Belluscone, la metafora spietata. Sotto il cielo di Sicilia

Una produzione lunga tre anni. Una sequela di peripezie, rallentamenti, errori, bastoni tra le ruote. Arriva alla Mostra del Cinema di Venezia (e da oggi nella sale) il film di Franco Meresco dedicato a Silvio Berlusconi. Un ritratto allucinato di un Paese in decadenza, di una Sicilia irredimibile, di un uomo che ha conosciuto il potere mediatico, politico e mafioso

Belluscone - l'intervista a Marcello Dell'Utri

Solitario, mefistofelico, al centro dell’inquadratura. Superstite di un regno in cenere, che non smette di bruciare. I riflettori puntati sul trono cardinalizio, tra la nebbia e la penombra: l’uomo asseconda, con incisiva flemma, le domande del suo intervistatore. Prima diffidente, poi lentamente a suo agio. “Ma se Berlusconi svelasse i suoi segreti, che cosa verrebbe fuori?“. La risposta giunge inattesa, come la ricompensa dopo mesi di peregrinazioni: “Secondo me delle cose tremende. Per esempio, la verità sulla morte di Mattei…“. Black out. Inspiegabile. Il demonio ci mette lo zampino: l’audio salta, il nastro si smagnetizza. Una sovrannaturale censura viene in soccorso di colui che si era sbottonato troppo. Panico, sconforto. La partita è perduta.
Siamo nel 2011, l’intervistatore è Franco Maresco, regista cult del cinema indipendente siciliano, l’intervistato è il Senatore Marcello Dell’Utri, nel 2014 condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. L’ironico imprevisto è il destino sospeso sulle teste degli italiani: una grande bolla opaca che ne avvolge le esistenze. Ciò che non è dato sapere, non si saprà.

Cominciare da qui, per raccontare il Belluscone di Maresco – film dalla mille traversie, appena presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, sezione Orizzonti – ha un senso esatto. Il senso del fallimento. Perchè questo è un film sulla propria disfatta; che mentre esiste si dichiara inesistente; che si compie in quanto opera incompiuta. E che poi, per assonanza, si immerge nel fallimento di un Paese in caduta libera, senza redenzione.
Ma perché un film su Silvio Berlusconi, oggi, nel pieno della sua eclissi politica? Ora che si squagliano, lentamente, la retorica berlusconiana e quella antiberlusconiana? Quel culto della personalità, bilanciato da un onnivoro disprezzo, che di un astuto uomo senza scrupoli hanno fatto una figura titanica. Spauracchio, sovrano, orco e cavaliere.
Belluscone. Una storia siciliana non è un film sul passato. Tutto ruota intorno a quell’irrinunciabile domanda – “Che ne sarà di noi?” – inchiodata nel cuore di un’epoca. Uno specchio fosco, per capire cosa siamo diventati e dove siamo diretti.

Franco Maresco
Franco Maresco

Maresco in origine voleva imbastire un’inchiesta gornalistica, sviscerando l’epopea di un personaggio chiave di questi ultimi decenni decadenti. Poi il progetto ha preso altre strade, è mutato, si è arrestato, è risorto, approdando a un inedito format: non un mockumentary – tutto ciò che c’è dentro è più che autentico, ultra-reale, cinicamente vero – ma nemmeno un documentario. All’autore piace immaginarlo come un “b-movie di fantascienza“, animato da orde di “ultracorpi“: Silvio, i suoi delfini, i cortigiani, i fan, i sudditi, i complici e le vittime.
E non c’è alcun’urgenza di definirla, in effetti, quest’opera. Talmente atipica, surreale, disobbediente, da non chiedere la grazia di un incasellamento. Oltre la satira al profumo radical-chic e la morale edulcorata del luogo comune; oltre la furia partigiana e la pantomima del militante di maniera; oltre quel cinema politicamente corretto, che si finge disturbante.
Qui c’è un’altra cosa. Che è il teatro dell’amarezza, la caverna degli scheletri e delle ombre, la risata che si fa vertigine, sull’orlo dell’assurdo. C’è la crudeltà dello sguardo, che mischia la pietà con l’orrore, il cinismo con la tenerezza, il gotico con il pop ed il grottesco. C’è il mondo visto dalla prospettiva degli ultimi, dei perdenti, dei derelitti. Un topos nella poetica di Maresco, in Belluscone consacrato alla trinità del potere: mafia, politica, imprenditoria. C’è il trash come abisso, in cui pescare persone e personaggi che inscenano il proprio dramma: finzione e realtà sono già categorie obsolete.

