Pino Musi mette le carte in tavola. Su fotografia e stampa

“Superficie nobile, supporto ideale e fisiologico per la fotografia”. Intervista al fotografo napoletano sulle tecnologie di stampa contemporanee. In occasione di un workshop in programma alla Fondazione Fotografia di Modena.

Nel contesto contemporaneo i materiali connessi alla pratica artistica e fotografica sono innumerevoli, così come i metodi di produzione e di presentazione. Acquisire una determinata tecnica significa allora non soltanto penetrare negli aspetti più strettamente tecnologici e operativi, ma anche compiere un passaggio concettuale, comprendere le conseguenze logiche e interpretative della metodologia scelta. Sperimentazione e progettualità sono temi particolarmente cari a Pino Musi (Salerno, 1958), che abbiamo intervistato in occasione della preparazione di un workshop ­- Tecnologie digitali di stampa – che terrà a Modena, presso Fondazione Fotografia Modena, dal 17 al 19 ottobre.

Ti ricordi la prima fotografia che hai stampato?
Sì, perfettamente. Il mio amore per la fotografia è nato parallelamente a quello per il teatro sperimentale. Era nel 1973, avevo circa quindici anni e con un improbabile apparecchio russo, la Zorki 4, la “Leica dei poveri”, comprata in un mercatino, fotografai uno spettacolo di Jerzy Grotowsky, Apocalypsis cum figuris. In esso non si sviluppava una storia, il “teatro povero” poneva al centro dell’azione scenica solo l’attore e le sue capacità fisiche e vocali, abolendo tutto ciò che non fosse necessario, dalla scenografia al palcoscenico stesso, individuando l’essenza del teatro nel rapporto fra attore e pubblico.
Questo era anche ciò che mi interessava comunicare allora con la fotografia: non le sue possibilità narrative, ma il nervo dirompente della sua scrittura e le sue possibili declinazioni. Inoltre l’evento teatrale prendeva forma dalla totale oscurità, esattamente quello che succedeva in camera oscura con il processo di sviluppo e stampa della fotografia in bianconero. Un’epifania della visione.

Miami, 2014 © Photo Pino Musi
Miami, 2014 © Photo Pino Musi

Nel tuo lavoro cerchi sempre nuove modalità di produzione e di stampa. Che cosa significa per te sperimentare?
Sperimentare è un’attività costante che appartiene a una condizione di comprensione e messa in discussione degli strumenti che servono a raggiungere finalità chiare e definite nei contenuti. Non è un gioco eccentrico, non è un bricolage. È parte di un metodo che vado proponendo da anni per restituire il vigore di un progetto su una superficie, quella nobile della carta, che volente o nolente resta in fotografia il supporto ideale, fisiologico.

I termini sperimentazione e progettualità sono davvero così distanti fra di loro?
Nei due termini c’è assoluta compatibilità. Ma spesso non c’è corrispondenza. Molti autori hanno bisogno di supportare, di giustificare il proprio lavoro con una valanga di parole. La costruzione di questo apparato “intorno” al lavoro fotografico è spesso molto ammaliante e finisce per mandare in secondo piano il progetto. Il mercato è a volte diseducato a smontare criticamente un progetto fotografico, a leggerlo tra le pieghe, tendendo quindi a lasciarsi accattivare dal primo “pifferaio magico” di turno, avallandone furbizia più che reale valore. Ma la sola idea, in fotografia, anche se ben intuita e superbamente declamata, è un’attestazione di debolezza senza la sintesi di una forma capace di comunicarla con efficacia.
Ben altra cosa è quando il testo dialoga con l’immagine all’interno di un contesto come un libro, per esempio. In questo caso si creano relazioni fra le varie scritture con modalità complesse: qui la parola non serve a giustificare l’immagine, ma dona una ulteriore possibile chiave di lettura a chi si confronta con essa. È il caso di edizioni rarissime e di alta qualità che porterò in visione e in studio durante il mio workshop, esperienza difficilmente possibile per gli studenti anche in biblioteche pubbliche importanti.

