Dario Franceschini, ovvero un ministro che esiste

La notizia, con tutti i distinguo del caso, è che abbiamo un ministro. Criticatelo quanto volete, e lo faremo anche noi in questo editoriale, ma Dario Franceschini esiste. Nel bene e nel male, c’è. Fa qualcosa, dice qualcosa (non necessariamente di sinistra, per parafrasare il Nanni Moretti che incita Massimo D’Alema), porta a casa qualche risultato. Tutto molto moderato, tutto in dosi eccessivamente omeopatiche, ma tutto, finalmente, nella direzione corretta.

Dario Franceschini

La notizia è che abbiamo un ministro, Dario Franceschini, che fa addirittura qualcosa, e nella direzione corretta. Lo è, sebbene migliorabile, l’Art Bonus e tutto il cloud di piccole riforme comprese nel Decreto Cultura. Lo è, sebbene migliorabile, la modifica degli orari dei musei – il venerdì – e soprattutto la modifica delle tariffe – la domenica – che ha tolto agli ultra 65enni le facilitazioni (in Italia sono gli unici che, statisticamente, hanno reddito e sicurezza), le ha date ai giovani (che sono statisticamente disoccupati e poveri in canna) e ha lavorato sulle gratuità. Lo è, sebbene migliorabile, perfino l’epocale riforma del Regolamento interno del Ministero della Cultura: se ne parlava da anni ma lui, dopo qualche settimana di tribolazioni, l’ha portata in Consiglio dei Ministri e l’ha fatta approvare. Ne valuteremo insieme ai lettori, nei prossimi mesi, l’effettiva efficacia.
Bisogna fare di più? Certo che sì, ma la sensazione dopo un solo semestre di governo è che qualcosa si inizi a muovere nella direzione sperata e che i propositi dell’ex segretario del Pd di fare del Ministero della Cultura il primo ministero economico del Paese non siano solo uno slogan. Certo, per trasformare il Collegio Romano in un ministero che produca – ne ha le potenzialità – invece di costare ci vuole questo, sì, ma anche ben altro. Uno sguardo meno anchilosato al mondo della tecnologia, per esempio, con la comprensione di quanto sia importante la conoscenza per generare cultura e benessere (collaborazioni strette col Ministero dell’Istruzione auspicabili, per ora viste poco o niente). Una ancor maggiore azione alla riforma radicale delle soprintendenze (lo abbiamo auspicato più volte da queste colonne, arrivando a ipotizzare una penalizzazione annua di un punto e mezzo di Pil causata dalla quasi sempre insensata azione di freno di queste ultime), che è anche uno dei cavalli di battaglia del Primo Ministro Matteo Renzi e che dunque va cavalcato. E poi una tempestività maggiore per quanto riguarda le scadenze, gli adempimenti, il rispetto per le grandi manifestazioni che l’Italia ospita e con risorse pubbliche organizza e che hanno l’attenzione di tutto il pianeta, fuorché dell’Italia stessa.

L'ingresso Padiglione Italia
L’ingresso Padiglione Italia

Un esempio? Semplice. Mentre scriviamo queste righe, il calendario segna 15 settembre. Mancano poco più di otto mesi alla prossima edizione della Biennale di Venezia. Un’edizione strategica come non mai per il nostro Paese, un’edizione che addirittura cambia le proprie date di apertura, anticipandole a maggio in luogo del tradizionale giugno, per presentarsi in tandem con Expo 2015. Ebbene, l’Italia è oggi l’unico Paese a non aver nominato il proprio commissario per il padiglione nazionale. Non si sa chi ne sarà il curatore e, chiunque sarà, anche se dovesse essere stato già nominato quando leggerete questo nostro appello, non avrà assolutamente il tempo per fare un lavoro serio. Non c’è una sola giustificazione al mondo per un ritardo di questo genere. Si tratta solo dell’ennesima dimostrazione che anche un ministro ben impostato e discretamente consigliato ha l’impeccabile capacità italiana di perdersi in un bicchier d’acqua. Doppiamente imperdonabile, vista l’occasione di far bene che appare alla portata.

Massimiliano Tonelli

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #21
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Massimiliano Tonelli
È laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena, dal 1999 al 2011 è stato direttore della piattaforma editoriale cartacea e web “Exibart”. Ha moderato e preso parte come relatore a numerosi convegni e seminari; ha tenuto docenze presso centri di formazione superiore tra i quali l’Istituto Europeo di Design, l'Università di Tor Vergata, l'Università Luiss e l’Università La Sapienza di Roma. Ha collaborato con numerose testate tra cui Radio24-Il Sole24 Ore, Time Out, Gambero Rosso, Formiche. Suoi testi sono apparsi in diversi cataloghi d’arte contemporanea e saggi di urbanistica e territorio. E' stato giurato in svariati concorsi di arte, architettura, design. Attualmente è direttore di Artribune.
  • Mister Matito

    In effetti qualcosa si sta muovendo, ma mi ricordano le classiche “iniziative a razzo” per poi finire a c… insomma ci siamo capiti. Nomine? ahah bella questa, se ne parla come di un affare misterioso, vero mister Tonelli? insomma se lei e’ intelligente lo avra’ capito che in Italia, quando si tratta di nomine si sta parlando di potere e mai di responsabilita’. Al mondo, non solo siamo l’ unico paese occidentale con 60 milioni di abitanti deresponsabilizzati, ma siamo anche l’ unico paese dii nominati ..forse piu’ del Vaticano. Quindi bisogna aspettare che i falsi comunisti, i falsi fascisti e i falsi democristi si siedano a tavola e , all’ arrivo della torta, ognuno decida quale fetta prendersi, poi dopo un caffe’ e ammazzacaffe’ il nome dell’ ennesimo nominato inutile verra’ fuori.

    La cultura in Italia e’ una donna insopportabile e rompiballe. Quando ci decidiamo a troncare il rapporto con essa, apprendiamo che e’ incinta di 48 ore. Too little too late.