Ancora sulla nomina di Vincenzo Trione. Postilla al Padiglione identitario

Non c’è davvero da aggiungere nulla alla bellissima serie di pezzi comparsi all’indomani della nomina di Vincenzo Trione a curatore del Padiglione Italia per la prossima Biennale di Venezia. Una serie che ha dimostrato un’ampia varietà di punti di vista, e di livelli interpretativi che hanno allargato lo sguardo dalla questione specifica al quadro generale. Però ancora una postilla ci può stare…

Padiglione Italia Lazio

Considerando lo scenario, mi vengono in mente due o tre osservazioni. Lo scenario, dico, dell’arte e della cultura italiana degli ultimi anni, della sua percezione e della sua proiezione verso l’esterno.

L’Italia – una volta e ancora conosciuta come “il Belpaese” – si è trasformata nell’ultimo trentennio in uno dei luoghi in assoluto più ostili al nuovo. Il problema principale del nostro Paese, infatti, è la peculiare avversione al rischio che sembra aver sviluppato negli ultimi decenni: ogni innovazione vera è percepita come una minaccia, e viene regolarmente esclusa dallo sguardo collettivo. La società italiana soffre dell’incapacità cronica, a tutti i livelli, di immaginare il futuro; e persino – cosa forse ancor più grave – di percepire il presente. L’aggravarsi della crisi non fa che evidenziare brutalmente, ogni giorno, questa incapacità che sembra divenuta strutturale. Consideriamo poi che l’innovazione, intesa come modifica sostanziale dell’ordine conosciuto, “un’alterazione di ciò che è stabilito” (Erwin Panofsky, Rinascimento e rinascenze nell’arte occidentale, 1960), ha bisogno di un’ecologia: di un intero ecosistema culturale in cui nascere, mettere radici e crescere organicamente. A questa necessità, noi opponiamo da lungo tempo uno spazio psichico dalle caratteristiche inconfondibilmente concentrazionarie.

L'arte non è cosa nostra - Padiglione Italia - Biennale di Venezia 2011 - photo Valentina Grandini
L’arte non è cosa nostra – Padiglione Italia – Biennale di Venezia 2011 – photo Valentina Grandini

Ovviamente, questa avversione ha radici storiche profonde, a cui si può solo qui accennare velocemente ma che sono al centro di tutto quello che facciamo e pensiamo di noi stessi a livello artistico, culturale, politico: come mai infatti possiamo datare l’inizio di questo processo – e di molti altri, in realtà, tutti correlati – a “trent’anni fa”? Evidentemente, la fase del cosiddetto “riflusso” a cavallo tra Anni Settanta e Anni Ottanta rappresenta la rimozione “in presa diretta” del trauma collettivo del terrorismo: il seppellimento preventivo di un passato recentissimo che sconfina nel presente. Si tratta infatti del momento in cui un’intera nazione decide che ne ha abbastanza e sceglie, più o meno consapevolmente, di lasciarsi alle spalle un periodo violento e tragicamente incomprensibile. Sceglie di dimenticare. La conseguenza più madornale di questo meccanismo collettivo, una conseguenza che estende la sua ombra sui decenni successivi fino a oggi, è l’identificazione pressoché automatica e subliminale tra innovazione culturale, innovazione sociale e violenza politica. È come se – da allora – ogni volta scattasse una ripulsa, un allontanamento: una fuga. Questa identificazione ha generato la fuga nell’evasione, nella nostalgia, nell’autocelebrazione, nell’autocommiserazione, nell’autoassoluzione, nella retorica, nella conferma-del-già-noto: tutti elementi, non a caso, fondamentali nella produzione e nella fruizione della cultura italiana (non solo, certo: ma assumo che l’Italia sia in questo e in altri sensi paradigma dell’Occidente, non per la prima volta: “avanguardia e non retroguardia”, come direbbe Giuseppe Genna) dagli Anni Ottanta a oggi.

Padiglione Italia Lazio
Paolo Angelosanto, Senza titolo dalla serie Made in Italy, 2009 – Padiglione Italia Lazio

Tutto questo fa il paio naturalmente con la rimozione del conflitto, che è la vera cifra del recente passato e del presente italiano. Il cambiamento vero (e non presunto), anche e forse soprattutto quello artistico e culturale, richiede – esige – la ribellione. Il cambiamento vuole modificare le condizioni e le precondizioni, discutere le premesse dell’esistente, riverberarsi in ogni dominio. Come si produce il cambiamento in una realtà che sembra aver completamente eroso e cancellato l’elemento immaginativo, critico, conflittuale?

