Vivian Maier: una rivelazione fotografica. Intervista ad Anne Morin

È stato un grandissimo successo quello riscosso dal film “Finding Vivian Maier” di John Maloof e Charlie Siskel, distribuito nelle sale italiane da marzo 2014. Un lungometraggio che racconta la scoperta e l’esposizione, nel 2009, dei lavori di Vivian Maier, con monografie e mostre in tutto il mondo. Una donna misteriosa e solitaria, fotografa di strada, tata e genio visivo. Ne abbiamo parlato con Anne Morin, curatrice della mostra “Vivian Maier: A photographic Revelation” che viaggerà, nei prossimi anni, per tutta l’Europa.

Vivian Maier. Coloro che l’hanno conosciuta la descrivono come eccentrica, forte, molto supponente, altamente intellettuale e molto riservata. Indossava un cappello floscio, un abito lungo, un cappotto di lana e scarpe da uomo. E camminava con una potente falcata. Con una macchina fotografica al collo ogni volta che usciva di casa, avrebbe ossessivamente scattato immagini, ma mostrandole a nessuno, lasciando uno straordinario testamento fotografico avvolto in una dose di mistero.

In che modo ha scoperto l’esistenza delle foto di Vivian Maier? E cosa l’ha colpita subito?
Sono direttrice di Chroma Photography, e collaboriamo con la galleria Howard Greenberg di New York da diversi anni. Abbiamo con loro un rapporto stretto e di fiducia. La Howard Greenberg rappresenta l’opera di Vivian Maier quasi nella sua totalità, quindi conoscevo il suo lavoro attraverso questo canale. E naturalmente anche grazie alla risonanza mediatica che si è generata intorno al suo lavoro sin dal 2010. Ho immediatamente capito che ci trovavamo in presenza di un lavoro colossale, per densità e ampiezza.
Vedendo il lavoro di Vivian Maier ho capito subito che la sua cifra si differenziava molto dalla street photography che conoscevamo. È stato emozionante scoprire la sua opera.

Qual è la fotografia della Maier che preferisce? Quale emozione ha provato nel scoprirla la prima volta?
Penso che le immagini più audaci e dense siano gli autoritratti. Sono particolarmente all’avanguardia. È qui che l’artista esprime la sua piena maturità nell’espressione fotografica. Durante la sua esistenza, Vivian Maier ha realizzato centinaia di autoritratti, con molta insistenza: uno strumento per scoprirsi, per trovare il proprio posto nel mondo, come lei stessa ha dichiarato in una delle sue registrazioni vocali. Il suo volto appare sempre rotto o modificato da qualche riflesso. La sua immagine sfugge all’impasse del vis-a-vis”, c’è sempre qualcosa che interferisce e annulla il volto. È qualcosa di davvero unico.

New York, senza data © Vivian Maier / John Maloof Collection / Howard Greenberg Gallery, New York.
New York, senza data © Vivian Maier / John Maloof Collection / Howard Greenberg Gallery, New York.

Sappiamo che la produzione di Vivian non è solo fotografica, ma comprende anche dei cortometraggi…
Vivian Maier era una persona inquieta, curiosa del mondo, che sapeva definire perfettamente la propria posizione, sempre con idee chiare e impegnate. Credo che avesse il bisogno di mantenere e preservare il mondo che aveva costruito dentro di sé.
Registrava la realtà in vari modi e con diversi supporti: super 8, 16 mm, registrazioni vocali, e la fotografia naturalmente. Ma anche attraverso la sua collezione di gioielli economici e il suo avido desiderio di accumulare giornali e articoli di cronaca. Vivian archiviava il mondo, nel suo tempo, in tutti questi modi.

Come è riuscita ad organizzare la mostra? Cosa ha scelto e come è riuscita a costruire un filo logico per arrivare al pubblico, anche non appassionato di fotografia?
Nell’esposizione che abbiamo realizzato ho trovato imprescindibile mostrare i vari aspetti dell’opera di Vivian Maier, a partire dalle diverse categorie di espressione fotografica, come i ritratti, gli autoritratti e le scene di strada. Fondamentale è stato anche mostrare un film della durata di 32 minuti, girato in 8mm.
L’inserimento di quest’ultimo mi interessava molto, non tanto per la registrazione delle scene, ma per mostrare il modo in cui l’artista guardava il mondo, il suo sguardo nella registrazione dei movimenti. Volevo sottolineare il suo approccio intuitivo e distaccato, come si approccia alla scena cercando l’angolo perfetto, avvicinandosi o allontanandosi, decidendo già quando una certa immagine può diventare fotografia. Quello che ci mostra Vivian Maier è il suo modus operandi. È molto appassionante vedere questi film, come anche leggere parte dei suoi scritti.
Ho trovato importante anche mettere in mostra una piccola selezione di immagini a colori, un linguaggio che Vivian Maier ha iniziato dalla metà degli anni Sessanta. Si può vedere, infatti, come il suo linguaggio diventa più formale, e come la figura dei soggetti vada scomparendo per far posto alla forma, al colore, al volume e al ritmo. Qualcosa di simile alla musica.

