Venezia 71. L’umanità in loop, tra ricerca e contaminazioni

Retroscena, temi conduttori e considerazioni, alla fine della 71° edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Leone d’Oro allo svedese Roy Andersson, Leone d’Argento al russo Andrej Konchalovsky: scelte coraggiose, che premiano magia e ricerca. E poi altri film, altri registi e una riflessione sull’anima del Festival

Il Piccione che sedeva su un ramo riflettendo sull’esistenza, Roy Andersson, 2014

Anche quest’anno siamo giunti al termine del Festival. Un’edizione che si è rivelata di livello più alto rispetto alla precedente e che ha riservato almeno tre o quattro grandi sorprese. Ci sono tanti modi per interpretare numeri, contenuti e risultati e noi ne abbiamo voluti scegliere due. Il primo era stato frutto della riflessione complessiva sui film in concorso, il secondo è quello suggerito dal Presidente di Giuria Alexander Desplait, che noi abbiamo trovato suggestivo ed efficace.
Così, se in qualche modo si dovessero riassumere le qualità, le caratteristiche e i temi dominanti di Venezia 71 potremmo sostenere che molte delle pellicole presenti – anche tra quelle fuori concorso – hanno presentato un’umanità che riflette su se stessa, sulla vita, sull’esistenza e sul proprio rapporto con la storia. Alcuni esempi lampanti dimostrano la tesi. Partiamo con la rappresentazione di una giornata, appena 24 ore, raccontata in un coro uguale a se stesso, e insieme diverso, da centinaia di italiani: è Italy in a Day, esperimento collettivo di Gabriele Salvatores. In Red Amnesia di Wang Xiao-shuai la protagonista continua a ripetere ogni giorno le stesse azioni: quello che normalmente accade a tutti noi, ma che su uno schermo mette l’uomo alla stregua di una cavia da laboratorio nella sua giostrina infinita. L’autoinfliggersi questa reiterazione, connessa al ritmo della natura, è figlio del senso di colpa. Nel caso specifico di Red Amnesia, un senso di colpa storico e politico che si riverbera a effetto domino di generazione in generazione.

Red Amnesia, Wang Xiao-shuai, 2014
Red Amnesia, Wang Xiao-shuai, 2014

Anche in A Pidgeon Sat on A Branch Reflecting on Existence, che ha portato il Leone d’Oro allo svedese Roy Andersson, le giornate di due strani figuri sono il collante narrativo. Apparentemente privi di emozioni, i compari si muovono come zombie cercando di portare a termine un compito fallito di continuo. Girano a vuoto per tornare al punto di partenza. Andersson mette in scena la frustrazione di questo “Aspettare Godot” che è la nostra vita. La riproposizione perpetua di qualche azione come in un girone dell’inferno.
Qualcosa che non è molto dissimile dall’orrore del pilota di droni di Andrew Niccol in Good Kill, che continua ad uccidere su ordinazione come un ragazzino intossicato dai videogiochi. O come il Manglehorn misantropo, protagonista dell’omonimo film di David Gordon Green, che si aggrappa alle abitudini per avere l’illusione di una certezza. Persino Elio Germano nelle vesti di Leopardi lamenta la noia asfissiante delle giornate una identica all’altra. Insomma, l’umanità è in loop. Ce lo hanno raccontato in tutte le declinazioni.
Come accennavamo all’inizio, secondo Alexander Desplait il minimo comun denominatore dei tre film selezionati per i premi principali – il documentario di Joshua Oppenheimer The Look of Silent, The Postman’s White Nights di Andrej Konchalovsky e Il Piccione che sedeva su un ramo riflettendo sull’esistenza – sono tutti sul limite evanescente tra reale e immaginario, documentario e immaginazione. La contaminazione dei linguaggi e dei generi è sotto gli occhi di tutti. E certo lo dimostrano le opere dei videoartisti Masbedo e Ra di Martino: entrambi impossibili da collocare in uno spazio definito.

The Postman’s White Nights, Andrej Konchalovsky, 2014
The Postman’s White Nights, Andrej Konchalovsky, 2014

L’ibridazione rompe gli schemi istituzionali e traccia nuovi sentieri svincolando dai dogmi e dai cliché. E ci voleva proprio un’ondata d’aria fresca. Questo è il merito più grande della giuria 2014 che, sebbene abbia assegnato dei premi minori inspiegabili (stiamo parlando del Leone al turco Sivas che ha scatenato il disaccordo della stampa e le coppe volpi ai due attori di Hungry Hearts, Alba Rohrwacher e Adam Driver, talmente discutibili da causare ilarità generale), ha optato alla fine per una scelta eccentrica, non chiaramente classificabile, dando i massimi riconoscimenti a due film “diversi”. Di fatto è stato premiato l’Assurdo. La Magia. Quel “tutto che può succedere”, scovato anche in una vita dove non accade mai nulla.
Quindi è stato coerente lasciare Birdmanfuori dal Palmares. E’ indiscutibile il valore del film di Inarritu, che avrà un percorso glorioso, forse verso l’Oscar, ma ha avuto un senso preciso dare spazio a pellicole destinate a una visibilità inferiore, e a cineasti che usano linguaggi diversi, nuovi, lontani, sconosciuti.

Federica Polidoro

 

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Federica Polidoro
Federica Polidoro si laurea in Studi Teorici Storici e Critici sul Cinema e gli Audiovisivi all'Università Roma Tre. Ha diretto per tre anni il Roma Tre Film Festival al Teatro Palladium, selezionando opere provenienti da quattro continenti, coinvolgendo Istituti di Cultura come quello Giapponese e soggiornando a New York per la ricerca di giovani talent sia nel circuito off, che nell'ambito dello studentato NYU Tisch, SVA e NYFA. Ha girato alcuni brevi film di finzione, premiati in festival e concorsi nazionali. Ha firmato la regia di spot, sigle e film di montaggio per festival, mostre, canali televisivi privati e circuiti indipendenti. Sta lavorando ad un videoprogetto editoriale per la casa editrice koreana Chobang. È giornalista pubblicista e negli anni ha collaborato con quotidiani nazionali, magazine e web media come Il Tempo, Inside Art e Il Faro. Ha seguito da corrispondente i principali eventi cinematografici dell'agenda internazionale tra cui Cannes, Venezia, Toronto, Taormina e Roma e i maggiori avvenimenti relativi all'arte contemporanea della Capitale. Attualmente insegna Tecniche di Montaggio all'Accademia di Belle Arti.