***

Come nel secondo dopoguerra, dunque, ci accingiamo a ricostruire la nostra infrastruttura immateriale prima ancora di quella materiale. Questa ricostruzione è un compito degno che possiamo assegnare alla nostra vita. Il che non vuol dire che essa sia necessariamente destinata al successo: una delle questioni infatti attuali è che ci siamo disabituati al fallimento, alla prospettiva del fallimento, all’amarezza e alla saggezza del fallimento. Come se tutto ciò che facciamo dovesse per forza “andare bene”, “sfondare”; come se ci fosse un contratto, o un Programma da rispettare, che non ammette deviazioni, interruzioni e sperimentazioni di sorta; e per paura di non riuscire – ma riuscire a cosa? – ci affidiamo programmaticamente all’irrilevanza, a ciò che già conosciamo, alla rassicurazione e alla consolazione di ciò che già sappiamo. Invece, è possibilissimo sperimentare e fallire: non solo, è necessario. E almeno sarà stato divertente e interessante provare a realizzare qualcosa del genere, insieme.

Giuseppe Veneziano - Solitamente vesto Prada - Padiglione Italia - Biennale di Venezia 2011 - photo Daniele Podda
Giuseppe Veneziano – Solitamente vesto Prada – Padiglione Italia – Biennale di Venezia 2011 – photo Daniele Podda

In un momento del genere, fondamentale è comprendere come tematizzare il disagio che ci attanaglia e che ci attraversa tutti (non c’è nulla di più diffuso infatti, nell’Italia di questi anni, della paura di essere già dei fantasmi…), che articola e innerva il nostro tempo: fondamentale proprio per riconnettere l’arte alla realtà.
Un disagio che è stato finora senza nome, e che occorre nominare e articolare perché esso diventi la colonna portante della nostra nuova-antica identità: non la forza che ci paralizza e ci spinge giù, ma il motore che ci muove e che attiva i processi creativi fondamentali. Occorre abbandonare la retorica, il “fare-come-se” vivessimo in una dimensione parallela, e calare – senza più autocommiserazione né autoassoluzione – la pratica artistica e creativa nel tessuto della nostra esistenza collettiva e quotidiana. Non c’è nulla, al tempo stesso, di più facile e di più difficile: il recinto di convenzioni linguistiche e comportamentali che ha orientato le scelte degli artisti, dei curatori, degli operatori in questi decenni si sta rivelando particolarmente pernicioso, proprio perché si fonda sulla dissociazione rispetto a quello che avviene nella realtà sociale. Occorre riportare il proprio spazio esistenziale – con tutti i suoi traumi, le sue incongruenze, le sue umiliazioni – dentro le opere, e far sì che esse siano finalmente vive.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).
  • Ruote Telluriche

    Si sono d ‘accordo . Dici bene del passaggio dalla fine degli anni 70 agli 80 ; inoltre se mantieni l’idea del conflitto non c’é il rischio
    di cadere in un’accettazione acritica del nuovo a tutti i costi.

  • giorgio

    vediamo cosa vien fuori e se si ha il coraggio di voltare pagina

  • luca rossi

    I critico del sistema dell’arte dovrebbero intonare un metà culpa, o indirizzare le critiche a chi si è occupato di arte contemporanea in italia negli ultimi 20 anni. Non certo franceschini o Trione. Ma poi quali artisti italiani? Tosatti Stampone? Meglio i garuttini, almeno qualcosa oltre a spasmodiche pubbliche relazioni c’era. Ecco non guardiamo il dito-trione che indica la luna-artisti, ma pensiamo alla luna-artisti. Alle opere. Quali????? Senza critica d’arte da anni e con un pubblico che fa fatica a sapere cosa sia cattelan. Che tra l’altro ha ancora meno titoli di Trione per curare una mostra, se la vogliamo mettere su questo piano.

  • Le solite parole fine a se stesse che non intaccano la realtà. Un pensiero che se si rivolge a se stesso si autodistrugge. Perché manca l’azione. Ognuno segue la sua strada. Insieme è la parola magica. Provare a fare qualcosa insieme, si dice nell’articolo. E quindi next step?

  • laura

    “PAOLO III CERCASI”

    di Laura Tansini

    n.24

    La minaccia che un ciclo di affreschi del Perugino rischi di essere distrutto, sarebbe una notizia ghiotta per qualsiasi storico dell’arte che sentirebbe il dovere -subito condiviso dai media- di sensibilizzare l’opinione pubblica onde evitare lo scempio. Siamo infatti tutti coscienti e convinti che il rispetto, lo studio e la conservazione del nostro passato siano un segno di civiltà e che la conoscenza di ciò che è stato sia necessaria per comprendere e costruire il presente.

    Ho però l’impressione che in Italia tutte le energie siano spese per conoscere e conservare l’arte del passato e non per crearne di nuova. Ci piacerebbe invece che al fervore per la tutela ed il restauro facesse riscontro anche un reale, vitale interesse per l’arte; non basta infatti conservare il passato, é necessario anche avere il coraggio di andare avanti. Cerchiamo la nostra identità nell’opera di chi ci ha preceduti, ma non osiamo lasciare un “segno

  • laura

    mi scuso per non aver indicato che l’articolo PAOLO III CERCASI è stato pubblicato da Repubblica (Trovaroma) nell’aprile 1994 …

