Festival del Film di Roma. Tra demagogia e politica

29 settembre, Roma, Auditorium Parco della Musica. Dopo mezz’ora di gargarismi istituzionali, Marco Müller prende la parola. È la sua terza direzione del Festival Internazionale del Film di Roma e illustra come quest’anno si ritornerà alla vocazione con cui l’evento nasceva nove anni fa. Ma le ombre sono molto più numerose delle luci…

Festival del Cinema di Roma

L’ispirazione del Festival Internazionale del Film di Roma è chiaramente Toronto: un festival popolare, dove a decidere è il pubblico nella sua totalità con un metodo telematico all’uscita dalle sale. E il programma costruito in appena tre mesi e mezzo presenta una varietà in cui si fatica a districarsi. Le star proposte per i red carpet sono un po’ passatelle: Kevin Costner, Richard Gere, Wim Wenders, Clive Owen. E il festival di nuovo cambia le date, per posizionarsi nella seconda metà di ottobre (dal 16 al 25). Prima festa, poi festival, ora di nuovo festa, apre con la commedia di Alessandro Genovesi Soap Opera, chiude con Andiamo a Quel Paese di Ficarra e Picone. Premia Tomas Milian e poi Takashi Miike, Walter Salles e Aleksei Fedorcenko, creando una bella confusione sulla natura dell’evento, che da una parte vuole cavalcare il trend democratico, mentre conferisce riconoscimenti importanti a personalità assai lontane dai palati popolari.
Alla presentazione, Müller si rivolge ai compagni di scuola e agli amici, pare tutti nella sfera del potere, col risultato di un’atmosfera vagamente lobbistica che lascia scie di riflessioni sulle relazioni tra potere e cultura e si conclude, in modo pertinente, con la candida affermazione di un ormai decrepito presidente della Fondazione Cinema per Roma: “Il futuro della direzione del festival dipenderà dai politici”.

Festival del Cinema di Roma
Festival del Cinema di Roma

Intanto il festival si anticipa, si posticipa, resta festival o diventa festa, è popolare o cinefilo… tutto coesiste, ma come? Marco Müller, uno dei più grandi creatori di festival del cinema, sostiene che il modo di concepire gli eventi cinematografici non può essere lo stesso, perché cambia il mondo in cui si collocano e per sopravvivere si devono tener presenti i sistemi di comunicazione aggiornati all’ultima ora.
In questo scenario in trasformazione, le domande che sorgono sono molte. Prima fra tutte: quale sarà il destino della critica e della stampa? Dove solo il numero di click e di like deciderà il bello, il necessario e l’utile, a cosa servirà il giornalista d’entertainment professionista, già sottopagato e sfruttato all’osso? I pochi che sono stati fisicamente al festival di Toronto sanno che l’area della stampa lì è una specie di riserva indiana con sei pc e poche sedie. Tutto in nome del Dio Dollaro, della macchina del mercato. Ma almeno lì funziona tutto.
I film che piacciono a Müller e a quelli che hanno viaggiato chilometri solo per vedere l’ultimo Mizoguchi ritrovato, o il John Waters mai uscito al cinema, avranno così pochi spettatori che nessuno potrà farne di nuovi. Diventeranno rarità streaming. Tra un po’ bisognerà cominciarsi a chiedere chi fornirà contenuti e approfondimenti ai tecnici video, o basteranno gli esigui testi d’accompagnamento delle riviste patinate?

Ficarra e Picone
Ficarra e Picone

Stiamo bruciando la Biblioteca d’Alessandria in nome della dittatura democratica, di un pubblico onnisciente, con sistemi di valutazione, se non discutibili quantomeno arbitrari. Un’operazione di questo tipo nel vecchio continente può essere davvero pericolosa: a differenza dell’America del Nord, dove la qualità produttiva è altissima, ma capolavori di significato sono sempre più rari.
Magari ha ragione il visionario Müller nel vedere le possibilità di una sterzata democratica; forse anche lui cerca il compromesso per mettere in moto il meccanismo avariato del festival più politico della storia, cercando di ingraziarsi le istituzioni con ammiccamenti nazional-popolari. Ma aleggia lo spettro di un truffautiano Fahrenheit 451. E soprattutto il dopo-Müller come sarà? Spariranno i russi e i giapponesi e i cinesi e ci saranno solo Picone e le mummie hollywoodiane in gentile concessione dagli Alleati?
Quando si dice che a Venezia, di cui noi siamo stati prima detrattori, c’è stato un calo di presenze quest’anno, non si ricorda che è stata un’edizione carica di contenuti, ricca e alta nell’offerta. Siamo nella fase in cui la quantità sta fagocitando la qualità. Qualsiasi società civile dovrebbe porsi domande e pretendere risposte dalle istituzioni, preoccupate solo di accattivarsi il popolo con panem et circenses.

Federica Polidoro

Roma // dal 16 al 25 ottobre 2014
Festival Internazionale del Film di Roma
AUDITORIUM – PARCO DELLA MUSICA
diretto da Marco Müller
www.romacinemafest.it

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Federica Polidoro
Federica Polidoro si laurea in Studi Teorici Storici e Critici sul Cinema e gli Audiovisivi all'Università Roma Tre. Ha diretto per tre anni il Roma Tre Film Festival al Teatro Palladium, selezionando opere provenienti da quattro continenti, coinvolgendo Istituti di Cultura come quello Giapponese e soggiornando a New York per la ricerca di giovani talent sia nel circuito off, che nell'ambito dello studentato NYU Tisch, SVA e NYFA. Ha girato alcuni brevi film di finzione, premiati in festival e concorsi nazionali. Ha firmato la regia di spot, sigle e film di montaggio per festival, mostre, canali televisivi privati e circuiti indipendenti. Sta lavorando ad un videoprogetto editoriale per la casa editrice koreana Chobang. È giornalista pubblicista e negli anni ha collaborato con quotidiani nazionali, magazine e web media come Il Tempo, Inside Art e Il Faro. Ha seguito da corrispondente i principali eventi cinematografici dell'agenda internazionale tra cui Cannes, Venezia, Toronto, Taormina e Roma e i maggiori avvenimenti relativi all'arte contemporanea della Capitale. Attualmente insegna Tecniche di Montaggio all'Accademia di Belle Arti.