Silvio Berlusconi
Silvio Berlusconi

Si procede allora per accumulazioni, amplificazioni. Il ritratto impietoso dell’Italia, filtrato da macerie e miserie della Sicilia – sul filo di Cinico Tv, Il ritorno di Cagliostro, Totò che visse due volte, Lo zio di Brooklyn – si satura di allucinazioni, alfabeti del sottosuolo, metafore esistenziali. E poi brandelli di cronaca, pagine di diari mediatici, l’inetrvista al pentito Gaspare Mutolo e la figura straordinaria di Tatti Sanguineti, chiamato a ripercorre le vicende del film, in una metanarrazione affabulatoria, sulle tracce del regista scomparso e del suo smacco. Lui, Maresco, di nuovo caduto in quella “trappola talebana del cinema duro e puro“, come spiega l’amico-narratore, è sconfitto dalla sua ultima ossessione: “Un’impresa eroica e mitomaniacale: raccontare le origini criminali, siciliane, di Silvio Berlusconi“.

Belluscone - Vittorio Ricciardi
Belluscone – Vittorio Ricciardi

Al centro della storia c’è Ciccio Mira, impresario sgangherato di cantanti neomelodici – poi finito in manette – e due artisti della sua scuderia, Erik e Vittorio Ricciardi – protagonisti di una contesa legale che a un certo blocca il film – rispettivamente autore e interprete della canzone “Vorrei conoscere Berlusconi”. Eccolo, il Cavaliere. Materializzarsi come suprema icona, exemplum massimo di mille altre reucci alla conquista del potere, simbolo smagliante di idolatrie pop, tra concertini di piazza, amici del boss del quartiere, codici omertosi, solidarietà tra i detenuti e i “poeti partenopei del pentagramma”… Siamo nel cuore della Palermo periferica, dove si intrecciano sottobosco mafioso, microcriminalità e showbusiness locale.
Da queste parti il Re di Arcore è meglio di un supereroe. Amato e rispettato, è l’homo invincibilis a cui affidarsi, come le pecore col lupo, travestito da pastore. “Se la mafia gli ha portato i voti ha fatto bene: Bellusconi mangia e fa mangiare”: agghiacciante vox populi, impressa su pellicola.

E intanto scorre la storia della Sicilia, paradiso in forma di discarica, da sempre laboratorio politico e rappresentazione enfatica del resto del Paese: la speculazione edilizia, la disoccupazione, la trattativa Stato-mafia, la DC, l’assenza di coscienza civile e la subalternità congenita. Fino ai rapporti tra Berluconi e il boss Stefano Bontate, sfociati nella nascita delle televisioni commerciali.
Noi non dobbiamo chiederci cosa ha fatto Berlusconi per la Sicilia, ma cosa sarebbe Berlusconi senza questa terra. E la risposta è niente“, dice Maresco. La terra del 61 a 0, roccaforte ventennale dell’impero azzurro, nel frattempo è passata alla sinistra. La svolta alla fine del regno. Forse alla fine dei tempi.
Perché la sensazione è che la storia, da queste parti, si sia fermata. Rosario Crocetta ha preso le redini dell’Isola, e tra improbabili annunci rivoluzionari ha disatteso ogni speranza (per chi mai ne avesse avuta). Niente è cambiato. E il fallimento ultimo è che siamo finiti oltre, sputati fuori dalle fauci della storia. Condannati alla cancrena e all’inadeguatezza. Mentre le masse si proiettano dentro al rettangolo della tv, dove tutto è facile come un quiz a premi, possibile come un reality, sguaiato come un brutto ritornello. Il resto – quello che non si vuol vedere – è noia condita da disperazione.

Belluscone - Ciccio Mira
Belluscone – Ciccio Mira

Dunque, l’incantesimo permane. Generato da un cancro il cui ceppo si perde chissà dove. Belluscone è il racconto moderno di quel cancro, spietata metafora di un Paese che tra gli anni Settanta e Ottanta “precipitava in una cupissima notte senza fine“, per citare un altro bellissimo film di Maresco, Io sono Tony Scott (2012), ancora un ritratto dell’Italia, stavolta a partire dalla storia di un bistrattato eroe del jazz. E lui, il Cavaliere, è insieme figlio e complice di questa deriva estetica, morale, culturale, da ricondurre in capo agli italiani, sue creature ma soprattutto suoi creatori. L’uno specchio degli altri, e viceversa.

