Occhio riflesso. Un progetto atipico raccontato da Alessandro Sau ed Enrico Piras

Capanne di pastori e miniere, bunker e grotte artificiali: sono solo alcune delle location dove si sono svolte le mostre del ciclo “Occhio riflesso”. Mostre della durata di poche ore, e che hanno avuto come spettatori soltanto i due artisti che le hanno realizzate. Abbiamo intervistato Alessandro Sau ed Enrico Piras per farci raccontare il progetto.

Chi siete? Cosa fate? Lavorate sempre in coppia? Cinque righe ciascuno per presentarvi.
Alessandro Sau: Credo che una presentazione di se stessi segua quasi sempre due vie, o quella della falsa modestia, o quella dell’ego smisurato. Essendo dunque piuttosto difficile dare una giusta ed equa presentazione di se stessi, vorrei limitarmi a dire che mi chiamo Alessandro Sau e che faccio il pittore.
Enrico Piras: Concordo: io sono Enrico Piras e mi occupo, attraverso fotografia e scultura, dell’Immagine.
Alessandro Sau & Enrico Piras: È da circa un anno e mezzo che lavoriamo assieme a questo progetto, ma non crediamo che la nostra sia una vera e propria “collaborazione”, per come si definisce appunto oggi la collaborazione tra artisti. Crediamo che sia più un’amicizia, una condivisione di intenti, uno scambio continuo e il desiderio di divertirsi in due piuttosto che da soli. È in questo senso che esiste una collaborazione.

Il progetto che state condividendo si chiama Occhio riflesso. Perché questo nome?
A.S.: Quando due anni fa ci siamo conosciuti, stavamo entrambi lavorando sulla natura apparente ma al tempo stesso concreta e reale dell’immagine in relazione allo sguardo; eravamo interessati specialmente al rapporto con il paesaggio. Occhio riflesso ci è sembrato il titolo più appropriato per un progetto che nei suoi sviluppi avrebbe mantenuto sempre aperta questa duplice polarità dell’immagine quale occhio che vede (organo concreto che permette di vedere e che esiste in quanto “cosa”), e il riflesso, che rappresenta invece ciò che viene visto (l’apparenza, qualcosa che sta per qualcos’altro ma che rimane al tempo stesso presente e reale).

Occhio Riflesso V – Villaggio Minerario – San Vito
Occhio Riflesso V – Villaggio Minerario – San Vito

È un progetto che condividete ma che è in realtà suddiviso in due tronconi. Raccontateci perché e in che modo avviene questo frazionamento, che mi pare di capire non sia tale in realtà…
E.P.: Il progetto è stato sin dall’inizio pensato per una suddivisione interna in due fasi: l’occhio e il riflesso. L’occhio è quella fase che si riferisce al momento intuitivo, creativo di produzione delle opere, la fase successiva, che riguarda la loro diffusione e legittimazione è il riflesso. Questa seconda fase parte dalla collocazione delle opere all’interno di contesti particolari, scelti nel paesaggio sardo per le loro caratteristiche morfologiche e storiche; luoghi per noi ideali per ospitare i lavori che costituiscono il nucleo del progetto.
In questa seconda fase ci appropriamo del ruolo curatoriale allestendo, documentando e contestualizzando i lavori attraverso un framing discorsivo e fotografico. Le immagini che abbiamo prodotto durante le sei mostre sarde rispettano canoni precisi rispetto all’estetica contemporanea della rappresentazione dell’opera d’arte (l’installation shot). Il progetto è così diviso in due momenti, ma il riflesso è in realtà un apparato narrativo funzionale alla presentazione della storia di cui le opere si caricano nelle mostre in Sardegna. Attraverso la dislocazione e la cura delle opere abbiamo cercato di creare un circuito indipendente di autoproduzione, un punto questo che per noi è fondamentale e in cui ogni decisione relativa all’opera viene mediata dall’artista, aprendosi poi a contributi esterni nella fase di legittimazione e presentazione del lavoro.

Veniamo alla caratteristica più “curiosa” del progetto: le mostre non sono mostre, nel senso che non vengono viste da nessuno all’infuori di voi. E non mandate nemmeno comunicati stampa, non fate comunicazione. Nell’era della visibilità a tutti i costi, fa specie…
A.S.: Forse mi sbaglio ma credo che oggi la visibilità a tutti i costi possa in realtà diventare una completa invisibilità, mentre viceversa l’invisibilità si possa tramutare in una sorta di massima visibilità. Fermo restando che poi bisogna sempre capire rispetto a chi e a che cosa si vuol esser visibili. Noi, per esempio, abbiamo concepito il nostro progetto in questo modo non per una qualche protesta o indifferenza nel confronti del pubblico, ma perché ci interessava che le immagini di queste mostre fossero filtrate dal mezzo fotografico, interponendolo quale medium tra opera, messa in scena dell’opera e spettatore. Ci interessava fotografare le opere come se fossero in un white cube, riproporre lo stile dell’installation shot ma senza pareti bianche. Così l’opera si apre e vive un contesto visivo molto più potente. Inoltre quasi tutti i luoghi delle mostre hanno richiesto qualche sforzo per essere raggiunti, e questo ha creato un isolamento naturale rispetto a un possibile pubblico che abbiamo considerato giusto mantenere rispetto alle opere. Poi se ci pensi bene gli spettatori c’erano, io ed Enrico siamo stati presenti a tutte e sei le mostre.