  • Angela Fanti

    Caro Caliandro,
    io ti leggo. Tu hai ragione. Sei un critico, uno dei pochi, che parla di società e non di arte fine a se stessa.
    Lamenti un’Italia ferma a trent’anni fa e incapace di proiettarsi nell’arte (come anche nel resto delle cose), e ti do ragione da vendere.
    Poi però leggo questa rivista e mi pare che i suoi lettori più assidui, quelli che commentano gli articoli, siano i primi ad essere i veri sabotatori di ogni innovazione.
    Leggo sempre commenti negativi su tutti!
    Alfredo Aceto, Gianni Politi, Gian Maria Tosatti, Giuseppe Stampone, Nico Vascellari, Marinella Senatore, Francesco Vezzoli… per citare quelli che animano le saghe più seguite.
    Secondo quelli che quotidianamente leggono le riviste d’arte fanno tutti schifo. Sono tutti raccomandati. E’ tutta merda.
    Io non ragiono così. Sono abituata ad avere grande rispetto per chi fa l’artista. E comprendo che ci siano artisti che ci piacciono di più e altri che ci possano piacere meno o che addirittura siano dei bluff. Ma non tutti. Non è possibile che ogni artista italiano sia un incapace o come diceva Sgarbi un “culattone raccomandato”.
    C’è addirittura chi come Luca Rossi ci ha costruito una carriera (inesistente) nel dire che sono tutti scarsi (parla poi lui che critica senza saper scrivere in italiano o che fa l’artista con risultati piuttosto incerti se è poi costretto a dirselo da solo che è bravo). Le sue pagelle sono state una operazione vergognosa. Tutte insufficienze. Un’Italia da buttare. E’ davvero così?
    Non credo.
    Ma penso che fin quando le persone più vicine al mondo dell’arte, i lettori più affezionati delle riviste staranno lì a sputare su tutto, allora sarà difficile costruire qualcosa. Perché l’arte è un terreno fragile. Ha bisogno di attenzione e severità, ma non di scherno, di ottusità e di semplicismo nel giudicare.
    A me non era piaciuta la mostra di Aceto che ebbe tutte quelle critiche. Ma è un ragazzo molto giovane. Ha spirito. Invece di abbatterlo avrei preferito attendere, vedere altro…
    L’arte italiana, infatti, non la fanno solo gli artisti, le gallerie, i critici. L’arte italiana la fa il pubblico. Grande o piccolo che sia. Amando i propri artisti, sostenendoli, essendone fieri se raggiungono buoni risultati.
    Se distruggiamo ogni traguardo dei nostri artisti. Se ogni mostra di Diego Perrone in una galleria americana è per noi solo occasione di sputare veleno, allora non abbiamo davvero capito niente. E da questa impasse di cui parli tu non usciremo mai.

    • christian caliandro

      Cara Angela, grazie mille: hai sollevato un problema importante, centrale. (E mi piace molto il concetto di “saga più seguita” che tu usi…)

    • Alberto

      Cara Angela, non vuol dire che quelli che commentano siano davvero i più accaniti lettori. Io leggo molto Artribune o le riviste in generale, solo che non sono preso dalla smania ossessiva di commentare. Prendo atto di quel che leggo e tengo per me le considerazioni.
      Inutile dire che se continuo a leggere questa rivista è perché condivido la qualità o la puntualità delle informazioni e perché ci sono articolisti come Caliandro. Quel che, infatti, non capisco è la ragione per cui quelli che criticano sempre Artribune continuino a leggere e a commentare.
      Io, anni fa, compravo, assieme ad altri giornali “Il Foglio”. Poi cominciai a non condividere più la linea editoriale e semplicemente non lo comprai più. Non ho iniziato a scrivere a Ferrara 20 messaggi al giorno.

  • Fabio Coruzzi

    qui non si discute del fare insieme, credo che il signor Caliandro intendeva l’avvicinarsi, l’ immergersi da parte degli artisti nella vita di tutti i giorni, con i suoi problemi e potenzialita’, per poi sperimentare in maniera anche traumatica e arrivare a dei risultati concreti, concreti nel senso di vicini, sentiti, organici al mondo che ci circonda, ma chi caxxxo ha detto che l ‘arte deve astrarre invece di diventare interprete della realta’ esitenziale della societa’ contemporanea? bellissimo articolo con parole piene di significato e molto chiarificatrici della cultura pataccara nel belpaese degli ultimi trent’ anni.

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  • Fabio Coruzzi

    certo che , vedendo le foto riguardanti le opere esposte nel padiglione italiano dal 2009 al 2011…fanno davvero cagare, dipinti da istituto d’arte, bandire italiane con frasi scritte che rappresentano l’ ovvio piu’ becero…ma chi cavolo li ha selezionati sti cani da passeggio?

  • Fabio Coruzzi

    certo che , vedendo le foto riguardanti le opere esposte nel padiglione italiano dal 2009 al 2011…fanno davvero cagare, dipinti da istituto d’arte, bandire italiane con frasi scritte che rappresentano l’ ovvio piu’ becero…ma chi cavolo li ha selezionati sti cani da passeggio?