Fondazione Lindenberg. La dedizione all’arte a Lugano

Nel 2012, a nord di Lugano, ha trovato casa la fondazione d’arte dedicata all’artista tedesco Erich Lindenberg. È nata così, per iniziativa di Mareen Koch, pittrice, e del fratello di Erich, Udo Lindenberg, rockstar tedesca, una casa culturale in una villa ottocentesca.

Raramente il taciturno e sibillino Erich Lindenberg (Gronau, 1939 – Berlino, 2006) si è espresso sul proprio lavoro, ma nel 1980 scrisse:“La rappresentazione indiretta dell’oggetto attraverso la sua ombra ha conferito ai miei quadri quella chiarezza, quella ambiguità e quel movimento interiore da me a lungo cercati. Con questo stesso spirito indagatore è nata, per iniziativa di Mareen Koch, pittrice, e del fratello di Erich, Udo Lindenberg, rockstar tedesca, una casa culturale. Un museo nel quale conservare ed esporre le opere di Lindenberg e quelle di artisti internazionali, mantenendo fede a una promessa che Mareen aveva fatto all’amico quando frequentavano l’Accademia. La Fondazione oggi diretta da Tiziana Lotti Tramezzani ha trovato sede in Villa Pia, una villa ottocentesca ristrutturata conservandone il fascino antico.

Quale ruolo hai svolto e com’è cambiata la tua visione curatoriale nel corso dei quattro anni di sistematizzazione degli archivi e della costituzione della Fondazione Erich Lindenberg?
La Fondazione d’Arte Erich Lindenberg è stata costituita nel maggio 2008, due anni dopo la morte dell’artista tedesco a cui essa è dedicata, con lo scopo di conservarne le opere di studiarle e di diffonderne la conoscenza a un pubblico allargato. La Fondazione e il Museo sono nati dall’entusiasmo e dalla tenacia della presidente Mareen Koch, che nel 2010 mi ha personalmente affidato l’incarico di concretizzare questa missione.

Come è iniziato il lavoro?
Il primo passo è stato quello di procedere con l’inventariato, l’archiviazione e la determinazione del contesto storico di ogni singolo dipinto. Il lavoro di approfondimento e studio delle opere di Lindenberg mi ha permesso di intensificare la collaborazione con vecchi amici e colleghi di lavoro come critici d’arte e galleristi; di stabilire un legame dell’opera di Lindenberg con il territorio.
A coronamento di questo lungo lavoro di studio (che ho seguito parallelamente ai lavori inerenti la ristrutturazione di Villa Pia per trasformarla da villa ottocentesca a museo e la realizzazione dell’archivio dove sono conservate le opere) la Fondazione ha pubblicato nel 2010 un catalogo in tre lingue grazie al quale abbiamo presentato l’opera completa di Lindenberg.

Into the white. Massimo Vitali & Eruch Lindenberg, Installation view, Villa Pia, Porza, fino al 5 ottobre 2014
Into the white. Massimo Vitali & Eruch Lindenberg, Installation view, Villa Pia, Porza, fino al 5 ottobre 2014

Il museo invece quando è nato?
Il 29 aprile 2012 è stato inaugurato il Museo Villa Pia, che è nato quindi quale vetrina diretta degli studi e degli approfondimenti intorno all’archivio Lindenberg. La prima tappa fondamentale è stata quella di presentare l’artista tedesco al pubblico svizzero con una mostra dedicata alla collezione che si è svolta in concomitanza con un’esposizione del fotografo ticinese Roberto Pellegrini. A seguito di questa mostra, pur mantenendo come attività centrale lo studio e la divulgazione dell’archivio Lindenberg, ho inaugurato una serie di esposizioni dedicate ad artisti contemporanei il cui lavoro presenta affinità con Lindenberg, permettendone così un approfondimento costante, ma in maniera differenziata e allargata, grazie all’interazione e al dialogo con altri artisti.

