VIE Festival. Intervista col direttore Pietro Valenti

VIE Festival spegne dieci candeline, torna a partire da oggi 9 ottobre e arriva a Bologna. Per diciassette giorni, ventinove compagnie di teatro, danza e performance del panorama internazionale saranno accolte in dodici città dell’Emilia Romagna. Quali i punti di forza di questo appuntamento irrinunciabile con la scena contemporanea? Ne abbiamo parlato con il direttore dello Stabile Regionale dell’Emilia Romagna e direttore artistico del festival: Pietro Valenti.

Pietro Valenti

VIE Festival si estende su Bologna, grazie all’acquisizione da parte di ERT dell’Arena del Sole, e mostra un volto nuovo…
VIE compie dieci anni e vuole cambiare. Il perno intorno al quale ruota questa trasformazione è lavorare sui percorsi piuttosto che sui prodotti. Il nostro obiettivo è cercare di utilizzare il “contenitore festival” per presentare opere di qualità, ma soprattutto per permettere alle realtà di crescere e farsi vedere alla fine di un percorso condiviso. In questa direzione è importante tenere saldo un legame con le proposte di valore della nostra regione. Credo che questa oggi sia un’esigenza a cui dare ascolto. Così abbiamo lavorato con il Teatro delle Albe di Ravenna e con il progetto Festival Focus Jelinek, ideato e curato da Elena di Gioia.
Con l’arrivo a Bologna non vogliamo imporre delle scelte. Il nostro obiettivo è metterci in dialogo con le realtà esistenti, ascoltare le loro idee e renderle visibili, scegliendo uno o due percorsi da condividere. Con Xing stiamo lavorando a un progetto biennale. Con Teatri di Vita è già attiva una collaborazione, così con Laminarie. Per me è importante anche sviluppare un rapporto forte con il Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna. Lavoriamo per aggregare non per dividere.
Nei recenti mesi di lavoro su Bologna e sull’Arena del Sole ho capito che la mia ultima fase di presenza in questo settore debba essere spesa per favorire processi, incontri, sedimentazioni. Non significa fare un passo indietro per mancanza di fondi, credo piuttosto che sia la via per guardare al futuro. Questa è la cosa che davvero mi interessa. Era una modalità di lavoro che ci caratterizzava quando eravamo piccoli [Centro Teatrale San Geminiano di Modena, N.d.R.] e da quella prassi operativa sono usciti gli artisti più importanti del teatro italiano di oggi. Puntare sui percorsi per me vuol dire lavorare alla stabilità in modo molto concreto: operare perché qualcosa si accumuli negli anni. ERT deve realizzare quindici-venti produzioni all’anno e non è possibile partire dal prodotto, significherebbe diventare un’industria che produce lattine con dentro oggetti di pessima qualità.

Si tratta di ridefinire la propria identità con un modello riconoscibile a livello nazionale?
C’è una tendenza della politica, e non solo, che spinge per avere tutto e subito. Ma non è più il tempo della visibilità immediata e a tutti i costi. Occorre tener in conto che il territorio ha bisogno di accumulare, creare condizioni di lavoro per far crescere professionalità. Al di là di tutto, credo che questa sia la funzione del ruolo pubblico del teatro. VIE vive in un territorio dove si producono idee e opere che nel festival devono trovare spazio. Ma questo territorio deve poter crescere, stabilire relazioni con il resto del mondo, con prodotti di grande qualità o con fenomeni che anno uno sguardo diverso sulla scena. Penso ad Angélica Liddell quando lavora su piccole cose o a prodotti complessi come quando lavora su uno spettacolo come You are my destiny (Lo stupro di Lucrezia). Non ci interessa tanto far vedere quello che avviene a Napoli o a Bari, ma mostrare quello che nasce a Berlino. Il fatto che Katie Mitchell non sia mai venuta in Italia, nonostante abbia visto almeno sei suoi spettacoli è un campanello d’allarme. Il prossimo anno quest’artista sarà con noi.