Occhio Riflesso IV – Pinnetta – Dolianova
Occhio Riflesso IV – Pinnetta – Dolianova

Allestimenti in luoghi inusuali. Questo si è già sentito migliaia di volte. Però i luoghi che avete scelto finora sono davvero strani. Ce li raccontate?
E.P.: Abbiamo scelto i luoghi che hanno ospitato le mostre dopo diversi sopralluoghi ed esplorazioni in giro per la Sardegna; avevamo delle idee di massima, ma servivano spazi precisamente connotati e questo ha richiesto ricerche particolari. Partendo ognuno da un nucleo di opere, abbiamo cercato tre luoghi che fossero funzionali alla mia ricerca, legata a un’idea del negativo e del sublime, e tre luoghi che invece potessero accogliere al meglio la ricerca di Alessandro, spazi che abbiamo definito “positivi” e legati ad un’estetica positiva del paesaggio e del pittoresco.
Così le prime tre mostre sono state rispettivamente in una grande grotta artificiale, in una domus de janas ed in un bunker, tutti spazi legati a una sottrazione di materia e al sublime. La seconda serie di mostre ha invece preso luogo in una pinnetta (tipica capanna dei pastori), all’interno di un villaggio minerario in rovina, mentre l’ultima sarà in una casa campidanese, tipica architettura rurale sarda.

Un punto che sottolineate è il non limitarsi al refrain del lavoro site specific. In che modo si va oltre questo concetto?
A.S.: Con il termine site specific si indica oggi una precisa modalità di lavoro in cui si concepisce la creazione dell’opera in stretta relazione con il luogo. Nel nostro progetto abbiamo invece esposto delle opere che erano già state create, antecedenti dunque alla scelta del luogo stesso. Possiamo dire che nel caso del lavoro site specific si ragiona prima sul luogo e poi si crea un opera in relazione ad esso, mentre noi abbiamo fatto il contrario. Per questo ci teniamo a sottolineare che non si tratta di site-specific works quanto di work-specific sites.

Quali sbocchi prevede il progetto? Non lo porterete mica in un classico white cube?!
A.P. & E.P.: Dal momento che il progetto non è nato a tavolino, ma provando e sperimentando, abbiamo pensato diverse soluzioni. Inizialmente abbiamo presentato i lavori in due mostre convenzionali, ma il white cube non risultava convincente. Lo spazio asettico cancellava la storia delle opere, il percorso che hanno compiuto e che le ha arricchite, senza lasciare traccia né dell’idea del progetto, né dello scambio artistico e umano da cui questo è scaturito. Per la diffusione del progetto, abbiamo deciso di servirci della documentazione fotografica realizzata nelle sei mostre in Sardegna. Queste e le future immagini saranno la base per qualsiasi tipo di promozione del progetto: dalla produzione di cataloghi ad eventuali presentazioni in forma di talk e slide show.
Il progetto verrà presentato sempre attraverso la sua documentazione e, se ce ne sarà modo, verranno realizzate nuove mostre dell’occhio riflesso in spazi specifici, anche fuori dalla Sardegna. Queste mostre verranno poi integrate a quelle già esistenti, sempre secondo le stesse modalità di rapporto tra artista, opera, spazio e pubblico.
Vorremmo sottolineare che pensiamo all’Occhio riflesso come a un progetto aperto, a un contenitore per coloro che avessero voglia di discutere e ragionare non solo sul progetto stesso ma anche su quegli elementi che sono stati messi in discussione o che da questo emergono. Ci piacerebbe dunque avere un contributo esterno sotto forma di testo da parte di curatori, critici d’arte, filosofi o comunque di intellettuali che possano trovare interesse e piacere ad affrontare certe tematiche.

Marco Enrico Giacomelli

http://occhioriflesso.tumblr.com/

 

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014). In qualità di traduttore, ha curato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.
  • Tipico o atipico progetto che meraviglia anch’io dipinto in monocromo cioè un solo colore opaco o lucido, caldo o freddo, vivace e luminoso o smorto e spento questa si che arte .