Dicono di lei (la Biennale di Koolhaas). Parte seconda

Seconda parte del “talk show” su carta (e poi su web) dedicato alla Biennale di Architettura in corso a Venezia e diretta da Rem Koolhaas. Qui trovate le opinioni, fra gli altri, di Flavio Albanese, Paolo Parisi, Alessandra Mammì, Luigi Prestinenza Puglisi…

Elements of Architecture, Central Pavilion, Model in progress, Padiglione Centrale, Giardini, courtesy la Biennale di Venezia, copyright Rem Koolhaas

Una Biennale memorabile. Possiamo essere certi che Koolhaas abbia introdotto un nuovo approccio: quello dell’one man biennale show. D’ora in poi tutti i curatori dei prossimi appuntamenti veneziani dovranno confrontarsi con la sua sfida: costruire una kermesse in cui ogni singola parte sia un frammento di un mosaico che rifletta solo la poetica del curatore.  Una Biennale fiasco. Koolhaas è ancora legato ai giochi linguistici degli Anni Settanta. Che vede il discorso architettonico come una ricomposizione di frammenti. Oggi non è più così; non si compone più per pezzi concepiti come individualità sintattiche, siano pure questi gli elementi che da sempre costituiscono i manufatti edilizi: scale, corridoi, finestre ecc. Mostrando suo malgrado l’inefficacia del proprio metodo, Koolhaas fa naufragare il sogno di avere un’architettura generica (fatta di frammenti concepiti come ready made, appunto perché estratti dalla realtà prosaica del mondo dell’edilizia) e allo stesso particolarmente sofisticata (in cui i ready made siano montati in modo inaspettato e spiazzante).  L’architettura va in altre direzioni e in questo momento preferisce l’approccio emotivo e sintetico a quello cerebrale e analitico. Pazienza: le grandi mostre, da sempre, chiudono e non aprono un’epoca; e oggi sono finiti gli Anni Settanta.

LUIGI PRESTINENZA PUGLISI
critico di architettura

Flavio Albanese
Flavio Albanese

Fundamentals è il tentativo (riuscito) di riposizionare lo sguardo dell’architettura contemporanea dalle archistar agli elementi fondamentali del progetto. È una mostra che si può interpretare a due livelli: c’è quello enciclopedico del catalogo (ai Giardini), una sorta di enorme atlante warburghiano di archetipi materiali, che funziona da vademecum didascalico e dispensatore di pillole operative per studenti e giovani architetti. E c’è poi la grande e semi-sacra rappresentazione di Monditalia (alle Corderie), un ruvido ed energico spleen visivo nel cuore della storia italiana più recente, in cui  si mescolano i toni tragicomici dei progetti falliti (molti) e di quelli riusciti (pochi), allineati lungo la mappa fisica e mentale della nostra penisola.La sensazione è quella di aver assistito a un’importante edizione della Biennale: brillante, intelligente e per certi versi molto astuta. Una mostra che, conferendo dignità e spazio agli aspetti più anonimi della pratica architettonica, fa emergere per sottrazione un’unica e imponente figura: quella del suo curatore, l’architetto Rem Koolhaas.

FLAVIO ALBANESE
architetto

Paola Pierotti
Paola Pierotti

Architettura scomposta alla ricerca di committenza. La Biennale ha rotto le righe: niente progetti né architetture, ma anche niente protagonismi, tutto è targato Koolhaas. L’offerta varia dalla ricerca pura, mixata con performance di danza e spezzoni cinematografici, agli elementi del costruito che si potrebbero trovare anche nella migliore fiera del settore. I Fundamentals vengono presentati come capitoli di un corposo volume. La mostra si snoda tra specialismi e punti di vista particolari. Una mostra pensata per tutti, ma risultata di nicchia. Monditalia, come dice Paolo Baratta, “è un viaggio nella realtà dove i problemi non solo non devono essere negati o occultati, ma devono essere consapevolmente vissuti, come fonti di rigenerazione e quindi anche come riferimenti per l’architettura”. Enunciato il problema, non c’è traccia di quale sia il percorso da intraprendere. Il mercato sta probabilmente su un binario preferenziale rispetto a quello della cultura del progetto. E la Biennale quest’anno ce l’ha messa tutta per tentare una sinergia possibile.