Angélica Liddell, You are my destiny (Lo stupro di Lucrezia)
Angélica Liddell, You are my destiny (Lo stupro di Lucrezia)

Mi sembra che il nuovo indirizzo sia rifondare le pratiche guardando alle realtà del territorio con un’ottica internazionale…
Il Progetto Prospero ad esempio è stato rinnovato per altri tre anni. La Liddell e Latella sono prodotti al suo interno. Se oggi si vuole fare un teatro che viva in relazione con il territorio, che si chiami Nazionale o in un altro modo non importa, deve fondarsi sulla presenza di giovani che provano percorsi in dialogo con realtà di alto livello internazionale. In questo senso sto lavorando a un progetto sulla tragedia a Ginevra, a un altro con l’Opera di Pechino e con Zagabria. Questa è la strada per non essere più schiavi di un mercato che non esiste più. Un esempio. Lo scorso fine settimana sono stato nella capitale georgiana, Tbilisi. Da quattro anni cerchiamo di collaborare e proprio in questi giorni si è concretizzato il primo progetto condiviso: Diario di un pazzo di Gogol è stato messo in scena con quattro attori georgiani e quattro italiani. Un significato enorme.
Allora diventa essenziale anche stabilire relazioni forti con gli operatori internazionali. Una parte importante delle economia del festival è investita a questo scopo. In questa luce diventa un festival di produzione piuttosto che di ospitalità. Rappresenta un po’ la stessa svolta dell’Arena del Sole. Se ci riconosceranno Teatro Nazionale, noi saremo un Teatro Nazionale che realizza un festival al proprio interno, un festival che non chiede nessun contributo al Ministero ma ci mette energie del territorio.

Questa configurazione modificherà il rapporto con lo spettatore?
Il festival negli anni è stato un nutrimento per noi e per il pubblico. Questo mi ha permesso di avere a Modena uno spettatore preparato che si confronta con quello che gli viene proposto, sapendo che le cose possono piacergli oppure no. Proporre spettacoli che non lo lascino indifferente è il vero problema di un festival oggi.
Ma VIE si nutre anche della curiosità degli stessi artisti di andare a vedere il lavoro degli altri. La curiosità in questo mestiere è indispensabile. Spesso i miei colleghi non sono curiosi. Se sei lucido puoi creare condizioni per svolte epocali. La Fondazione ci accompagna su questi terreni da esplorare perché sa che si sta facendo un lavoro importante mostrando opere che altrimenti non arriverebbero in Italia. Secondo me Vie in questi anni ha saputo mostrare come i linguaggi si trasformano.

Jeton Neziraj, One Flew over the Kosovo Theater - photo Avni Selmani
Jeton Neziraj, One Flew over the Kosovo Theater – photo Avni Selmani

Il palinsesto è estremamente diversificato. Mi colpisce l’attenzione alla scena della ex Yugoslavia, o più in generale, all’area balcanica con il ritorno del Belarus Free Theatre…
L’ex Yugoslavia è una fonte di qualità. Sono stato in Kossovo, ho incontrato Jeton Neziraj e ho deciso di invitarlo. Nello spettacolo One Flew over the Kosovo Theater ci sono attori bravissimi. Ma anche in questo caso mi interessa che si attivino incontri e scambi con artisti italiani. Lo Zagreb Youth Theatre presenta in prima nazionale Galeb. È un lavoro ispirato a Il gabbiano di Cechov che mi appare come un vero miracolo. Il Belarus Free Theatre torna con Red Forest e ci propone un tema universale come quello ecologico.
Ma quello che conta non è mettere in fila dei titoli. In questi anni VIE si è sempre fatto carico di un rischio. Nelle nuova edizione è forse il progetto dedicato all’Africa. Au-delà del giovane coreografo e regista congolese Bidiefono Delavallet è uno spettacolo di danza esplosivo. L’energia enorme dei danzatori ci racconta un mondo di grande sofferenza. L’energia che loro anno è enorme, ma tutto è giocato su segni minimi.

