Intervista a Giovanna Marinelli. L’assessore alla cultura del Comune di Roma sul Macro e non solo

Il Macro viene aggregato a Palazzo Braschi e alla Galleria Comunale d’Arte Moderna ma rimane sostanzialmente autonomo. Le residenze sono importanti, ma si punta a valorizzare quel che fanno le accademie. La Galleria Comunale si svilupperà e crescerà “immobiliarmente” aprendo ristorante e nuovi spazi espositivi. E il bando sarà un bando per cercare un direttore sarà un bando vero e serio. Zetema? “Ha permesso economie di scala”. Questo ci ha risposto Giovanna Marinelli in questa ampia intervista che le abbiamo rivolto a valle dell’annuncio da parte dell’amministrazione di Roma Capitale dell’unione di Palazzo Braschi, Macro e Galleria Comunale d’Arte Moderna in una nuova struttura operativa. È stata una scusa anche per spaziare su altro.

Giovanna Marinelli, assessore alla Cultura del Comune di Roma
Giovanna Marinelli, assessore alla Cultura del Comune di Roma

La scelta di riunire in un unico soggetto tre musei come Palazzo Braschi, il Macro e la Galleria Comunale d’Arte Moderna appare un’operazione di maquillage burocratico senza grandi potenzialità di svolta operativa. Se l’amministrazione l’ha portata a termine, tuttavia, avrà avuto senz’altro i suoi buoni motivi, che non possono limitarsi a una “sinergia” da qualche decina di migliaia di euro annui risparmiati grazie alla presenza di un solo dirigente laddove potevano essercene tre. Dunque cosa vi aspettate, concretamente, da questo cambiamento? In che modo arriverà la discontinuità necessaria?
Non direi proprio che si tratti di un’operazione di maquillage amministrativo e posso assicurare che non c’è un calcolo di natura economica, sarebbe davvero poca cosa di fronte ai problemi dei conti di Roma Capitale. L’idea è invece quella di dare più forza attraverso la creazione di un polo ai musei dedicati al moderno e contemporaneo: un dirigente unico può mettere sul tavolo progetti di più largo respiro, capaci di dialogare tra moderno e contemporaneo. Questo ne accresce l’autonomia ideativa e ne stimola l’attività.

Quali riferimenti nazionali o internazionali avete preso come spunto per questa modifica? Ci sono delle “fusioni” simili in Italia o altrove?
Facendo le nostre scelte non abbiamo voluto riferirci (o dare) a modelli. Ma anche altrove in Italia o all’estero (penso a Torino o a Edimburgo) si sta ragionando da tempo in un’ottica di maggiore integrazione.

Questa nuova unità operativa avrà un nome?
Musei di arte moderna e contemporanea.

Per dirigere il nuovo soggetto avete annunciato un bando. Che tipo di figura sarà delineata? La posizione appare complicata da individuare, almeno per quanto riguarda le competenze, visto che si coprono temi e collezioni che spaziano dal Settecento ai giovani artisti. Non è che con questa scusa puntate a promuovere una figura interna rinunciando all’apporto di professionalità da fuori l’amministrazione?
Aspettate qualche giorno e avrete modo di leggere il bando. È un bando per titoli rivolto all’interno e all’esterno dell’amministrazione, le candidature saranno valutate da una commissione autorevole e per gran parte esterna al Comune.

I musei-dépendance di Palazzo Braschi e del Macro saranno parte dell’aggregazione? Il Macro Testaccio e il Museo di Roma in Trastevere verranno aggregati nel nuovo soggetto?
Certamente, quando si parla di Macro parliamo di via Nizza e del Testaccio, così come quando parliamo di Museo di Roma parliamo sia di Braschi che di Trastevere.

La Galleria Comunale d’Arte Moderna è un museo particolare. È in posizione strategica, ha spazi e magazzini interessanti, ha una collezione incompleta ma curiosa, tuttavia fa meno visitatori dell’adiacente galleria privata Gagosian. Inoltre ha alle proprie spalle, fisicamente parlando, tutta un’area che l’amministrazione (fermi restando gli accordi con l’azienda municipalizzata Ama, che ne è proprietaria) è chiamata a valorizzare magari proprio con un ruolo della Galleria stessa. Quali sono i progetti di rilancio di questo spazio? Che ruolo può avere? Qual è la visione dell’assessore?
Stiamo lavorando insieme all’assessore all’urbanistica Caudo a questo progetto che, recuperando l’area di Ama, permetterà un ampiamento delle sale espositive, la creazione di un punto di ristoro e anche un piccolo giardino. La Galleria ha un patrimonio straordinario, gran parte del quale non riesce oggi a essere visitabile per il pubblico: un maggiore spazio una riorganizzazione ci permetteranno di valorizzare un museo bellissimo e oggi troppo poco visitato.

