La biennale come fenomeno gentrificativo. Il caso Liverpool

Com’è possibile avvicinare una selezione di artisti con la riflessione attorno al patrimonio visibile e immateriale, senza sradicare la memoria di un edificio col tocco da Re Mida di una mostra prestigiosa? L’ottava edizione della biennale britannica par excellence, lungo le rive di Liverpool, si concentra in interni modificati dall’inutilizzo e dallo scorrere del tempo.

Dettaglio della mostra del John Moores Painting Prize, Walker Art Gallery, 2014. Foto Mark McNulty, courtesy Liverpool Biennial
Dettaglio della mostra del John Moores Painting Prize, Walker Art Gallery, 2014. Foto Mark McNulty, courtesy Liverpool Biennial

5 luglio: aperte le porte, fino al 26 ottobre, della mostra-evento più importante in Regno Unito. Un ago entra in un pagliaio è la rassegna curata da Anthony Huberman e Mai Abu ElDahab, quest’anno anticipata ai mesi estivi, in coincidenza con il Festival for Business. Articolata attorno a cinque mostre, connessa come da tradizione con un hub di gallerie dal taglio affine al programma ufficiale, Liverpool Biennial è un festival d’arte contemporanea gratuito, forte inoltre di tre commissioni site specific: due progetti dell’artista Carlos Cruz-Diez, uno dei quali adagiato lungo i dock dell’insenatura della città, e l’esecuzione di un’opera inedita di Michael Nyman, Symphony No. 11: Hillsborough Memorial, che ha dato il là alla rassegna dalle mura della cattedrale cittadina, la quinta al mondo per dimensioni.

James McNeill Whistler, Harmony in Blue and Gold- The Peacock Room, 1876–77. Copia di Olivia du Monceau, 2014. Foto Mark McNulty, courtesy Liverpool Biennial
James McNeill Whistler, Harmony in Blue and Gold- The Peacock Room, 1876–77. Copia di Olivia du Monceau, 2014. Foto Mark McNulty, courtesy Liverpool Biennial

A Merseyside, la riva orientale della capitale dei Beatles, cuore del progetto è la Old Blind School, edificio stratificato da diverse destinazioni d’uso dal 1791: primo istituto per persone non vedenti d’Inghilterra, sede di polizia, centro sindacale, ospita oggi la ricerca di diciannove artisti, tra i quali Uri Aran, Marc Bauer, Norma Jeane, Christina Ramberg. Imperdibili, in un singolare mimetismo di opere e architettura, un video di Louise Hervé e Chloé Maillet, Un passage d’eau (2014), e un’installazione sonora e script di Rana Hamadeh, Can you Pull in an Actor With a Fishhook or Tie Down His Tongue With a Rope? (2014). Come corollario quattro personali, in altri luoghi della città altrettanto auratici e pulsanti: Tate Liverpool, con Claude Parent; FACT – fondazione per l’arte e le tecnologie per la creatività, con Sharon Lockhart; il palazzo art déco di St. Andrews Gardens, oggi residenza studentesca dell’università di Liverpool, occupato da Jef Cornelis, e gli spazi settecenteschi di Bluecoat, l’edificio più antico del conglomerato urbano. Centro per le arti, casa per Claude Monet, Stravinskij, Doris Lessing e i Last Poets, restaurato e riaperto nel 2008 per la chance di Liverpool come capitale culturale europea, ospita oggi un’installazione-manifesto: se non avete ancora visitato lo Smithsonian di Washington, potete qui attraversare le variazioni verdi-blu e oro della Peacock Room di James McNeill Whistler, ricreati da questo lato dell’oceano per sondare la forza dell’effetto doppler dell’opera d’arte totale di secondo Ottocento. A interpretarne l’estensione, fino agli abiti dei guardasala per una mostra dell’artista del 1883, una serie di talk, workshop, programmi per un pubblico di tutte le età.

