Una specie di guerra parte II: racconto del lavoro e presente italiano

Ne parlavamo, sempre su queste pagine, qualche settimana fa. Parlavamo del presente come una
“specie di guerra”, un particolare genere di conflitto senza armi ma foriero di altrettanto dolore e distruzione. Il presente dei giovani italiani secondo Christian Caliandro.

David Alfaro Siqueiros, Escuela de Bellas Artes, San Miguel de Allende (anni '40)

Ora finalmente ero solo, padrone di me,
e avevo davanti ai miei occhi la città generosa
che mi aveva subito offerto lavoro.

Goffredo Parise, Il padrone, 1965

(…) in quella piccola città ecclesiastica, in quella
pasticceria molto cittadina, parevano piuttosto che
vestiti, anticipazioni del ballo mascherato della Gorina.
(…) Pareva di spiare in un teatro d’opera
durante la prova generale.

Alberto Moravia, La Mascherata, 1941

Noi non apparteniamo a una generazione che ha vissuto o che ha memoria della ribellione.
Dobbiamo costruire, ricostruire praticamente da zero l’idea stessa – e la pratica – di questa ribellione.
Al contrario dei nostri genitori e dei nostri fratelli maggiori (ma, stranamente, come i nostri nonni), siamo nel deserto e ci troviamo a dover imparare il modo di attraversarlo. Anche dire “noi” non ha molto senso, a questo punto. Noi chi? Siamo soli, siamo sempre stati soli – e stiamo imparando sulla nostra pelle che cosa vuol dire questo “noi”. Noi chi?
Attorno a me continuo a vedere persone che, ognuna nel suo campo specifico e nel proprio contesto di riferimento, conducono una lotta molto dura in condizioni impervie. La maggior parte sta al massimo al galla, resistendo per il momento agli urti: quelli che sono stati e sono in grado di costruirsi una parvenza di “carriera”, lo fanno in realtà accettando tutta intera la situazione data e i suoi presupposti. L’ingiustizia di tutto questo.
Non c’è il minimo addestramento collettivo a resistere a questa ingiustizia, a orientare la propria esistenza verso il rifiuto di queste regole nuovissime eppure così antiche.
Qualche tempo fa, in un pub che incredibilmente era molto anni Novanta (e non una ricostruzione anni Novanta), un mio amico ha posto la questione nei termini più brutalmente semplici e al tempo stesso più lucidi: “Fino a quando potremo menare questa vita?” Esatto. Fino a quando potremo fare finta che questo tutto sommato ci sta bene, che è accettabile, che non ci possiamo fare nulla di nulla?

Mario Sironi, L'architettura o il lavoro in città (1932-34)
Mario Sironi, L’architettura o il lavoro in città (1932-34)

La solitudine è la chiave di questo momento storico. La percezione desolata – seppure oscura, monca, distratta – che quello che viviamo è un tempo distopico, dotato di colori distopici, di convenzioni distopiche, di una lingua distopica (Neolingua) e – dunque – di una cultura distopica.
(La tristezza di questa percezione.)
Che per resistere all’onda di sdegno e disgusto che monta e che ogni volta viene negata e ricacciata indietro, è stata addirittura allestita una “rivolta generazionale” che annulla il senso stesso della rivolta, una rivolta che rifiuta ogni forma di conflitto e di opposizione e di critica dell’esistente perché né è la conferma precisa e l’ultima validazione – e che altro non è se non una sostituzione su base anagrafica di figure e figurine nello schema, nella commedia, nella scena. Una simulazione, una “mascherata” basata sulla rimozione sistematica di cambiamenti ogni volta annunciati e ogni volta congelati. Rimandati.
E seguitiamo a vivere nella finzione generalizzata: a convivere con essa. La finzione muta, cambia pelle, aspetto. Ma gli italiani rimangono patologicamente affezionati ad essa: tutta intera la struttura psichica del Paese si agita, respira, opera attraverso e dentro questa finzione. Il discorso critico e autocritico non è mai un’opzione vera, reale. Affrontare, esperire, gustare e godere persino l’amarezza e la gloria del fallimento non è – e non è mai stata – una possibilità praticabile a livello diffuso. (Meglio agitare le retoriche del made in Italy, della ripartenza, dell’ottimismo-a-ogni-costo.) Installarsi nella condizione “ulteriore” è un punto di vista scomodo. L’intelligenza non serve dunque più? Persino l’impegno civile, la difesa a oltranza di un determinato sistema di valori, è recitazione, simulazione – l’ennesima parte in commedia. E in questo “fare finta” (fare l’artista, fare lo scrittore, fare il politico, fare il curatore…) si macera la vita individuale e collettiva.

Pino Pascali, Contraerea (1965)
Pino Pascali, Contraerea (1965)

Che si debba parlare, per essere esatti, di lotta per una ‘nuova cultura’ e non per una ‘nuova arte’ (in senso immediato) pare evidente. Forse non si può neanche dire, per essere esatti, che si lotta per un nuovo contenuto dell’arte, perché questo non può essere pensato astrattamente, separato dalla forma. Lottare per una nuova arte significherebbe lottare per creare nuovi artisti individuali, ciò che è assurdo, poiché non si possono creare artificiosamente gli artisti. Si deve parlare di lotta per una nuova cultura, cioè per una nuova vita morale che non può non essere intimamente legata a una nuova intuizione della vita, fino a che essa diventi un nuovo modo di sentire e di vedere la realtà e quindi mondo intimamente connaturato con gli ‘artisti possibili’ e con le ‘opere d’arte possibili’
(Antonio Gramsci, Arte e cultura, in Letteratura e vita nazionale)

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).
  • Paolo Rumi

    Christian, ti stimo moltissimo. sei riuscito ad esprimere con le parole e con le misure l’entropia e l’implosione attuali.
    credo si tratti di un appuntamento storico. se la specie umana che chiamiamo per convenzione homo sapiens si distingue per la capacità di comunicazione (e con questo domina l’ambiente), oggi le condizioni materiali e lo sviluppo tecnologico superano le sue possibilità di elaborazione, generando anche una massa immane di contenuti e informazioni fatui o dannosi. nel contempo resta vivo l’uso distruttivo della supremazia umana sulla natura e l’ambiente.

    • christian caliandro

      Che dire: grazie della stima.

  • angelov

    Questi sono articoli molto interessanti perché almeno riconoscono un disagio che spesso viene mascherato etc, ed anche la citazione di Gramsci è azzeccata; nondimeno, questo grande pensatore, che è molto valutato all’estero, se solo lo citi in Italia, ti prendono per comunista; e come saprai i comunisti sono stati scomunicati nel dopoguerra.
    Dopotutto voler andare alla radice delle cose è spesso scomodo, anche se a volte necessario.

  • Pino Boresta

    Che valore ha l’azione e l’opera di un artista? Spesso gli stessi artisti non conoscano il reale valore di ciò che fanno fin quando non è il mercato dell’arte a deciderlo. I magazzini di collezionisti e musei sono pieni di opere di artisti di cui spesso non si conosce ancora il reale valore e chi sarà a deciderlo?

  • giorgio

    dal mio punto di vista questa lotta sarebbe necessario condurla in molti, coinvolgendo l’intera società e invece la massa di persone ignave, servili e accomodanti è sempre viva. nonostante l’alfabetizzazione, che i nostri nonni credevano fosse causa di tanti mali, nonostante i servizi pubblici ormai dati per scontati, nonostante la retorica dell’impegno civile. la viltà è umana, molti individui sono ignari delle più basilari delle verità non perché non vi hanno accesso oggi ma perché non vogliono guardarle.