Avere attitudine al congedo. Conversazione con Cesare Ronconi

Il fondatore e regista del Teatro Valdoca di Cesena ha appena realizzato a Forte Marghera, a Venezia, un’installazione performativa negli spazi di C32 performing art work space. L’abbiamo intervistato.

Cesare Ronconi, Avere attitudine al congedo - photo Paolo Laudicina

Alla fine del mese di luglio l’associazione culturale Live Arts Cultures ha ospitato a Venezia, negli spazi di C32 performing art work space, il laboratorio residenziale La precisione dell’amore – Teatro Valdoca. La settimana di lavoro si è conclusa con l’installazione performativa Avere attitudine al congedo: con la direzione di Cesare Ronconi e la collaborazione di Lucia Palladino ed Enrico Malatesta, sedici partecipanti (giovani attori e musicisti provenienti da diverse città italiane) hanno preso parte alla restituzione pubblica del lavoro svolto.

Puoi descrivere gli spazi dell’installazione performativa realizzata a Venezia?
La proposta di Venezia ha abitato un luogo occupato da giovani artisti. Non è un’area univoca: si è trattato di realizzare un’installazione performativa itinerante. Ho lavorato in tre spazi diversi. Il primo, la Polveriera, è un tunnel sotterraneo, una sorta di bunker, di cunicolo, di miniera. Il secondo è un capannone a piano terra: disadorno, molto largo, con alcuni studi di artisti grafici che vi si affacciano. Il terzo è la parte superiore di C32, una specie di loft newyorchese attrezzato per la danza, con una gradinata per il pubblico. Ho scelto questi tre luoghi perché davano la possibilità di un’ascensione: da sottoterra, verso l’alto.

Cesare Ronconi, Avere attitudine al congedo - photo Paolo Laudicina
Cesare Ronconi, Avere attitudine al congedo – photo Paolo Laudicina

Come hai strutturato Avere attitudine al congedo?
Nella Polveriera ho utilizzato primariamente la parola e il suono che essa produce: è un luogo con un riverbero altissimo, dove la parola è evocativa di per sé, prima e al di là di ogni significato. Nei trenta minuti iniziali, gli attori in coro hanno dato voce a testi di Mariangela Gualtieri e Chandra Livia Candiani,mentre avanzavano molto lentamente dal fondo del tunnel fino ad arrivare a ridosso del pubblico. Nella Polveriera si è compiuto un evento sonoro legato alla poesia.
La seconda parte è stata eseguita da Enrico Malatesta, che ha lavorato con strumenti di metallo da percuotere, strofinare e graffiare. Insieme a lui tre figuranti: tre allievi del laboratorio che ho truccato e molto illuminato. Il risultato è stato completamente nuovo per me: né musica né teatro, ma una visione sintetica di corpo e suono, una folgorazione visiva e una acustica, intrecciate.
Infine siamo saliti al secondo piano: nella grande sala da danza i sedici ragazzi, vestiti in abiti neri da ginnasti, sotto la guida di Lucia Paladino hanno eseguito una sorta di riscaldamento acrobatico, interagendo con le percussioni di Enrico Malatesta, accompagnato dal contrabbasso di Andrea Lamacchia, un partecipante al seminario. Si è trattato di una sorta di “spazializzazione” del suono.
La performance è stata chiusa da un testo inedito di Mariangela Gualtieri, recitato da una ragazza immobile di fronte al pubblico. La parte finale di questo testo, che sintetizza con esattezza il senso del percorso veneziano, è un inedito dal titolo La ragazza nel roseto.

Frequenti con assiduità la dimensione del laboratorio. Perché?
I seminari mi danno gioia, speranza, coraggio. In essi si compie una relazione viva con le persone, che è l’essenza del teatro.
Per quanto riguarda gli spettacoli della Compagnia, stiamo vivendo un momento davvero demoralizzante: la situazione italiana è desolante, le richieste del Ministero assurde. Il nostro Paese è al collasso. Sto progettando due scuole di lunga durata, una invernale e una estiva, una al Nord e una al Sud, per produrre opere nel giro di un paio d’anni.
Il teatro è una cura, per noi e per le persone che lo chiedono: tutto questo evidentemente è insignificante, per il Ministero… L’attenzione, che è una forma di preghiera altissima, è ciò che noi pratichiamo.

Cesare Ronconi, Avere attitudine al congedo - photo Paolo Laudicina
Cesare Ronconi, Avere attitudine al congedo – photo Paolo Laudicina

Per la prima volta, alle parole di Mariangela Gualtieri si sono affiancate quelle di Chandra Livia Candiani. Cos’hanno portato di nuovo?
La scrittura di Chandra è molto teatrale. Il montaggio di testi a due voci ha aperto e chiuso delle voragini: Mariangela porta ferite molto profonde, Chandra è più tonda. L’unione ha donato complessità.

Attori, sempre tesi verso il sovrumano e il sub-umano”: come ciò si è incarnato, a Venezia?
Il sub-umano è stato il segno delle figure animali presenti nella seconda parte della performance. Il sovrumano riguarda il toccare una libertà ebbra, quasi divina: le parole la danno, in quel punto magico tra senso, musica e filosofia.

Le fotografie di Avere attitudine al congedo restituiscono un tuo tratto ben riconoscibile. Come cerchi di rimanere fedele al tuo percorso senza arrivare al manierismo?
Alcuni elementi sono costitutivi del proprio stile, è difficile uscirne. I seminari sono il luogo ottimale per distruggere i progetti, ciò che si ha in testa. Uno dei miei stilemi è il corpo truccato: una forma di libertà che i partecipanti non sperimentano quasi mai e che solitamente li fa sentire molto forti, li fa diventare epici.
Nella seconda e nella terza parte del lavoro veneziano i colori sui corpi sono scomparsi. Ciò rispecchia una mia nuova ricerca: mi sto avvicinando sempre più alla pura percezione del movimento e del vuoto. Sento di avere una maggiore apertura ad accogliere nel lavoro cose diverse da me: questa è la grande ricchezza della mia vita, adesso.

Michele Pascarella

http://www.teatrovaldoca.org
http://www.liveartscultures.org