Nel documentario Finding Vivian Maier di John Maloof e Charlie Siskel, alcune persone intervistate che l’hanno conosciuta affermano che Vivian non avrebbe sopportato la pressione di mettere in mostra i propri lavori. Che opinione ha su questa questione?
È difficile rispondere. Credo che la fotografia per Vivian Maier fosse prima di tutto un modo di relazionarsi con il mondo, con gli altri. Più che l’immagine, ciò che le interessava era il gesto fotografico. Vivian Maier ci ha lasciato un archivio colossale, quasi 150.000 immagini. Ogni immagine rappresenta un’interazione con il mondo. Non sentiva il bisogno né di mostrare le immagini, né di condividerle con gli altri. Infatti nel documentario alcuni testimoni che hanno condiviso la vita con lei non sapevano nemmeno della sua passione-ossessione per la fotografia.

Agosto 1975© Vivian Maier / John Maloof Collection / Howard Greenberg Gallery, New York.
Agosto 1975© Vivian Maier / John Maloof Collection / Howard Greenberg Gallery, New York.

A volte le opere dei fotografi mostrano il loro inconscio. E dalle ricerche fatte da John Maloof sembra che il vissuto di Vivian non sia stato facile. Lei avverte la presenza di questa sofferenza in queste immagini? Cosa intuisce in più sulla personalità di Vivian?
In definitiva, penso che nelle sue immagini ci sia nostalgia, ma nello stesso tempo una certa ironia e senso dell’umorismo. Vivian Maier è stata un personaggio singolare, forse si considerava una persona di periferia, come se appartenesse ai limiti del mondo, come alcuni personaggi che ha fotografato nei quartieri popolari di New York e Chicago. I soggetti di Vivian si abbandonano all’immagine fotografica e anche lei si lascia andare, raccogliendo questo abbandono con dolcezza.
Per questo suo modo di interagire, penso sia stata una persona molto perspicace, educata e con molto spirito. Questo è ciò che potrei intuire guardando le sue immagini: mi sarebbe piaciuto molto passare del tempo con Vivian.

Sappiamo che il film ha “creato” una grande fotografa postuma. Come ha reagito il pubblico nei Paesi europei dove è stata allestita la mostra di Vivian?
La mostra ha lasciato un’impressione profonda nel pubblico. Ci sono molte emozioni, una notevole accoglienza e molta compassione. Molte persone si sentono coinvolte dal lavoro e dalla storia di Vivian Maier. Ho raccolto testimonianze di persone che hanno viaggiato per lunghe distanze per venire a vedere questa mostra, e hanno avuto reazioni molto emotive, sono rimaste commosse nel vedere questi lavori. E non poteva essere diversamente. Nessuno può restare indifferente a questo lavoro, una ricerca accompagnata da una storia straordinaria, che non ha precedenti nella storia della fotografia.
Prossimamente tornerò a New York per visionare nuove immagini di Vivian Maier, con l’idea di prospettiva di ripensare una parte della mostra. Per me è un grandissimo privilegio e ne sono entusiasta.

In Italia ci sono mostre di Vivian in previsione? In quali città è stata confermata la presenza di questa esposizione?
Inizieremo con un tour della mostra di Vivian Maier in Italia come prima tappa, l’anno prossimo a partire dal 10 di luglio al Museo MAN di Nuoro in Sardegna. Dopodiché andremo a Torino per l’autunno 2015, e molto probabilmente per gli inizi del 2016 a Roma. Sono molto contenti di questo tour in Italia, perché penso che il pubblico italiano sarà molto ricettivo, e questa per me è la massima soddisfazione.

Terry Peterle

http://www.vivianmaier.com/
http://www.dichroma-photography.com/