PAOLA PIEROTTI
architetto e giornalista

Ludovico Pratesi
Ludovico Pratesi

La conoscenza della cultura visiva contemporanea di Koolhaas è stata fondamentale per allestire una Biennale dove l’architettura si contamina con altri linguaggi creativi contemporanei come il cinema e l’arte. In Fundamentals l’esperimento appare riuscito per l’80%, a discapito di alcune sale meno precise ed eccessivamente didascaliche, mentre Monditalia appare come una ricognizione variegata e interessante, mentre la commistione con le altre Biennali non è sempre riuscita, così come le risposte dei padiglioni nazionalial tema generale suggerito dal direttore. Giudizio complessivo: 8.

LUDOVICO PRATESI
storico dell’arte e curatore

Paolo Parisi
Paolo Parisi

Pur non avendo visto molte biennali d’architettura, perlomeno non abbastanza da fare un confronto accurato con le precedenti, ricordo come memorabile, come esempio di mostra che parla anche a noi (del mondo dell’arte e non), ai non addetti al mondo degli infissi, delle maniglie e dei plastici, quella di Fuksas del 2000. Ecco, questa di Koolhaas mi pare che riprenda e rilanci quel tipo di approccio: dialogante con l’arte e con gli altri ambiti culturali e di impegno politico e riflessione storica. Un po’ troppo insistita la ricerca di relazione col cinema e con la danza (Tino Sehgal è un’altra cosa…), ottima la (giusta) riproposizione di alcuni dei più importanti movimenti degli Anni Settanta italiani (Radicals, Superstudio e 9999), tuttora tra noi culturalmente. Tra i padiglioni nazionali, in quest’ottica di dialogo: Svizzera, Francia, Belgio, Austria e Usa.

PAOLO PARISI
artista

Andrea Bruciati
Andrea Bruciati

Pieni voti a Koolhaas. Ho trovato Fundamentals geniale nei suoi assunti teorici e radicale nei progetti espositivi più allineati allo spirito del direttore, come Elements of Architecture e Absorbing Modernity 1914-2014. L’aprire ai contributi dei settori danza, musica, teatro è un’impostazione senz’altro azzeccata, così come l’omaggio alla Penisola con Monditalia che, con tanto di Tabula Peutingeriana, diventa autentico, emotivo e commovente padiglione nazionale (in particolare Effimero: or the Postmodern Italian Condition, Designing the Sacred e The Remnants of the Miracle).

ANDREA BRUCIATI
storico dell’arte e curatore

Alessandra Mammì
Alessandra Mammì

Una cosa buona e una cattiva del Koolhaas pensiero. La buona è Absorbing Modernity: formula dalla sintesi geniale che per la prima volta nella storia della Biennale accomuna in una unica riflessione tutti i padiglioni nazionali e costringe al confronto con utopie e distopie dell’appena trascorso secolo breve. Da ripetere anche per la Biennale Arte. La cattiva è la presunzione, che gli impedisce di accettare il confronto con gli altri, lo fa scivolare nel padiglione centrale (Elements of Architecture) in un allestimento poco riuscito e con pretese artistico-installative e lo porta a dire: “L’architecture c’est moi”.

ALESSANDRA MAMMÌ
giornalista

Alberto Iacovoni
Alberto Iacovoni

Al contrario di quel che si dice, credo che Koolhaas abbia fatto una Biennale dove, oltre agli architetti, manca anche l’architettura. Da un lato, in Fundamentals, il corpo smembrato dell’architettura che, ridotto a brandelli, perde il senso di insieme che ogni corpo ha, nella relazione fra i suoi elementi. Una specie di macelleria con i pezzi buttati sul banco senza neanche troppa cura (ad eccezione del bellissimo video introduttivo di Davide Rapp, dove invece si svela un senso profondo del tema, poi disatteso dalla sciatta sequenza di finestre, cessi, balconi). E dall’altro, in Monditalia, un circo – ricco, caotico, interessante – come lo era Mutations molti anni fa, in cui (non) si parla di architettura attraverso fenomeni e punti di vista laterali ma fortemente implicati. Una scomparsa di cui non si comprende il senso, in un’epoca di grandi e urgenti questioni per gli architetti e l’architettura.

ALBERTO IACOVONI
architetto

a cura di Marco Enrico Giacomelli

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #20

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014). In qualità di traduttore, ha curato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.