicuramente la ruota gira ma bisogna verificare verso quale direzione ammesso che ne abbia una sola :)

  • + arte italiana + artisti italiani , noi siamo i creativi del futuro ed io so far di tutto anche montare un paio di tendine, allacciare le scarpe e chiudere la porta , più di così si muore, ho un’idea perché non presentare il padiglione sott’acqua all’arsenale di Venezia , sarebbe un’ottima scelta , io mi metto all’opera con fantastiche opere gonfiabili cosa ne pensate un padiglione sott’acqua che storia non ci sto dentro idea firmata da Roberto Scala copy art