Apocalisse del reale. O del riciclaggio di eventi artistici

La Ripetizione differente, quarant’anni dopo; When attitudes become form, quarantacinque anni dopo; Programmare l’arte, cinquant’anni dopo… Il riciclaggio di eventi artistici del passato, la loro riabilitazione più o meno eclettica lascia intravedere che l’arte, sottratta al tempo ciclico, è ora preda del tempo riciclabile.

Harald Szeemann
Harald Szeemann

È come se l’arte cercasse nei magazzini della storia una redenzione. Ieri la fuga in avanti dell’arte come alterità con le prime e seconde avanguardie; oggi un’apocalisse retrospettiva: tutto viene ripensato, riproposto, rivisitato, fino alle commemorazioni integrali di mostre storiche. È come se il commento del passato prendesse il posto delle opere. L’arte come esperienza dell’alterità è il nostro referente perduto. Le mostre che entrano nella scena della rivisitazione mediatica sono quelle che escono dalla scena della storia. L’agonia dei referenti è il sintomo eclatante di un vuoto culturale, per cui va bene tutto, pur di sottrarsi a questo vuoto.
Per certi aspetti è come se la totale estetizzazione del quotidiano avesse provocato una sorta di leucemia nell’arte. Il feticismo così passa dagli oggetti e dalle immagini alla storia. Ma è anche una specie di check up della cultura, cosi come vi è un check up del corpo. Una rivisitazione generale della propria storia in assenza di eventi che fanno storia.
A questo punto si pone il problema del rapporto conflittuale fra realtà e finzione. Come vedere questo rapporto alla luce di questo riciclaggio generalizzato della storia? Ora, ogni fatto o esperienza riciclata è un non-evento. Vale a dire una finzione. Se la realtà dell’arte è permeata di finzione, si effettua reduplicando esperienze passate, allora questa stessa realtà è irreale. Molti eventi definiti “contemporanei” somigliano così alle ombre platoniche proiettate sul muro della caverna, questa sì, reale.

Jeremy Deller per The Vinyl Factory
Jeremy Deller per The Vinyl Factory

In questo scenario, azioni come quelle di Jeremy Deller, di Francis Alÿs o di William Kentridge, per citarne solo alcuni, costituiscono un avamposto, dove l’arte diventa una creazione di realtà, in un mondo dove essa ormai è solo finzione. Apocalisse significa rivelazione, ma anche svelamento, togliere il velo sulla cosa, in questo caso sul reale e sulla finzione.
Scopriamo così che una certa realtà dell’arte è ancora sotto il dominio della finzione. È al di qua dell’apocalisse. Mentre si tracciano nuove proposizioni antagoniste a questo riciclaggio generalizzato, dove l’arte crea realtà. Dunque crea brutte sorprese per l’universo coatto della finzione, ne rivela, appunto, l’impostura.

Marcello Faletra
SAGGISTA E REDATTORE DI CYBERZONE

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #21
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  • Le istanze del progetto sono state fallimentari, meglio è andata al suo commercio, il fatto stesso del remake (soprattutto quella di Venezia, meglio a San Francisco) conferma che non si è capito nulla di quelle utopie e che oramai rimangono solo i cocci da vendere al miglior pollo da spennare (in gergo chiamato collezionista) …

    ps secondo me gli artisti citati, soprattutto Jeremy Deller e William Kentridge, oggi non c’entrano un bel nulla con quella mostra storica, nè nelle forme nè nella processualità… per cui nessuna relazione di sviluppo,

    … ma tanto chi studia ancora storia dell’arte..

  • Condivido l’idea che l’arte oggi debba creare realtà perchè mi sembra un punto fondamentale per il ruolo attuale dell’arte. Ma va declinato meglio. È x questo che mi piacerebbe che venisse chiarito in modo non generico perché deller, alys e kendridge e altri (quali?) creano realtà diversamente da altri artisti.

  • angelov

    Anche Bourriaud, nei suoi ultimi scritti, evidenzia la netta contrapposizione che esiste tra il post-moderno e quella che lui definisce come arte relazionale.