STRAUTCHEREPNIN, A Metaphysical Store, 2014. Commissionato da Liverpool Biennial 2014. Foto Mark McNulty, courtesy Liverpool Biennial
STRAUTCHEREPNIN, A Metaphysical Store, 2014. Commissionato da Liverpool Biennial 2014. Foto Mark McNulty, courtesy Liverpool Biennial

Il passaggio del testimone del contemporaneo continua alla Tate Liverpool: The Supermodernist di Parent ribalta il white cube in superfici oblique e angoli acuti, con una costellazione di opere di Anni Albers, Babette Mangolte, Gustav Metzger, Francis Picabia, Gillian Wise, Mark Leckey. Fino al 2015 il museo ospita inoltre parte della collezione permanente, con quarantacinque artisti attenti alla ritrattistica degli interni: una pervicace messa a fuoco dei limiti della cornice tra opera e spazio espositivo.
Che i palati insaziabili possano essere appagati è una scommessa difficile da perdere. Oltre alla Independents Liverpool Biennial, fino al 26 ottobre, controllate gli eventi legati a Frieze London, in coincidenza con la fiera autunnale della capitale (14-18 dello stesso mese). Chi inoltre si immergesse nella Walker Art Gallery, tempio di ritratti di Tudor, beatrici pre-raffaellite e albe à la Turner, resterebbe a stento impassibile davanti al ciclo di arazzi fiammanti di Grayson Perry, The Vanity of Small Differences (2014), fino al 10 agosto: l’epopea fluo di un immaginario tycoon inglese, dall’umile nascita agli allori di una vita upper class, fino a una sarcastica fine, è il frutto di una ricerca iconografica e sociologica condotta dall’artista nella società britannica, un “safari fra le tribù del gusto d’Inghilterra”condensato in un materiale e una forma poco indagati nell’arte più recente, quanto inseparabile dagli interni domestici inglesi.

Rana Hamadeh, The Alien Encounters Project, 2011–ongoing. Foto Mark McNulty, courtesy Liverpool Biennial
Rana Hamadeh, The Alien Encounters Project, 2011–ongoing. Foto Mark McNulty, courtesy Liverpool Biennial

E ancora, spazio per la ricerca, come l’International Biennial Association Summit, programmato per l’11 ottobre; The Companion, festival di performance e concerti (19-21 settembre); un focus sulla ritrattistica delle biennali – Venezia, Liverpool, Kassel – alla Open Eye Gallery, galleria non profit dedicata, dal 1977, alla fotografia; un programma di ricerca con curatori e artisti, The Residents, dal 29 settembre al 3 ottobre, e una serie di film inediti a firma di Sonia Boyce, Petra Bauer, Keren Cytter, Agnieszka Polska e Marinella Senatore, presso FACT, il 3 settembre.
L’onda lunga di una rinascita postindustriale, dalla scommessa del ruolo di capitale culturale europea, nel 2008, sembra non fermarsi: il festival è tra le prime cinque biennali al mondo per affluenza di visitatori. A voi, aficionados e fini connoisseur, giudicarne la fenomenologia qualitativa, modellata su un esempio che mira alla terapia del corpo urbano quanto attenta alla ricerca delle fluttuazioni nell’attribuzione di ciò che vale: nell’arte più fiammante, in un sapere artigianale o in un edificio. L’anello tempestato di diamanti, zaffiri ed eliodoro realizzato da una maison di gioielleria locale, Boodles, su richiesta dell’artista Chris Evans, ozia in un plinto d’arte fra le stratificazioni erose di un palazzo negletto. Un solido guscio del tempo, la cui fragilità e resistenza combinano una preziosità volubile e incostante.

 

Elio Ticca

 

Liverpool // fino al 26 ottobre 2014
Liverpool Biennial 2014 – A Needle Walks into a Haystack
a cura di Anthony Huberman e Mai Abu ElDahab
BLUECOAT
FACT
THE OLD BLIND SCHOOL
ST. ANDREWS GARDENS
TATE LIVERPOOL
+44 (0)151 7097444
[email protected]
www.biennial.com

 

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Elio Ticca
Nato a Nuoro nel 1988, si laurea allo IUAV di Venezia in arti visive e dello spettacolo. È in partenza per il Regno Unito per approfondire i propri studi in storia dell'arte alla University of Leeds, attratto dalle connessioni fra l'arte di ogni tempo, i gender studies, gli studi warburghiani, le scienze umane e le discipline umanistiche contemporanee. Cerca un proprio Gesamtkunstwerk personale sulla tela, attraverso l'obiettivo della videocamera, con un violino, attardandosi nella città nel tentativo di lasciarla. Spinto dalla passione verso (vecchie) nuove forme estetiche, necessarie allo sviluppo umano, collabora con Artribune dal 2013.