Il/La buon costume. Intervista su Gender Bender

12esima edizione per Gender Bender, festival dedicato a rappresentazioni del corpo, identità di genere e orientamento sessuale. Dal 25 di ottobre al 2 novembre, nove giorni per più di settanta appuntamenti in giro per la città di Bologna. Il Cassero LGBT Center ci regala uno spaccato del mondo delle differenze. Ne abbiamo parlato con l’ideatore e direttore artistico Daniele Del Pozzo.

Enzo Cosimi - Welcome to my world - ph. Alberto Calcinai

Gender Bender giunge alla 12esima edizione. Com’è cambiato il festival in questi anni?
Gender Benderindaga quell’area, apparentemente circoscritta, legata all’identità di genere e all’orientamento sessuale. Dico apparentemente perché è un tema che in realtà interessa tutti e tutte. Per farlo usa il linguaggio della cultura e dell’arte, le lenti con le quali intercettare i cambiamenti in atto registrati da diverse sensibilità artistiche. Abbiamo posto al centro del nostro interesse le rappresentazioni del corpo nella cultura contemporanea attraverso il cinema, la danza, la letteratura, la musica. In questi anni – vuoi per esperienza e stratificazioni di percorsi, vuoi per quel tipo di fruttuosa apertura che ci ha permesso di metterci in relazione con altre specificità – il festival sta definendo il proprio operato in termini di responsabilità sociale dell’agire culturale.
Siamo in una sede e abbiamo finanziamenti pubblici. Il festival è coperto per il 50% circa del budget complessivo da Il Cassero LGBT Center, associazione senza scopro di lucro che reinveste le proprie risorse per servizi resi alla città. Sentiamo di avere una responsabilità sociale verso il nostro agire, anche culturale. Questo ha a che fare con una domanda: come può la comunità gay lesbica istituire a valore le differenze se non aprendosi ad altre differenze? Per rappresentarmi ho bisogno di un dialogo con altre realtà. Questo è il motivo per cui costruiamo una rete articolata di rapporti.

Non è un caso che il festival negli anni abbia fatto della coreografia un linguaggio d’elezione.
La coreografia è uno dei tanti campi espressivi del festival. Si tratta però di un linguaggio universale, immediatamente percepibile, senza necessità di traduzioni. La danza è il luogo in cui il corpo viene rappresentato in modo più trasparente ed è, al tempo stesso, il luogo opaco in cui si sedimentano molti luoghi comuni. Un esempio? Se ti piace danzare e sei un uomo, sei gay. Con il progetto europeo Performing Gender, per esempio, abbiamo invitato coreografi e performer a interrogarsi sulla loro identità. Loro per primi si sono sopresi. Esempio: Juanjo Arques, coreografo spagnolo della squadra bolognese che lavora nei Paesi Bassi, ha fatto una piccola rivoluzione. Ha deciso di non rispettare la consuetudine in uso nel balletto secondo cui i riservisti – la seconda squadra che sostituisce i primi danzatori in caso di necessità – devono corrispondere al genere dei primi danzatori, facendo sì che il ruolo femminile o maschile sia interscambiabile.
Ma c’è un’altra partita: la danza è in grado di registrare velocemente le trasformazioni in atto. Pensiamo alla distanza che c’è tra lavori di circa dieci anni fa e quelli attuali. La performatività del corpo è differente. Penso al lavoro del coreografo belga Koen de Preter, che lavora con Alphea Pouget, una ballerina e pedagogista di origine svedese di 89 anni. Trovo ammirevole il rischio in gioco. Lo stesso posso dire della performance Legítimo Rezo di Jose San Martin, ballerina spagnola con problemi auditivi. In questi lavori riesci a toccare la stanchezza, la fatica, le fragilità del performer. Qualcosa si svela senza filtri, una sensibilità che solo qualche anno fa era inconcepibile.