Capriglia, 1987 © Photo Pino Musi
Capriglia, 1987 © Photo Pino Musi

Chi frequenterà il tuo workshop, cosa imparerà durante i tre giorni di corso? Quali sono i concetti su cui ti concentrerai maggiormente?
Il workshop, come anche i corsi che tengo con gli studenti del Master qui a Modena (studenti di cui vado fiero, nella maggior parte) mette, come si dice, le “carte in tavola”, in vari sensi. Innanzitutto nel senso della mia disponibilità a mostrare buone carte: le mie fotografie originali elaborate con tecniche diverse, tra cui stampe ai pigmenti puri di carbone per esempio, libri in photogravure o in offset e anche libri d’artista a tiratura limitata. In cambio vorrei che i partecipanti mettessero sul tavolo i loro lavori e che li ponessero in discussione completamente, senza paura di essere giudicati.
Io non lo farò. Proporrò invece un metodo, diverse modalità di approccio, cambi di rotta, non sentenzierò su alcun operato. Tutto il materiale che renderò disponibile alla visione e allo studio sarà discusso, destrutturato e contemporaneamente ne saranno spiegate dettagliatamente le tecniche. Poi si prenderanno in considerazione le attuali tecniche di stampa digitale, soprattutto quelle a getto d’inchiostro, cercando di arrivare senza inibizioni a poter definire insieme una forma chiara per ogni serio progetto. Il mio vuole essere un laboratorio pratico, dove è possibile accarezzare le buone carte con le mani, con gli occhi e con la mente.

Tecnica e contenuto, stampa e immagine. Nella tua esperienza e nel tuo lavoro qual è il legame che unisce questi aspetti? Sono uno conseguenza dell’altro oppure entrambi dipendono da una regia predefinita?
I contenuti sono esplicitati dalla forma, e la forma è spesso traditrice. Lo dico sempre: niente è più dannatamente difficile di una forma onesta ed essenziale. Onesta perché sempre asservita a un contenuto universale e condivisibile anche se autobiografico, ma mai autocelebrativo e compiacente. Essenziale perché il rischio delle continue sottolineature, della caduta nel manierismo è sempre dietro l’angolo: la voglia di esibire una gestualità “originale”, un ridondante “estro creativo” a sfavore di un segno sintetico e penetrante come una saetta, è il peggior modo per occultare contenuti anche importanti.

New York, 2014 © Photo Pino Musi
New York, 2014 © Photo Pino Musi

Per concludere, a cosa stai lavorando al momento? Progetti per il futuro?
Mr. Smith è il titolo del mio nuovo progetto di ricerca personale in forma di libro a cui sto lavorando, dopo il recente _08:08 Operating Theatre. È composto in parte da immagini, disegni d’archivio, testi, riguardanti il lavoro e la vita di una coppia di inventori di ottiche fra i più geniali della storia della fotografia e molto attivi a partire dagli inizi del Novecento (Pinkham & Smith Company, Boston, Mass.) e in parte da interviste e documenti immaginari, ma soprattutto è composto da fotografie realizzate da me in 8×10 inch con l’obbiettivo soft phocus Pinkham Bi-Quality. La serie di immagini si sviluppa in situazioni e con soggetti che sono molto lontane dalla “scena” pittorialista e si propone in qualche modo di mettere al centro l’intuizione dell’’invenzione di un apparato ottico costruito in modo genialmente aberrato e difficilmente controllabile, che ne mette in risalto il potenziale di autonomia di scrittura e che può andare al di là delle intenzioni dei fotografi stessi. Nel contempo questo lavoro è anche in parte autobiografico, una sorta di transfert, che parla della mia smania di smontare i giocattoli per “aprirli” a nuovi possibili usi.
A Natale poi uscirà il mio terzo volume con FMR, dopo quello sull’Italia antica e sulle origini della cristianità. Questo lavoro mi ha tenuto impegnato per mesi a ritrovare un nesso fra cultura e paesaggio nell’antica Grecia.

Francesco Cavallini

www.fondazionefotografia.org/formazione/workshop/