Belluscone - l'intervista a Gaspare Mutolo
Belluscone – l’intervista a Gaspare Mutolo

Eppure, Maresco, genio solitario, autenticamente controcorrente, antidivo per eccellenza e antiretorico per vocazione, in Scilia ci rimane. Nonostante gli scarsi – se non nulli – riconoscimenti da parte di amministrazioni e intellighenzie locali, tanto decrepite quanto distratte. Resta in quella Palermo ingrata, dipinta negli anni come apocalittica metropoli in bianco e nero. E non si sposta nemmeno per presentare il suo acclamato film, a Venezia. Non per snobismo, non per intellettualismo oltranzista. Sarebbe troppo provinciale. Franco Maresco non è al Lido perchè è un uomo schivo, fragile, spaventato dalla folla. In lotta con la depressione.
E così la sua Palermo, covo di spiriti, di freak e di feticci, si fa sfida feroce, priva d’indulgenza. Perché sull’isola o resisti o schiatti. Vita, morte, inquietudini, sortilegi e intrighi a corte, da una periferia del mondo. Alla fine della storia.

Helga Marsala

CONDIVIDI
Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.
  • christian caliandro

    Grazie Helga, per questo bellissimo articolo su un film da vedere assolutamente.

  • Alfonso Leto

    E’ tutto vero, Helga, ciò che scrivi. Oltre che vero, compie lo sforzo (nel tuo caso, agilmente) di andare oltre la superficie del film e del suo soggetto, ancora oltre la metafora politica, incorporando l’esistenza del regista alle sue ossessioni che alcuni di noi non fanno fatica a fare proprie, specie quando il narratore ci ha abituato a guardare l’umanità dalle sue viscere e dalla sue flatulenze, così, tanto per non farci illusioni sulla natura umana. Ma a me interessa molto (mi ha sempre interessato molto) qualcosa che spesso viene tralasciato a favore di una lettura di superficie, e cioè il valore linguistico espressivo di Franco Maresco, e per questo ti consegno una mia riflessione già scritta a caldo, alla notizia della calorosa accoglienza del film a Venezia. Pensavo a questo prolungato “Marat-Sade mareschiano, come l’opera di un recluso a vita in una prigione chiamata Palermo. Qualcosa -come dici tu- da cui non si scappa… -Se ci pensiamo un attimo c’è una tortuosa e intrecciata, persino ingarbugliata, linea genealogica, che lega Sade («prigioniero sotto tutti i regimi»), al surrealismo, a Pasolini, fino al Nostro Maresco, anzi direi proprio che lui (ma anche tutto il suo cinema espresso insieme a Ciprì) è l’interfaccia contemporaneo per accedere all’immaginario di sade-surrealismo-weiss-pasolini- e infine Maresco. I surrealisti furono i veri “scopritori” di Sade nella cultura del Novecento, Pasolini “deve” a Sade il suo Salò. Palermo, come nel Marat-Sade di Peter Weiss, è lo scenario decomposto(ordinariamente manicomiale) di Maresco mostruosamente e teneramente popolato da quei “nostri dissimili”, come Sade chiamava il suo prossimo e come Maresco sembra intendere, guardando i volti della sua città che nessuno, in verità, vorrebbe mai guardare.

    • Helga Marsala

      grazie Alfonso per i tuoi contributi sempre attenti e densi!

  • Amalia Temperini

    “E non c’è alcun’urgenza di definirla, in effetti, quest’opera. Talmente atipica, surreale, disobbediente, da non chiedere la grazia di un incasellamento. Oltre la satira al profumo radical-chic e la morale edulcorata del luogo comune; oltre la furia partigiana e la pantomima del militante di maniera; oltre quel cinema politicamente corretto, che si finge disturbante.
    Qui c’è un’altra cosa. Che è il teatro dell’amarezza, la caverna degli scheletri e delle ombre, la risata che si fa vertigine, sull’orlo dell’assurdo”

    Non ho letto l’intero articolo per scelta. Mi è bastata la frase che introdurrò per capire che devo assolutamente andare, forse più della necessità che sentivo prima:

    “è il teatro dell’amarezza”.

    Grazie mille.

    • Helga Marsala

      grazie Amalia, poi finisca di leggerlo però! :) E mi faccia sapere che ne pensa del film!
      un saluto,
      helga

      • Amalia Temperini

        finito di leggerlo, in realtà ;) !
        ci conti!
        a presto!