Julia 3, film di JJ Baier
Julia, film di JJ Baier

In effetti, guardando il programma in modo trasversale intercetto una linea carsica che guarda all’idea di corpo non “conforme”: una performer audiolesa, la vecchiaia, l’attenzione rivolta ai malati di Parkinson. Si tratta di una scelta intenzionale o di una rivelazione…
Entrambe le cose. Nel momento in cui poni al centro del tuo interesse la rappresentazione dei corpi, e uso volutamente il plurale, automaticamente devi poter contare sulle differenze, soprattutto in un festival che fa della differenza un valore. Ci è capitato di notare l’attenzione degli artisti alla presenza di corpi non conformi. All’inizio si è trattato di un inciampo, ma poi è diventato un tema. Ci interessa la storia che una persona si porta dietro e che ha registrato sul suo corpo: è il caso della donna di 89 anni che danza con Koen de Preter, dei documentari dedicati all’essere gay e lesbiche dopo i cinquant’anni. Ecco un altro grande rimosso. Lavorare all’interno di una comunità gay lesbica significa fare i conti oggi anche con una certa idealizzazione del corpo, che contempla una dimensione fortemente seduttiva.
Esiste uno standard rappresentativo a cui conformarsi: è un’idea fatta di bellezza e salute fisica.Molte persone gay, in seguito all’apparire del grande spettro dell’Aids, per anni hanno più o meno consciamente restituito un’immagine di sé sana e in ottima forma fisica. Quando scopri che a quaranta e cinquant’anni gay e lesbiche scompaiono dalla scena sociale della comunità gay ti domandi: dove finiscono? Cosa succede dopo? Molti autori di documentari stanno lavorando esattamente su questo, aprendo uno spazio considerato irrappresentabile all’interno della comunità. Riconquistare quel vissuto ha valore anche politico. Penso alla protagonista del film di Adele Tulli che racconta la storia di una donna nella terza età, sposata con figli che si scopre lesbica, vive la propria omosessualità da militante femminista rivendicando l’orgasmo a 75 anni, e crea una comunità nella banlieu parigina insieme ad altre persone di età diverse.

L’investimento sul sociale si manifesta anche nel progetto Teatro Arcobaleno dedicato all’infanzia…
Da qualche tempo stiamo lavorando a Gender Bender per farne non solo una vetrina ma anche uno strumento culturale con cui intervenire nella società durante un arco di tempo più esteso. Lo stiamo facendo con il progetto europeo Performing Gender per la formazione di sedici giovani coreografi provenienti da quattro Paesi diversi lungo l’arco di due anni, e con Teatro Arcobaleno, un’idea partita tre anni fa con una tavola rotonda sul tema del teatro per l’infanzia dedicato alle differenze di genere. Si tratta di una serie di spettacoli teatrali dedicati all’infanzia e alla famiglie e una serie di laboratori aperti al corpo docente. Il Dipartimento degli Studi di Genere dell’Università di Bologna, il Teatro Testoni/La Baracca, lo stabile per l’infanzia di Bologna, Fondazione ERT Emilia Romagna Teatro e Pubblico Teatro di Casalecchio sono i partner straordinari del progetto. Con loro abbiamo scoperto che è possibile parlare di tutto con i bambini, utilizzando i giusti linguaggi e con questo spirito abbiamo scelto spettacoli di compagnie italiane che affrontano questi temi da punti di vista diversi. Sciarroni lo fa in maniera perlustrativa, altri in modo giocoso e delicato. Ci piace che Gender Bender sia in grado di parlare a grandi e piccini.

Enzo Cosimi - Welcome to my world - ph. Alberto Calcinai
Enzo Cosimi – Welcome to my world – ph. Alberto Calcinai

Hai accennato più volte al Progetto Europeo Performing Gender. Un momento sarà ospitato al MAMbo dal 30 ottobre al 1° novembre…
Questo è un tassello importante. Nasce con l’intento di lavorare sulla danza, collaborare in maniera strutturata con partner europei per un lungo periodo e diventare produttori. Al suo centro c’è l’idea di portare la questione del genere in un ambito apparentemente aperto, ma in realtà molto strutturato. Credo che l’Unione Europea abbia apprezzato l’incrocio tra esperienze diverse: due festival dedicati alla danza contemporanea (Dutch Dance Festival di Maastricht eCertamen Coreografico – Paso a 2 di Madrid) e due festival legati alle tematiche di genere come Gender Bender e Domino/Queer Zagreb. Ci piaceva che su quei temi ci fosse un confronto con paesi apparentemente distanti. La cultura olandese è molto diversa da quella spagnola. Di fatto poi abbiamo scoperto che ci sono molti punti di contatto. I 4 paesi coinvolti sono tutti di area cattolica perché Maastricht è in un cuneo di cattolicesimo. Spagna, Italia hanno avuto un periodo di fascismo, la Croazia è stata un paese satellite del blocco sovietico. Nonostante questo, un Gay Pride a Zagabria è completamente diverso che altrove.

