Che fare? Le due metà dell’arte italiana

È giusto dire che l’arte italiana contemporanea è declinante? O trarre occasione dal mancato invito di giovani artisti italiani a questa o quella Biennale planetaria (i.e., Gwangju) per contestare l’attività di un’intera generazione? No. Così la pensa Michele Dantini.

Luciano Fabro - L'Italia d'oro - 1971 - Courtesy Sammlung Goetz - photo Wilfried Petzi, München

La percezione dell’aleatorietà è diffusa a livello internazionale. Esiste tuttavia una fragilità specifica italiana. Il punto cruciale è: logori oligopoli interpretativi impediscono da decenni di maturare esperienze autonome, situarsi in senso storico e sociale e progettare l’inevitabile conflitto genealogico. L’autonarrazione dei padri divora le narrazioni dei figli. L’autocommiserazione non serve, piuttosto la capacità di stabilire connessioni coraggiose e innovative. In mancanza di una più chiara definizione della propria “comunità immaginata”, l’attuale interesse per storia e politica è poco più che moda o gioco: non ha necessità condivisa né produce catarsi tragica. Sprovviste di sufficiente distanza storica, di motivati criteri di scelta e di adeguati metodi di indagine, le rievocazioni degli “anni di piombo” o del sequestro Moro rischiano di sembrare autocompiacimento puerile o peggio: un opportunistico contributo in chiave Italian Theory all’industria nazionale del folklore.
Come venir fuori da decenni di postmoderno pre-politico, di appropriazionismo cinico e sentimentale? La demagogia non è la risposta. Gli artisti non sono (né sono tenuti a fare gli) attivisti, ed è irritante vedere le pratiche dell’attivismo ridotte a ornamento dei musei. La dedizione al proprio lavoro è un requisito importante, come pure la disponibilità a riflettere sulle implicazioni più ampie e generali della propria attività. Ma in tempi recenti in Italia “compulsività artigianale” (la citazione è da Richard Sennett) e sensibilità politica e sociale sono diventate reciprocamente estranee l’una all’altra. Questo divorzio ha sicuramente a che fare con il modo in cui siamo percepiti in ambito internazionale. Abbiamo eccellenti “artigiani compulsivi” che lavorano sulla dimensione dell’inattualità e confusi agit-prop della “partecipazione”.

Richard Sennett
Richard Sennett

Non sarebbe male mediare. Ci si può ragionevolmente proporre di creare “comunità” solo se ci si è interrogati a lungo sulle forme sociali del rispetto. L’offerta di coinvolgimenti momentanei non avvia seri processi di riconoscimento, neppure se ha luogo in un museo, al contrario: costituisce la parodia di un’arte che voglia davvero definirsi “pubblica”. Le fragilità dell’arte italiana attuale si risolvono da un lato incoraggiando gli artisti a prestare attenzione (anche civile) alla propria attività; dall’altro riprogettando i processi di lungo periodo, formazione in primis. Questo è un compito politico.

 

Michele Dantini
Editorialista e saggista, Docente di Storia dell’arte contemporanea Università del Piemonte Orientale

 

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #21

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Michele Dantini
Storico dell’arte contemporanea, critico e saggista, Michele Dantini insegna all’Università del Piemonte orientale ed è visiting professor presso università nazionali e internazionali. Laureatosi e perfezionatosi (Ph.D.) in storia della filosofia e storia dell'arte presso la Scuola Normale Superiore di Pisa; Eberhard Karls Universität, Tubinga; The Courtauld Institute, Londra; Ludwig-Maximilians-Universität München, collabora con i principali musei di arte contemporanea italiani ed è responsabile del Master MAED al Castello di Rivoli. Scrive di arte contemporanea, politiche culturali e dell’innovazione, tecnologia, Rete e digitale. Tra le pubblicazioni recenti Geopolitiche dell’arte italiana. Arte e critica d’arte nel contesto internazionale (Milano 2012); Arte contemporanea, ecologia e sfera pubblica (Roma 2012); Humanities e innovazione sociale (Milano 2012); Apple cosmica. Come le narrazioni fantascientifiche modellano il design e il marketing della Mela (Milano 2012); Horses and other herbivores (Bezalel Academy of Art and Design, Jerusalem 2010). Coautore dei manifesti TQ “università e ricerca” e “patrimonio storico-artistico e ambientale”, è interessato ai temi della diversità culturale e del cosmopolitismo postcoloniale. Il suo Diario Namibiano (e/o, Milano 2003), inchiesta sulle trasformazioni delle abilità tradizionali in Africa australe all’ingresso nel mercato globale condotta in collaborazione con la National Gallery di Windhoek, è stato finalista del premio Paola Biocca|Società Italo Calvino nel 2002. Suoi reportage e fieldworks sono stati presentati alla Fondazione Merz, Torino; CCCS Strozzina, Firenze; Centro di arte contemporanea Luigi Pecci, Prato; Centre de la Photographie, Ginevra; MAO, Torino. Collabora a L’Huffington, Alfabeta2, Doppiozero, ROARS, Il giornale dell’arte, il manifesto.
  • Luca Rossi

    Grande Michele Dantini. Io oggi vedo solo lui in italia come critico. Per fortuna che esiste.