I tre spazi individuati, dunque, hanno tutti e tre (quattro, se aggiungiamo il Macro Testaccio e escludiamo il Museo di Roma in Trastevere) una caratteristica comune: possono – o potranno – essere vissuti come “piazze” urbane, come luoghi di aggregazione culturale all’aperto. Ovviamente il tutto è ancora incompiuto. Palazzo Braschi può rappresentare un percorso pedonale che collega corso Vittorio a piazza Navona (basta aprire i portoni e invitare la gente a passare); il Macro al quartiere Salario unisce due parti di un quartiere ed è stato architettonicamente pensato per intercettare i flussi, anche se purtroppo lo fa solo in parte (anche qui bisognerebbe aprire i cancelli e dare contenuti che invitino a percorrere); il Macro Testaccio affaccia su una piazza interna al Mattatoio; la Galleria Comunale d’Arte Moderna, come dicevamo poc’anzi, può diventare il fulcro di una importante trasformazione urbana nel cuore della città. Questa della piazza, dell’aggregazione, della percorribilità è una visione che è anche dell’amministrazione o è un film della redazione di Artribune?
Non è un vostro film. Fin dalla loro nascita Macro Testaccio e Salario sono stati pensati come snodi di connessione della città. Questo carattere dovrà essere rilanciato e credo che il progetto complessivo per l’area dell’ex Mattatoio favorirà questa centralità di Macro e la sua vocazione di piazza aperta ai cittadini. La posizione di Braschi con il suo doppio affaccio su piazza Navona e corso Vittorio (una connessione naturale e insieme culturale tra la piazza e campo de’ Fiori, cioè tra due aree tra le più visitate e vissute del centro storico da romani e turisti) sia una ricchezza potenziale da rendere più visibile e più naturale per tutti, accrescendo anche il numero dei visitatori.

A proposito di appeal. Anche il Museo Bilotti, nel cuore frequentatissimo di Villa Borghese e con uno straordinario caffè nel cuore del parco e un aspetto affascinantissimo, potrebbe dire la sua. Altro che i numeri omeopatici di visitatori che conta oggi. Eppure, pur essendo di fatto un museo d’arte contemporanea, non è stato ricompreso nell’aggregazione Braschi-Macro-Gam. Perché? Dica la verità assessore: ve lo siete dimenticato!?
No, non l’abbiamo dimenticato. Il Museo ha una sua storia molto particolare che mette insieme la donazione della famiglia Bilotti alla centralità di Villa Borghese. Il museo collocato dentro l’antica Arancera è una parte delle presenze culturali all’intero della Villa. Ciò non toglie che rifletteremo anche su questa possibilità.

Riguardo al Macro, la progettualità di medio periodo, fino all’annuncio di questa novità, era la sua aggregazione con il Palazzo delle Esposizioni. La nuova fusione Braschi-Macro-Gam elimina questa possibilità? La rende superata?
Quello che abbiamo fatto è un primo essenziale passo per la riorganizzazione del moderno e contemporaneo. Palaexpo sta lavorando per passare dall’attuale dimensione di società speciale a quella (sicuramente più adatta) di Fondazione. Quando quel processo sarà compiuto e sarà chiara la fisionomia di Palexpo, torneremo a valutare il rapporto che moderno e contemporaneo potranno avere con questa nuova istituzione.

Altro tema – se continuiamo a parlare di governance di questa struttura – è stato per anni quello della Fondazione. Le novità all’orizzonte paiono accantonare del tutto questo strumento. Nessuno più di lei ha competenze tecniche sul funzionamento della macchina amministrativa: dunque ci spieghi perché secondo lei non si è riusciti negli anni a dotare il Macro di uno strumento di governance più indipendente e adeguato alle proprie prerogative? Cosa è andato storto? Oppure perché quel veicolo non era adatto alla bisogna?
Il fatto che questa ipotesi, malgrado il lavoro fatto e il passare degli anni, non sia andata in porto segnala che la strada era amministrativamente difficile e forse oggi non in linea con le esigenze di razionalizzazione e di ottimizzazione delle risorse umane ed economiche. Ora – in anni più difficili dal punto di vista delle finanze del Comune – ho creduto che ci fosse bisogno di una risposta immediata e positiva che non finisse per arenarsi: da qui la scelta della riorganizzazione, nella Sovrintendenza, del polo del moderno e contemporaneo.

Ancora sul Macro. Qui qual è la visione dell’assessorato e del sindaco? Si è più volte parlato di rimarcare il ruolo “civico” del museo. Cosa significa? Il Macro dovrà occuparsi di più degli artisti romani (o residenti a Roma)? In che modo?
Il Macro nasce come una galleria civica in maniera non diversa, per fare degli esempi, del Madre a Napoli o di Mambo a Bologna. Civico vuol dire legato alla città, non vuol certo dire localistico. Ma la vocazione a promuovere la creatività della città, dei suoi artisti e degli artisti che guardano e vogliono misurarsi con Roma e con la sua storia è nel Dna del Macro. Senza provincialismo ma anzi guardando a una vera internazionalizzazione della nostra città, che su questo ha una tradizione unica.

