Pompei crolla, ma l’Iva no

In tempi di crolli, letterali e metaforici del patrimonio artistico nazionale, le preoccupazioni del Ministero per i Beni e le Attività Culturali sono rivolte a una politica che, con mosse realmente strategiche, possa favorire l’uscita dal suo attuale stato di minorità. Si tratta di obiettivi ambiziosi quali l’inserimento professionale, la riforma dei musei e il rilancio degli investimenti per sviluppare un’Italia più creativa, fantasiosa e rispettosa dei giovani talenti.

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Per un Paese con un mercato anomalo, per certi versi lacunoso e a tratti autoreferenziale come quello italiano, la sfida lanciata dal Mibact rimane più che mai aperta. Compiaciuto e spesso avviluppato nel proprio passato glorioso di siti archeologici, musei e con alle spalle un immaginario culturale e collettivo di storica e artistica grandezza, il sistema nazionale è tra gli ultimi posti in Europa per investimenti e capacità di innovazione, là dove, al contrario, potrebbe essere potenziale capolista di una serie di comportamenti virtuosi.
Un esempio su tutti, la spesa dei collezionisti italiani di arte contemporanea, che tra gallerie, fiere e battute d’asta è seconda soltanto a Stati Uniti, Cina e Inghilterra. A fronte di investimenti irrisori sul territorio nazionale, spesso ostacolati dall’ostracismo del decisore pubblico, il dato sul collezionismo risulta quasi paradossale, iscrivendosi in una logica di acquisto e di flusso di capitali interamente rivolta al mercato straniero.
Contro tale fuga e contro la proliferazione di economie sommerse o contrattazioni in nero, quella di un abbassamento dell’Iva sulle transazioni artistiche dall’attuale 22 al 4% ci sembra ancora una volta la giusta causa da perorare e da considerare per garantire al cittadino un accesso equo ai servizi, così come la legge ha già previsto per l’editoria e la carta stampata. Se questo processo ha riconosciuto il valore culturale e il beneficio intellettuale della scrittura, le motivazioni per cui il mercato dell’arte e della cultura in senso lato sono rimasti sinora esclusi, è giustificabile solo alla luce di un’endemica percezione dell’arte come sistema elitario inaccessibile al vasto pubblico, incapace, per giunta, di muoversi sulle proprie gambe e di trovare da solo un’autonomia nei profitti, anello debole di una catena economica nella quale il sistema dell’arte, nella percezione dei governi, va soccorso e risanato soltanto con politiche di gratuità e mecenatismo.

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Allo stato attuale della tassazione sull’arte, che disincentiva le sinergie possibili tra pubblico, privato ed enti non profit, aggravando la situazione di asfissia del sistema, si dovrebbero trarre alcune riflessioni a patire da quei Paesi dell’Unione Europea che, fino a poco tempo fa, costituivano uno scenario competitivo a cui ispirarsi. Da quando, nel 2006, la direttiva europea n.112 ha stabilito un adeguamento dell’Iva a un minimo del 15% e dell’aliquota agevolata a un minimo del 5%, esempi virtuosi come quello della Germania, che all’inizio di quest’anno è passata dal un’Iva del 7 una del 19%, hanno subito una battuta d’arresto, vedendo improvvisamente crollare il proprio ruolo di centralità e di attrattori per i mercati stranieri e per gli investitori nazionali, con uno slittamento delle spese per opere d’arte verso luoghi dalla più aggressiva defiscalizzazione, come la Svizzera.
Al contrario, i Paesi dove l’arte sta risorgendo dalla crisi sono proprio quei luoghi – è il Rapporto sul mercato dell’arte e dell’antiquariato 2014 del Tefaf a dircelo – in cui l’incidenza della tassa sul valore aggiunto o è storicamente bassa o è stata appositamente ridotta; mercati defiscalizzati come Stati Uniti, Cina e Inghilterra, dove il collezionismo è anche il più forte al mondo.
Prima che interventi comunitari, dunque, impongano misure specifiche anche a noi, l’Italia dovrebbe avvantaggiarsi della propria aliquota agevolata eccezionalmente bassa per recuperare un ruolo di primo piano nel mercato, disincentivando le fughe di capitale e recuperando un maggior numero di transazioni, là dove gli attori coinvolti non sarebbero soltanto artisti, galleristi e operatori diretti, ma tutto quell’indotto che nasce e cresce attorno alla produzione artistica: fornitori, trasportatori, organizzatori di eventi, aziende culturali, enti di pubblica utilità. La vera rivoluzione copernicana della cultura o, se si vuole, la scarpetta al piede di un ministero finora definito “Cenerentola”, dovrebbe cominciare da qui.

Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.