Uno spazio inedito quest’anno è dedicato ai laboratori organizzati nei territori colpiti dal terremoto…
Sono trascorsi due anni dal sisma che ha colpito i comuni dell’Emilia. Per VIE è fondamentale agire per la rinascita di queste aree. Ad esempio, la prima giornata del festival è interamente dedicata agli esiti di tre laboratori condotti in queste aree da Teatro delle Albe, Piccola Compagnia Dammacco e Elena Bucci, un’attrice che trasforma in oro tutto quello che tocca. Con Claudio Longhi abbiamo ideato un corso di formazione, Raccontare il territorio, con un contributo ministeriale (da settembre a dicembre) in quelle zone. Sono convinto che il lavoro di aggregazione e formazione sul territorio terremotato abbia un valore enorme.

Lei frequenta da anni i maggiori festival internazionali ma anche le realtà più piccole e sommerse. È un esercizio dello sguardo condiviso da pochi altri direttori in Italia. Ha un festival di riferimento per modalità di lavoro, concezione della relazione con il pubblico, gestione delle economie?
I progetti a cui sono più interessato sono quelli di Frie Leysen. I modelli che invidio di più quelli di area tedesca. Ad esempio la Ruhrtriennale. Al di là delle capacità economiche e organizzative, stimo l’attitudine delle persone di grande qualità. Oggi sento una vicinanza molto forte con Vincent Baudriller. Devo dire di avere molti punti di riferimento, però l’esperienza che mi ha più impressionato è quella di Santiago del Cile. In dieci anni sono riusciti a creare qualcosa che non esisteva: una realtà dotata di grandi risorse che riesce a mantenere una buona qualità nelle proposte. È il Cile che si sta liberando da Pinochet. C’è una contingenza storica che percorre le ricerche e le estetiche con esiti interessanti. A Buenos Aires, ad esempio, la qualità degli attori è assolutamente straordinaria. Credo che la scena latino-americana sia oggi un serbatoio a cui è necessario guardare, come al mondo ex-sovietico, dove riscontro una preparazione mostruosa e un pubblico meraviglioso.

Winter Family, Jerusalem Plomb Durci
Winter Family, Jerusalem Plomb Durci

Proprio in relazione ai processi e alle pratiche, cosa pensa delle esperienze di autodeterminazione dal basso come quella del Teatro Valle?
Il Teatro Valle si è trovato in una situazione molto favorevole: tanta gente disoccupata nel settore dello spettacolo e della fiction che ha agito con intelligenza nonostante i contratti e le difficoltà. Le figure che hanno movimentato questa realtà sono certamente persone di qualità. Quale sia il futuro del Valle oggi non saprei dirlo. Tutto è nelle mani di Antonio Calbi ed è molto difficile esprimere un parere. Le esperienze che nascono dal basso, le giudico sempre positive. Alcune più velleitarie di altre, ma credo siano una linfa per il teatro.

Un’altra novità è aver commissionato a un fotografo la campagna di comunicazione dello Stabile dell’Emilia-Romagna…
È un progetto a cui tengo molto. Luca Del Pia, che per anni ha documentato le creazioni di Romeo Castellucci e di molti giovani performer, ha realizzato ritratti fotografici dei protagonisti delle produzioni di ERT per la nuova stagione. Non si tratta di foto di scena. Dando seguito al dialogo avviato con il progetto e il libro Overground, Del Pia ha fotografato attori e registi fuori dal teatro, nei fanghi, nella riserva naturale di Nirano ad esempio. Questo scelta crea un collante nella comunicazione dei dodici teatri del circuito regionale. Trovo davvero bellissime le foto con gli attori di Arte e Salute. Anche questo è fare teatro.

Piersandra Di Matteo

Modena e Bologna // dal 9 al 25 ottobre 2014
VIE Festival 2014
direzione artistica di Pietro Valenti
www.viefestivalmodena.com

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Piersandra Di Matteo
Teorico di teatro contemporaneo e curatore indipendente nel campo delle performing arts. Svolge attività di ricerca al Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna. Sperimentatrice di formati ibridi tra performance e produzione editoriale, ha realizzato progetti performative writing. Dal 2008 è Dramaturg di Romeo Castellucci. Vincitrice del Premio Ubu come “Miglior progetto artistico-organizzativo” per E la volpe disse al corvo. Corso di Linguistica Generale (Bologna, gennaio-maggio 2014).