La città di Roma ha un enorme bisogno di tornare a essere un luogo dove gli artisti lavorano e producono opere. Ovviamente Berlino e New York non sono alla portata, ma l’assenza di programmi di residenza pubblici (ci sono le accademie straniere, quelle sì) è un tema. Un tema che l’ultima direzione del Macro, quella di Bartolomeo Pietromarchi, aveva affrontato trasformando parte del museo in residenza d’artista. Cosa pensa di fare l’amministrazione in questo senso e come la nuova aggregazione Braschi-Macro-Gam può essere utile in questa partita?
L’ho già detto in parte, rispondendo alla precedente domanda: per me internazionalizzazione significa rilanciare il rapporto con le Accademie presenti storicamente a Roma, allacciare su questo rapporti proficui coi Paesi emergenti e con quelli del Mediterraneo. Per questo le residenze per gli artisti, gli scambi vanno rilanciati e accresciuti.

Quale tasso di autonomia avete pensato per il nuovo soggetto Braschi-Macro-Gam? Il nuovo dirigente potrà scegliersi il proprio staff? Potrà bandire in autonomia gare per i servizi aggiuntivi (ristorazione, librerie, commercio, eventi esterni, comunicazione, editoria)? Potrà in autonomia mettere a reddito gli spazi dei musei, ad esempio affittandoli per eventi privati come tutti i musei del mondo fanno per sopravvivere (a Roma basti vedere l’esempio dinamico della Fondazione Maxxi)? Potrà decidere lui, direttamente sul mercato, come gestire la biglietteria, come gestire i servizi di guardiania, come gestire e a chi assegnare i servizi di pulizia o di ufficio stampa o dovrà passare dalla società Zètema? Sui margini di manovra, anche e soprattutto, si gioca il successo o l’insuccesso della nuova proposta amministrativa che state facendo. Dunque questi margini come e dove saranno fissati?
Il nuovo polo sarà accompagnato da un processo di riallocazione di competenze all’interno della Sovrintendenza, i funzionari, gli studiosi più legati al moderno e contemporaneo lavoreranno lì, mettendo a disposizione del dirigente che guiderà il polo le forze migliori. Per quanto riguarda l’autonomia, questa è estremamente ampia, direi piena, dal punto di vista dell’ideazione e della programmazione, certamente sotto la verifica amministrativa che compete al Sovrintendente. Non ci sarà – cominciando da me – alcuna invasione di campo. La gestione di Zètema riguarda le persone che garantiscono i servizi (la biglietteria, la sorveglianza, le visite) e questo ha permesso sinora una piena efficienza dei musei ed economie di scala. La gestione artistica degli spazi come la possibilità di mettere a reddito gli spazi sono sempre state una competenza di chi è chiamato a dirigerli. In più – lo voglio dire – anche all’interno del polo del moderno e contemporaneo Macro avrà una sua autonoma dotazione di risorse, in considerazione della specificità della sua gestione mirata più alla ricerca e all’attività che non alla conservazione e valorizzazione di collezioni già acquisite.

Massimiliano Tonelli

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Massimiliano Tonelli
È laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena, dal 1999 al 2011 è stato direttore della piattaforma editoriale cartacea e web “Exibart”. Ha moderato e preso parte come relatore a numerosi convegni e seminari; ha tenuto docenze presso centri di formazione superiore tra i quali l’Istituto Europeo di Design, l'Università di Tor Vergata, l'Università Luiss e l’Università La Sapienza di Roma. Ha collaborato con numerose testate tra cui Radio24-Il Sole24 Ore, Time Out, Gambero Rosso, Formiche. Suoi testi sono apparsi in diversi cataloghi d’arte contemporanea e saggi di urbanistica e territorio. E' stato giurato in svariati concorsi di arte, architettura, design. Attualmente è direttore di Artribune.
  • Arnoldo

    Non se ne può più di spazi dedicati all’arte. Vogliamo l’arte.

    • Savino Marseglia, artista

      Ma se non riescono a gestire bene un ripostiglio, figuriamoci tre spazi messi assieme dedicati all’arte. Dobbiamo osservare che gran parte dell’ arte contemporanea che si vede in questi spazi asettici, non è altro che pura logica di installazioni ovvie, degna di un brutto arredamento. Non riscalda più e non commuove più, perché manca la dimensione umana: il sentimento appunto. Gli spazi deputati all’arte sono solo pretesti a riprova del loro fallimento.