Inpratica. Noterelle sulla cultura (V): We Exist


Prosegue la serie degli “appunti sulla cultura” firmata da Christian Caliandro. In questo quinto appuntamento si parla di luoghi, spazi e città. E di come l’arte potrebbe raccontarti e abitarli. E se si facesse arte a chilometro zero?

Federico Solmi, Iron Cage (2014)_courtesy Jerome Zodo Contemporary, Milan e Postmasters Gallery New York

Proprio ora lanciandovi a codeste rincorse
tremebonde insinuaste nei cittadini disanime viltà.
Eschilo, Sette contro Tebe (467 A. C.)

Per Federico

Che cos’è l’evoluzione.
Accettare un sistema di vita e di valori considerato inconcepibile, disgustoso, inammissibile, degradato e degradante dai precedenti, da coloro che appartengono al mondo che si esaurisce: abitare questo nuovo ambiente psichico prima ancora che fisico, scoprirne i lati interessanti, che sono poi gli stessi che i vecchi consideravano e considerano disperanti e terrificanti.
L’attitudine, la ‘disposizione d’animo’ e la prospettiva sono la chiave per immaginare e costruire una nuova realtà, per dare corpo e sostanza al nuovo tempo. Rovine e macerie possono non essere tali, a patto di avere gli strumenti umani per apprezzarli e farne emergere le dimensioni nascoste, in grado di originare un intero immaginario in cui esistere.

Tutta la trilogia è veramente un capolavoro, complimenti: la realizzazione è bellissima, e mi piace molto questo approccio critico e ironico che ti contraddistingue. La cosa più bella è che, nonostante i contenuti importanti e davvero universali, quest’opera è e rimane un esempio molto felice – e innovativo – di arte italiana. Anzi, ti dirò che tutta l’atmosfera e lo spirito che la pervade mi sembrano addirittura “leopardiani”: l’umanità considerata come ‘infezione’, e queste visioni apocalittiche. Mi piace moltissimo questo aspetto allucinatorio del tuo lavoro.”

Appropriazione. Fare proprio un racconto identitario coerente. Identificazione. Riconoscimento di se stessi.

Una città (così come una nazione) aggiornata e attrattiva ha bisogno di una narrazione di sé che non sia frammentaria, frantumata, dispersa – in mille rivoli non comunicanti. All’interno di questa narrazione, le produzioni (e le fruizioni) artistiche e culturali contemporanee possono e devono giocare un ruolo determinante: tutto questo, per articolare il presente.

Non esiste la possibilità di fruire il patrimonio (passato) senza produrre in ogni momento cultura (attuale). Le due dimensioni si alimentano si intrecciano si sovrappongono si identificano reciprocamente. Continuamente.

Spazi, ma non solo. Ancora più che di luoghi fisici, una città viva, creativa, vivace ha bisogno di luoghi psichici: momenti di incontro, di collaborazione, di discussione. Di formazione. Per artisti, critici, galleristi, collezionisti; per il pubblico. Per costruire un sistema di questo tipo, occorrono basi totalmente nuove. Occorre abbandonare la logica – e la retorica – dei grandi eventi e delle grandi mostre, e orientarsi decisamente nella direzione di progetti magari più ridotti rispetto al passato, ma che abbiano una reale connessione con una comunità e con un territorio; che siano orientati all’effettiva ricostruzione dell’identità collettiva e guidati convintamente dal criterio della responsabilità. Progetti che sappiano considerare integralmente i processi culturali e identitari, in cui il lavoro degli artisti sia fondato sulla conoscenza diretta e approfondita del contesto materiale e immateriale di riferimento, al punto da diventare in qualche strano modo molto più che partecipativo: quasi un’estensione diretta istanze provenienti dalla comunità. È sostanzialmente il processo descritto dal compianto Walter Santagata nel suo ultimo, importante libro: “In Italia il concetto di filiera d’arte a km0 non è ancora sviluppato, ma si assiste a un nuovo interesse per le economie di agglomerazione e la loro dimensione sociale e comunitaria. (…) In generale intorno al km0 si può sviluppare una comunità di produttori e di consumatori. Le relazioni sono quotidiane e la funzione educativa ben definita. Certo l’arte contemporanea a km0 va incoraggiata con politiche culturali utili ed adeguate. Sia chiaro, questa nuova dimensione non va nel senso di provincializzare la creazione d’idee, ma di rendere vicini e colloquianti produttori-artisti e consumatori-collezionisti; di costruire un sistema locale con la creazione di spazi espositivi e la realizzazione di atelier/scuole per giovani artisti, di dar vita a nuove realtà di quartiere… (Il governo della cultura. Promuovere sviluppo e qualità sociale, Il Mulino 2014, pp. 122-123).

Ranxerox, Stazione Termini
Ranxerox, Stazione Termini

Ed è esattamente quanto sembra stia accadendo – in forme, modalità, declinazioni differenti, ma che convergono nella medesima direzione – in alcune realtà una volta considerate come marginali rispetto ai centri artistico-culturali del Paese (Roma, Milano, e in misura minore Torino): da un certo punto di vista, è come se tutta una serie di realtà (associazioni, fondazioni, residenze) stesse tentando di supplire in maniera creativa alle carenze, divenute nel frattempo drammatico, del settore pubblico nella progettazione culturale. Non è un caso forse che, proprio nel decennio di maggiore erosione dell’offerta artista e culturale pubblica, si sia sviluppato una sorta di “arcipelago” di micro-utopie perfettamente funzionanti, localizzate quasi sempre in luoghi marginali della Penisola, e di scala ridotta. Tra i due fenomeni esiste una stretta relazione causale, che andrà opportunamente indagata.

Questi luoghi tendono a qualificarsi a pieno titolo come “ecosistemi culturali” orientati verso uno sviluppo collettivo che contempli più dimensioni: vale a dire, sistemi di relazioni in cui il contesto urbano e architettonico, quello ambientale-paesaggistico e quello umano (la tradizione, la storia, l’animazione culturale) agiscono insieme per riconfigurare integralmente una comunità – locale, territoriale, nazionale – attraverso la ricostruzione della sua identità. E la produzione di senso. L’ecosistema culturale costituisce inoltre l’habitat ideale per l’innovazione, intesa come modifica sostanziale dell’ordine conosciuto: esattamente il tipo di habitat di cui l’Italia ha, in questo momento, un impellente e disperato bisogno.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).