Festival bucato. La Mostra del Cinema di Venezia e le paludi della burocrazia

Da qualche ora è iniziata la kermesse cinematografica a Venezia. Anzi, al Lido. Dove però – accanto a red carpet, smoking, paillettes e star – sta in bella mostra un bel buco. Ed è l’unica cosa che testimonia del progetto del nuovo Palazzo del Cinema. Storia dell’ennesima occasione mancata…

Venezia, Lido

In questi anni di recessione, un luogo comune riempie la bocca di molti: “La crisi economica è anche – forse soprattutto – una crisi culturale”. Purtroppo non c’è niente di più vero: anche quest’anno, per la quinta volta, il Festival del Cinema di Venezia apre i battenti mostrando a tutto il mondo il gigantesco cratere lasciato dallo scavo del mai realizzato Nuovo Palazzo del Cinema. Non c’è nulla del progetto di Rudy Ricciotti e 5+1AA, se non un cantiere abbandonato dalla cui recinzione si intravede la sinistra presenza dell’eternit ritrovato nel “buco” e del quale ci si era inspiegabilmente dimenticati al momento dello scavo.
La vicenda del Palazzo del Cinema di Venezia è talmente assurda che Marco Biraghi ha deciso di raccontarla nel prologo alla sua Storia dell’Architettura Italiana 1985-2015 come specchio impietoso dell’assurda tendenza italiana secondo la quale “un’opera architettonica o infrastrutturale viene fatta, rifatta, dichiarata assolutamente indispensabile e poco dopo abbattuta, per non dire che rimane per lungo tempo – e non di rado permanentemente – incompiuta”.
In estrema sintesi e tralasciando le vicende giudiziarie: il nucleo originario dell’edificio fu costruito nel 1939 su progetto dell’ingegner Quagliata e una parte del suo prospetto razionalista è ancora visibile dalla spiaggia. Dopo la guerra, le nuove esigenze del Festival e il nuovo gusto determinarono un primo rimaneggiamento: nel 1952 lo stesso Quagliata fu incaricato di progettare una serie di interventi finalizzati a un’espansione, dei quali furono però realizzati solo l’arena esterna e il nuovo corpo d’ingresso che copre tuttora la precedente facciata. Com’è noto, il concorso del 1989 vinto da Rafael Moneo non ebbe alcun esito, mentre l’unica conseguenza di quello del 2004, vinto da Rudy Ricciotti e da 5+1AA, è stata la distruzione della scala del Casino e della pineta di fronte per permettere lo scavo del “buco”.

Venezia, Lido
Venezia, Lido

L’arena all’aperto nel frattempo è diventata la “Sala Darsena” (una specie di copertura improvvisata) mentre la seconda facciata, quella degli Anni Cinquanta, anche lei divenuta fuori moda, viene coperta ogni anno da una scenografia a scudi rossi, come per nasconderne l’inconfessabile bruttezza.
Gli eventi legati al Palazzo del Cinema, così come la storia stessa del Lido, ridotto negli anni a insulsa periferia, sono il riflesso di un modo di agire acefalo nel quale l’unica cosa importante è stata aggiungere (o togliere, a seconda dei casi) un nuovo pezzo, senza la minima sensibilità alla valorizzazione o alla comprensione dell’esistente. È davvero possibile che la Fondazione Biennale, che ogni anno ricostruisce un posticcio accesso temporaneo in legno davanti al Casino, non riesca a trovare il modo e i fondi per sistemare, non dico la scalinata e il “buco” – sarebbe chiedere troppo -, ma almeno le tapparelle del Casino stesso?
Ormai il treno del progetto di Ricciotti è passato, ma occorre sanare l’orrore del “buco” e ugualmente dare una risposta alle esigenze del festival. Poco distante dal Palazzo del Cinema, giace abbandonato (anzi occupato) l’Ospedale al mare, una struttura per la cui chiusura si è adoperato – giustamente – Massimo Cacciari e dalla cui vendita si sarebbe dovuto ricavare il capitale per costruire proprio il Palazzo del Cinema, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. I due luoghi, legati da un destino comune, rappresentano bene la palude, l’assoluta impossibilità di migliorare la città, di aggiornarla, di trasformarla. È davvero possibile che dopo tante peripezie oggi non si trovi una funzione plausibile per utilizzare l’ex struttura sanitaria? L’ospedale è grande, conterrebbe facilmente non solo le sale delle quali il festival necessita, ma potrebbe ad esempio ospitare anche una vera scuola di cinema, e cioè una struttura aperta tutto l’anno che possa contribuire davvero alla riqualificazione del Lido, incrementandone la sua “vocazione cinematografica”; d’altra parte il binomio IUAV-Biennale ha funzionato bene.
Restauro, riuso, recupero, riqualificazione, ristrutturazione, riciclo: chiamiamolo come volete, ma il sito del Palazzo del Cinema e l’Ospedale al mare ne hanno urgente bisogno.

Francesco Napolitano