Prise de parole e immaginazione. Joris Lacoste a Roma e Prato

Da un sermone avventista a un frammento d’assemblea di Occupy Wall Street, da un lancio d‘agenzia di Enrico Mentana al “You talkin’ to me?” di De Niro in “Taxi Driver”. Un turbinio di voci per una “Enciclopedia della parola”. Abbiamo seguito Joris Lacoste in diversi festival italiani e francesi, facendoci ipnotizzare…

Joris Lacoste, Encyclopédie de la parole - photo Hèrve Véronèse

L’audio di poesie sonore, rituali di sciamani, seminari filosofici, estratti da televisione, radio e YouTube, insulti, Sprechgesang, frasi fatte, dichiarazioni d’amore compongono parte del terreno su cui si fonda il progetto collettivo Encyclopédie de la parole,ideato da Joris Lacoste al Laboratoires d’Aubervilliers nel 2007, quando ne era co-direttore. Nato come una collezione di documenti acustici di pronunce orali, l’Encyclopédie negli anni ha prodotto sessioni d’ascolto, drammi sonori, performance, lecture, installazioni sonore, laboratori, progetti radiofonici e Suites chorales.
Dopo la presenza al Kunstenfestivaldesart e al Festival d’Automne, Suite N° 1 “ABC” è arrivata in Italia al Teatro Novelli di Rimini, nella cornice di Santarcangelo dei Teatri 14, diretto da Silvia Bottiroli, grazie a un progetto congiunto con Short Theatre di Roma (in scena dal 4 al 14 settembre, con una propaggine il 25 dello stesso mese) e Contemporanea Festival di Prato (dal 26 settembre al 4 ottobre), dove si replica.
In Suite N° 1 “ABC”, un direttore d’orchestra dirige un coro multilingue di ventidue performer: undici attori/cantanti e undici interpreti italiani selezionati attraverso un bando. Proferiscono una partitura di quaranta estratti del catalogo dell’Encyclopédie: da un sermone avventista a un frammento d’assemblea di Occupy Wall Street, da un lancio d‘agenzia di Enrico Mentana al You talkin’ to me? di De Niro in Taxi Driver, dal proverbio “sotto la panca…” ai tic della fonazione di Slavoj Žižek.

Joris Lacoste
Joris Lacoste

La disposizione degli spezzoni linguistico-sonori tesse microrelazioni libere da categorizzazioni di genere, contenuto e contesto del prelievo. Si compone un corpus collettivo di discorsi spazializzati nel rinvio tra i corpi. La parola è “ripresa” dai contesti d’uso dei singoli eventi comunicativi, non per semplice imitazione. Si entra piuttosto nel suono delle parole, se ne riproducono altezza e intensità, ritmo e durata delle sillabe, sfumature di timbro e accenti. Variando stili, registri e lingue, questi “mimodrammi della parola orale”, per dirla con Marcel Jousse, sono eseguiti da diversi interpreti che cambiano posizione nello spazio, e così attivano rispecchiamenti e modulano distanze in una coralità in continua trasformazione che transita nell’entre-deux del corpo e della lingua. Questoproferimento polifonico interroga la funzione (politica) su cui insiste la differenza tra parlare e prendere la parola. E non è un caso, allora, che Suite N° 1 “ABC” sia nel palinsesto della nona edizione di Short Theatre intitolata La rivoluzione delle parola. In primo piano sono la relazionelinguaggio/potere, la presa di parola come aspirazione a introdurre elementi ignoti nel campo dei saperi costituiti, la fondazione di una nuova topologia del discorso.
Ma la ricerca sull’evento del linguaggio, sulla voce e le sue (dis)articolazioni, sulla prammatica della comunicazione orale sviluppata nell’Encyclopédie de la parole ha riacceso in Lacoste anche un’antica passione. Occorre tornare al 2005 quando, nello “squat per artisti” La Générale a Belleville, 19esimo arrondissement di Parigi, il suo atelier viene trasformato in un cabinet d’hypnose e ospita un gruppo di volontari con cui sperimenta tattiche di narrazione ritmica. L’ascolto di dischi di auto-ipnosi, registrazioni per indurre forme di abbandono, sequenze acustiche per smettere di fumare rivelano affinità formali con gli “imbrogli” comunicativi dai tratti iperbolici di certi dispositivi poetici di Gertrude Stein e Christopher Tarkos.

Joris Lacoste, Le vrai spectacle, photo Florian Leduc
Joris Lacoste, Le vrai spectacle, photo Florian Leduc

Figure di ripetizioni, tessiture formulaiche, precise tecniche retoriche sono impiegate per condurre il soggetto, attraverso un’esperienza allucinatoria del linguaggio, nello stato neurofisiologico che si instaura oltre il rilassamento somatico e prima del sonno spontaneo. L’ipnosi, accreditata dalla medicina del XIX secolo come “stato non-ordinario di coscienza”, cristallizzata in rappresentazioni sensazionalistiche di occulte fantasie di manipolazione alla dottor Mabuse, diventa il medium artistico per fondare un’altra relazione con lo spettatore.
Lo studio linguistico e la ricerca sul tema (da Paracelso a Mesmer) compiuto da Lacoste attraverso il prisma di storia, antropologia, neuroscienza ed etnopsichiatria trova compimento nel programma radiofonico Au musée du sommeil (2009), nella performance Restitution (2009), nella mostra Le cabinet d’hypnose (2010) e nello spettacolo Le vrai spectacle (2011),presentato lo stesso anno al Festival d’Automne.
Testo e regia di Lacoste,Le vrai spectacle – titolo che accarezza, ironico, un paradosso –espande la pratica dell’ipnosi alla dimensione collettiva. Immerge il pubblico in un teatro mentale, che sposta la scena nel cervello di spettatori, nello spazio tra il proferito e l’immaginato. L’attore Rodolphe Congé suggerisce con la voce delle azioni. Vettore d’innesco della scena è l’indirizzo del “tu” (“Tu vai là, fai questo…”), pronome che suona nel soggetto interpellato chiamandolo a una responsabilità: scegliere di immaginare. Nel campo dell’audizione teatrale, la parola e la sua pronuncia divengono il dispositivo per provocare processi associativi che barrano ogni rapporto illusionistico con la realtà. Ne sono complici la musica regolare, percorsa da una logica di microvariazioni, del compositore Pierre-Yves Macé, e la ricerca di Caty Olive, che crea dinamiche di luci per spettatori a occhi chiusi.

Piersandra Di Matteo

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #21
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Piersandra Di Matteo
Teorico di teatro contemporaneo e curatore indipendente nel campo delle performing arts. Svolge attività di ricerca al Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna. Sperimentatrice di formati ibridi tra performance e produzione editoriale, ha realizzato progetti performative writing. Dal 2008 è Dramaturg di Romeo Castellucci. Vincitrice del Premio Ubu come “Miglior progetto artistico-organizzativo” per E la volpe disse al corvo. Corso di Linguistica Generale (Bologna, gennaio-maggio 2014).