    La parola chiave è formazione e non si può pretendere di iniziare un progetto fatto bene e avere subito risultati, bisogna aspettare qualche anno. Ammesso che in Italia sia possibile fare un progetto di formazione fatto bene. Io ci sto provando da almeno 3 anni, ma non ci sono interlocutori, sembra di vagare nel deserto. Quando parlo di formazione la intendo verso gli artisti e verso un pubblico vero. Formazione o education non vuol dire EDUCARE o DIRE ALLE PERSONE COME ESSERE FELICI GUARDANDO L?ARTE, ma creare le condizioni per apprezzare. E quindi per vedere. E quindi andare ad agire nell’unico spazio politico rimasto efficace: il proprio micro, quotidiano privato.

    Sto pensando ad una mostra convenzionale dove le opere siano pensate come dispositivi consapevoli in questo senso. Ma procedo da solo, con pochi collaboratori. Vedremo, fortunatamente abbiamo budget.

    • Come lr ben sa condivido il focus sul micro e mi piace il mix di md artigiano-agit prop. ma qui si tratta di capire come procedere nel concreto. Nel mio piccolo (micro) la messa in atto di tutto ciò – cfr mio blog – avviene tramite un recupero dei profili sensoriali, corporei (la materia dell’artigiano tradizionale che qui prova a plasmare se stesso come artista e spettatore) per fare propaganda sempre su se stesso di concepire modi diversi di conoscere il mondo. E qui ci vedo anche il primo step per la formazione (di se stessi).

  • La prossima biennale deve contenere tanti italiani ma tanti italiani da non farcela a contenerli tutti , come fare si invitiamoli abbiamo il coraggio di farlo , bravi alziamo in alto la nostra bandiera pensiero scaligero.

  • Formazione, crescita e autonomia possono essere le chiavi per gli artisti, in un tempo libero da influenze programmate da eventi aleatori e continue variazioni tematiche.

    Tornare a situazioni che chiedono lavoro e profondità, per cui sarebbe utile riformulare la marea di occasioni rapide/laboratori/… in gruppi di lavoro che anche nell’artigianalità vedano un aspetto costruttivo e formativo.

  • ruote telluriche

    Che belle parole!
    Vediamo un pò che artisti proporrai, però, vediamo che cosa saprai riscrivere : perchè è qui che fin troppi asini son cascati!
    Non dimentichiamo però che mancanza di rispetto e inciviltà possono
    essere pure delle risorse quando qualunquismo e chiacchere generiche predominano nascondendo problemi più scottanti: quante “civiltà” hanno schiacciato altre civiltà usando la copertura di nobili dichiarazioni d’intenti?
    “L’impegno civile” sarebbe una cosa neutra? Ci impegnamo seriamente e vedrete che tutto andrà per il meglio? Ma dobbiamo rispettare proprio tutti? Boh. E se invece litigassimo alla luce del sole?
    Si, la via di mezzo tra agit prop e recupero artigianale può andare ma
    ora meno dichiarazioni e più fatti concreti!

  • angelov

    Mi fa pensare al ’68, quando tutto era e doveva essere politicizzato a tutti i costi: una triste eredità da cui i soli che sono forse riusciti a salvarsi sono i cosiddetti alternativi, ma sparsi per il mondo senza patria né famiglia.

  • Fate presto presa da una frase di un’opera di Andy Warhol del 1980 il terremoto più artisti italiani la Biennale di Venezia , si svolge in Italia dunque precedenza agli artisti italiano come logico lo fa il Giappone, la Cina, India, l’Argentina e gli americani perché non noi italiani?

  • Tiz Leopizzi

    Finora il grande riferimento per noi di Ellequadro è stato H.E. Gombrich ma saremo felici di approfondire le tesi di Michele Dantini. Su questa linea direi sono stati progettati degli strumenti inediti, ARTOUR-O il MUST che ha compiuto 10 anni e festeggia la XX edizione a Merida in Spagna a giorni, e MISA Museo Internazionale in progress dimScultura per le Aziende. Siamo consapevoli che non siano che una goccia nel mare magnum del mondo dell’arte ma andiamo avanti un passo dopo l’altro augurandoci, come in effetti è, di catalizzare l’attenzione di altri in sintonia con il nostro pensiero.
    Intanto invito Michele Dantini e tutti voi a Merida dal 23 al 26 ottobre
    Tiziana Leopizzi http://www.ellequadro.com