Piero e la duplice censura

A distanza di oltre cinquant’anni dalla morte, Piero Manzoni non ha ancora trovato il luogo storico-artistico appropriato. Una duplice censura, interna ed esterna, ne dilacera le esauste membra e ne sfigura i tratti.

Piero Manzoni ad Anversa, 1962

Le interpretazioni correnti in Italia, per lo più debitrici di Germano Celant, fanno di Piero Manzoni un concretista in chiave International Style. E riconducono la sua serie forse dirimente, gli Achrome, entro la pallida e confortevole tradizione “analitica” degli Anni Settanta. È la posizione apologetica. Esegeti più accigliati e temibili, in America, lo avversano perché adepto del “kitsch” (sic) e aduso al “ciarpame”. Questa è la posizione della collera divina. I suoi sostenitori, come Benjamin Buchloh, non si limitano a erranze ermeneutiche formidabili, ma impugnano la clava teologico-progressista per andare giù duro contro tutto quello che (per lo più europeo) sembra loro irrazionalista e criptofascista.
Manzoni finisce stritolato nella morsa di due equivoci uguali e contrari. Gli apologeti nascondono (o forse davvero ignorano) la sua intimità con de Chirico e persino la curiosità per Dalí, che gli insegna l’arte della manipolazione dei media (e chi avrebbe potuto farlo, se non il campione degli antimodernisti?).

Piero Manzoni, Merda d'artista nn. 68, 78, 80, 1961
Piero Manzoni, Merda d’artista nn. 68, 78, 80, 1961

Rimuovono l’interesse precoce per il New Dada americano, che potrebbe (ma perché?) ridurne le quotazioni sul mercato internazionale, limitandosi a raccontarci la favoletta di un Manzoni continentale. Tacciono sulle voci di datazioni per così dire “assistite” (ma quando mai discuteremo di carte geografiche e alfabeti?). Si affannano a nascondere sotto il tappeto la polvere di Lucio Fontana.
I predicatori transatlantici rimproverano invece all’artista le attitudini istrioniche. Nel frattempo il candore dei primi e grandi Achrome, cui difficilmente si potrebbe rimproverare di essere teatrali, attende l’ora del riconoscimento adeguato.

Piero Manzoni, la mostra a Palazzo Reale
Piero Manzoni, la mostra a Palazzo Reale

Non riusciremo a coglierne il senso se non situando Manzoni in una specifica tradizione italiana, Dada-metafisica, e descrivendone l’attività con categorie storico-estetiche appropriate.
In arte non dovremmo chiedere (quasi) a chicchessia, trascorso un tempo decente, il pegno della conversione: certo non all’incolpevole Manzoni, che non ha neppure troppo amato le sue piccole pruriginose Merde.

Michele Dantini

editorialista e saggista
docente di storia dell’arte contemporanea – università del piemonte orientale

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #19

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Michele Dantini
Storico dell’arte contemporanea, critico e saggista, Michele Dantini insegna all’Università del Piemonte orientale ed è visiting professor presso università nazionali e internazionali. Laureatosi e perfezionatosi (Ph.D.) in storia della filosofia e storia dell'arte presso la Scuola Normale Superiore di Pisa; Eberhard Karls Universität, Tubinga; The Courtauld Institute, Londra; Ludwig-Maximilians-Universität München, collabora con i principali musei di arte contemporanea italiani ed è responsabile del Master MAED al Castello di Rivoli. Scrive di arte contemporanea, politiche culturali e dell’innovazione, tecnologia, Rete e digitale. Tra le pubblicazioni recenti Geopolitiche dell’arte italiana. Arte e critica d’arte nel contesto internazionale (Milano 2012); Arte contemporanea, ecologia e sfera pubblica (Roma 2012); Humanities e innovazione sociale (Milano 2012); Apple cosmica. Come le narrazioni fantascientifiche modellano il design e il marketing della Mela (Milano 2012); Horses and other herbivores (Bezalel Academy of Art and Design, Jerusalem 2010). Coautore dei manifesti TQ “università e ricerca” e “patrimonio storico-artistico e ambientale”, è interessato ai temi della diversità culturale e del cosmopolitismo postcoloniale. Il suo Diario Namibiano (e/o, Milano 2003), inchiesta sulle trasformazioni delle abilità tradizionali in Africa australe all’ingresso nel mercato globale condotta in collaborazione con la National Gallery di Windhoek, è stato finalista del premio Paola Biocca|Società Italo Calvino nel 2002. Suoi reportage e fieldworks sono stati presentati alla Fondazione Merz, Torino; CCCS Strozzina, Firenze; Centro di arte contemporanea Luigi Pecci, Prato; Centre de la Photographie, Ginevra; MAO, Torino. Collabora a L’Huffington, Alfabeta2, Doppiozero, ROARS, Il giornale dell’arte, il manifesto.
  • Fabio Giuliano Stella

    E’ cosi difficile scrivere in maniera comprensibile ?

    • Matteo Vanni

      Hai ragione Fabio, le parole altisonanti non per forza danno autorevolezza, specialmente se complicano la fruizione del messaggio.
      Comunque è verissimo che Manzoni non è stato adeguatamente compreso e contestualizzato.

      • Fabio Giuliano Stella

        Si ha la spiacevole sensazione che la complicazione del linguaggio sia funzionale alla creazione di valore aggiunto. Come se si volesse creare ” valore ” e non comunicazione.

        • christian caliandro

          oppure si può avere la spiacevole sensazione che l’italiano sia per voi una lingua sconosciuta.

  • andrea bruciati

    intervento ineccepibile, i miei complimenti all’autore