Quali caratteristiche ti hanno colpito maggiormente durante la sistematizzazione del corpus di dipinti, fotografie e documenti?
La prima cosa che mi ha affascinata è stata la sua mano precisa, il cui rigore tecnico non comunica rigidità bensì morbidezza eleganza e naturalezza. Successivamente sono rimasta sorpresa dalla capacità di sintesi del suo pensiero. Lindenberg è riuscito a sintetizzare in un’unica opera correnti artistiche talvolta tra loro antitetiche come l’astratto e il figurativo, la pittura e la fotografia, rendendo visibile l’invisibile in un tema molto attuale come il vuoto. Lindenberg è riuscito a stare ancorato e distaccato allo stesso tempo a un’estetica che ha caratterizzato l’arte dagli Anni Settanta ad oggi.

Quale dettaglio  rende unico il suo lavoro e quale altro lo ha nascosto al grande pubblico, soprattutto in Italia?
Una delle caratteristiche che rende unico il lavoro di Lindenberg è la capacità di dematerializzare l’oggetto: i suoi Quadri d’ombra, che riaprono capitoli dolorosi della Seconda guerra mondiale, sono la sua radicale risposta alla crisi politica e dell’oggetto d’arte. Nelle sue ombre, realizzate con infinite sfumature monocrome, riesce a rendere visibili ombre di oggetti, suggerendo l’idea di una impressione fotografica. Il risultato è un punto d’incontro tra l’arte di scrivere con la luce e l’armonia delle pennellate di colori fissati su tela con mano elegante e delicata.
La modernità e l’interesse che suscitano le sue opere ancor oggi lasciano intendere che l’unica ragione per cui Lindenberg è rimasto un artista sconosciuto a livello internazionale, è che era una figura non solo silenziosa, ma anche lontana dal mercato dell’arte.

Into the white. Massimo Vitali & Eruch Lindenberg, Installation view, Villa Pia, Porza, fino al 5 ottobre 2014
Into the white. Massimo Vitali & Eruch Lindenberg, Installation view, Villa Pia, Porza, fino al 5 ottobre 2014

Dicevamo del rapporto di Lindenberg con la fotografia.
Nel 2014 in effetti la Fondazione si è aperta alla fotografia con la mostra Into the white – Erich Lindenberg e Massimo Vitali. L’approfondimento su alcune opere di Lindenberg sono stati fondamentali per la genesi di questo progetto espositivo, che ha permesso di offrire al pubblico un ritratto più ampio dell’artista attraverso aspetti inediti della sua persona e delle sue passioni. In particolare con Massimo Vitali è stata l’occasione anche di creare un ponte tra Germania e Italia, proprio grazie alle peculiarità di questi due artisti che lasciano percepire un terreno comune nelle reciproche influenze culturali a cui erano esposti.

Sotto quale aspetto emerge la contemporaneità di Lindenberg?
L’arte di Lindenberg sembra unire la visione religiosa dualistica caratteristica della nostra cultura, permettendo di far coesistere, anziché scindere, gli opposti: il bene e il male, il tutto e il niente, il pieno e il vuoto, l’astratto e il figurativo, la presenza umana e la negazione della stessa. Se le sue opere resistono a una narrazione, le sue fonti, invece, attingono alla storia. L’artista esplora le parti più profonde e buie dell’uomo, quelle parti dolorose che l’uomo ancora non è riuscito ad accettare: la transitorietà della sua esistenza. Così l’uomo di Lindenberg non ha tempo, in quanto tale condizione è intrinseca all’essere umano.

Potresti svelare la programmazione di Villa Pia per questa stagione 2014/2015?
Dal 9 novembre sarà aperta la mostra dedicata ad Andreas Gysin (1975) e Sidi Vanetti (1975), artisti che dal 2000 lavorano in coppia realizzando opere e installazioni che combinano comunicazione visiva, architettura e nuove tecnologie. Si tratta della prima mostra personale a loro dedicata.

Ginevra Bria

Porza // fino al 28 settembre 2014
Massimo Vitali / Erich Lindenberg – Into the White
FONDAZIONE D’ARTE ERICH LINDENBERG – MUSEO VILLA PIA
Via Cantonale 24
+41 (0)91 9401864
[email protected]
www.fondazionelindenberg.org

 

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Ginevra Bria
Ginevra Bria è critico d’arte e curatore di Isisuf – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano. E’ specializzata in arte contemporanea latinoamericana. In qualità di giornalista, in Italia, lavora come redattore di Artribune e Alfabeta2. Vive e lavora a Milano.