Com’è strutturato il progetto?
Il progetto europeo è nato da una lunga frequentazione. Con i partner spagnoli, olandesi  e croati abbiamo composto quattro squadre, composta ciascuna da quattro coreografi da ognuno dei quattro paesi, ognuna ospitata in uno dei quattro musei partner. Ci interessava portare la danza fuori dal teatro e i musei sono un allo stesso tempo dei luoghi protetti, ma frequentati da un pubblico misto con bambini, adulti, famiglie, anziani. Giorgia Nardin, che è nella squadra spagnola, ha deciso di lavorare con una ragazza completamente tatuata, nuda, che riempie una stanza del museo Reina Sofía con disegni fatti a pennarello su fogli di carta. Alla fine bambini e persone anziane disegnavano fianco a fianco con lei. Per noi è stata un’esperienza rivelatrice. A questa presenza così connotata, Nardin ha restituito una nuova modalità relazionale.
Molti lavori vanno in questa direzione. Un altro esempio è quello dell’artista olandese Connor Schumacher ha danzato all’interno di una grande bolla di plastica trasparente. Era la rappresentazione perfetta del suo spazio personale, dentro il quale mettere al sicuro la propria identità. A un certo momento lui domanda: “quanti siamo in questa stanza?”. E una signora risponde: “Siamo in sei”. Schumacher replica: “me compreso?”. Sebbene lui sia al centro dell’azione in uno spazio sociale condiviso, è considerato “fuori”.

Il Cassero si colloca nel distretto culturale della città tra MAMbo, Cineteca, Dipartimento delle Arti. È un perno di flussi e collaborazioni. Si diceva del Museo, ma anche con la Cineteca esiste un rapporto importante…
L’idea di costruire una rete di relazioni è stata chiara dal momento in cui siamo arrivati nella nuova sede della Salara nel 2002. Abbiamo subito percepito di essere parte di un’area con potenzialità pazzesche. Sulla carta appare come un distretto culturale nato venticinque anni fa da una joint venture tra Università e Comune di Bologna, ma mai realmente messo a punto. Gender Bender è il progetto che per la prima volta interpretava in maniera operativa quella potenzialità, lavorando su un programma interdisciplinare capace di coinvolgere gli altri soggetti culturali presenti nell’area. Credo che in questo siamo stati un po’ degli anticipatori di una modalità di progettazione culturale che è stata poi avvallata nel tempo, ed ora considerata come sostenibile.

Journey - di Koen de Preter
Journey – di Koen de Preter

Un tratto marca Gender Bender: lo spazio dedicato a convivialità, dimensione ricreativa, clubbing…
La dimensione della convivialità è per noi una necessità. Grazie a questi spazi di incontro e di svago abbiamo conosciuto i nostri partner. È una dinamica che, di anno in anno e con modalità diverse, genera ricchezza relazionale e mette in moto nuove idee. Penso a quello che è accaduto con Silvia Gribaudi tre anni fa. In occasione del suo laboratorio di danza con signore over 60, diventate protagoniste di una performance al MAMbo, si è creato un gruppo affiatatissimo che continua a frequentarsi e a interessarsi alla danza contemporanea. Per questo abbiamo deciso di riprendere questa formula. Per lo stesso motivo organizziamo proiezioni per le scuole, spettacoli per i bambini e famiglie, laboratori di danza con persone affette da Parkinson, ma anche feste e conversazioni con gli artisti.

E il titolo e l’immagine simbolo della nuova edizione?
Buon Costume è il titolo di questa edizione e l’immagine che lo accompagna è quella di un supereroe che si straccia un abito maschile per mostrare un costume femminile. Ci piace giocare con le possibilità date dalla lingua italiana, che diversamente da altre lingue dove esiste il neutro, declina tutto al maschile o al femminile. Il tavolo è maschile, la sedia femminile, e via via con oggetti e concetti astratti. Così, se declini il titolo al maschile è IL Buon Costume, è la buona prassi di chi – supereroe o meno – corre responsabilmente in aiuto di chi ne ha bisogno. Ma la stessa azione, se declinata al femminile, diventa LA Buon Costume, la polizia che sanziona tutto ciò che è un oltraggio al pubblico pudore. Con un semplice cambio di genere, la prospettiva cambia completamente e la stessa immagine può assumere significati completamente diversi. E Gender Bender ama giocare con tutto ciò.

Piersandra Di Matteo

www.genderbender.it
www.performinggender.eu

 

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Piersandra Di Matteo
Teorico di teatro contemporaneo e curatore indipendente nel campo delle performing arts. Svolge attività di ricerca al Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna. Sperimentatrice di formati ibridi tra performance e produzione editoriale, ha realizzato progetti performative writing. Dal 2008 è Dramaturg di Romeo Castellucci. Vincitrice del Premio Ubu come “Miglior progetto artistico-organizzativo” per E la volpe disse al corvo. Corso di Linguistica Generale (Bologna, gennaio-maggio 2014).